“I dati ufficiali sui naufragi parlano di circa 6mila persone morte, ma sappiamo bene, come dimostra la storia di Samia, che le vittime dei viaggi della speranza sono molte di piu’. Vite spezzate di cui mai nessuno ci parlera’ e che mai nessuno cerchera’. Un fenomeno dai contorni oscuri. Dico allora che noi ci auguriamo che gli sbarchi ci siano, che queste persone riescano ad approdare sulle nostre coste, che arrivino vivi”. Cosi’ Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, commenta la storia di Samia Yusuf Omar, l’atleta somala che, dopo aver partecipato alle Olimpiadi di Pechino del 2008, ha trovato la morte a bordo di una carretta del mare, partita dalla Libia e diretta in Italia.

A raccontare la sua triste vicenda sul blog Pubblico e’ stata la scrittrice italo-somala Igiaba Scego citando Abdi Bile, medaglia d’oro nei 1500 metri ai mondiali di Roma del 1987. “In questi anni – dice ancora il primo cittadino – ho parlato con mogli e madri tunisine disperate che cercano i loro congiunti di cui non hanno piu’ notizie. Lampedusa non ha paura degli sbarchi, lo scorso anno in pericolo e’ stata messa l’esistenza stessa dell’isola ed e’ stata compiuta una doppia ingiustizia: nei confronti dei migranti, trattenuti in modo inumano in un centro che non poteva accoglierli tutti, e nei confronti dei lampedusani, che si sono sostituiti allo Stato nell’accoglienza. Per noi – prosegue Nicolini – non si tratta di numeri, ma di persone. Li vediamo quando arrivano, entriamo in contatto con loro, con le loro speranze e le loro paure”.

Il sogno del sindaco e’ quello di fare di Lampedusa “una testimonianza, perche’ da qui parta un racconto di verita’. Penso alla realizzazione di forum, dibattiti anche con le Ong dei Paesi del Mediterraneo per far passare un messaggio: gli sbarchi non sono una minaccia, ma una richiesta di aiuto a cui l’Italia deve sapere rispondere. Lampedusa deve restare un’isola di accoglienza e non, come voleva Maroni, un centro di detenzione, ipermilitarizzato”.