“È vero che Palermo rischia il default, ed è altrettanto vero che salvarla è fattibile”. Andandosene ancora a caldo, l’ex vice sindaco magistrato contabile e già generale della Guardia di Finanza, Ugo Marchetti, fotografa la realtà, avendo in testa i conti in rosso del comune capoluogo. Probabilmente non ha messo a fuoco l’altra faccia della medaglia, quella politico-istituzionale. Il risanamento del comune di Palermo non può essere avviato da un sindaco in assetto di guerra che sospetta, denuncia, colpevolizza, si guarda attorno. Una apartheid alla rovescia, un’autoghettizzazione che rende impossibile il già improbo compito di affrontare una crisi, forse, senza precedenti.

L’accerchiamento di Orlando è una strategia, il destino cinico e baro non c’entra niente. Che non fossero rose e fiori lo sapeva bene, e che fosse necessario mettersi attorno ad un tavolo insieme agli altri  interlocutori istituzionali, una necessità  inderogabile. Invece lui, finora, ha fatto terra bruciata o quasi.

Qualunque cosa sia capitata di sorte, e prevedibile, da Bellolampo in poi, l’ha spiegata con gli agenti criminogeni che inquinano la pubblica amministrazione: la sua amministrazione ”di rottura” minacciata sin dal primo giorno perché avrebbe fatto inevitabilmente danno ai padroni del vapore. Che sicuramente ci sono, ma che possono essere affrontati con le buone pratiche ed una concertazione istituzionale più che urlando alla luna.

Ormai non ci sono alibi che tengano: l’agenda è di quelle che fanno tremare i polsi. Entro una quindicina di giorni si dovranno trovare i soldi per i 1800 lavoratori della Gesip, l’azienda che lo stesso Orlando contribuì a fare nascere decenni or sono. Dopo la Gesip ariverà il giorno dell’Amia, la municipalizzata dei rifiuti: il tribunale fallimentare dovrà decidere il futuro della società, accettando o respingendo la proposta di concordato preventivo del Comune. Se va bene, dietro l’angolo c’è un debito grosso quanto una casa, sedici milioni di euro per rimettere in sesto i conti in rosso della società.

Anche i teatri sono in bolletta: la stagione è alle porte e le risorse disponibili sono trentamila euro. Ma non è finita. La revisione della spesa taglia drasticamente le risorse dei comuni, quindi anche Palermo. Nel capoluogo arriveranno sette milioni di euro in meno nel 2012 e 27 milioni nell’anno successivo. Inoltre, ci sono gli stipendi da pagare: il 61,67 per cento della spesa. E a rischiare, in prima fila, è il comparto edile, 1300 lavoratori per i quali bisogna reperire 27 milioni di euro.

Il piano di risanamento dell’Amia proposto a Roma con le raccomandazioni “politiche” (problemi di ordine pubblico) non è stato ancora “giudicato” e pare che non abbia convinto il ministero competente. Sono 50 milioni di euro, in bilico. Amia e Amat devono coprire 27 milioni di bilancio in tempi brevi.

Questo lo stato dell’arte. Le ricette dell’ex assessore al Bilancio – stringere la cinghia – non sono piaciute al Sindaco. Quale sarà la via d’uscita? Non è in gioco solo la credibilità di Orlando che “il sindaco lo sa fare”, ma la sopravvivenza dell’area antagonista nella stagione politica più delicata, alla vigilia del rinnovo dell’Assemblea regionale e del parlamento nazionale. Antonio Di Pietro, insieme ad Orlando, dovranno deporre l’ascia di guerra e avviare una concertazione con gli interlocutori istituzionali, il governo regionale e quello nazionale. Il partito di lotta e di governo ammainerà bandiera o sceglierà la piazza? Fra Masaniello e Mario Monti c’è dell’altro. Ma non è facile per chi ha fatto della denuncia e dell’assalto all’avversario politico un’arma letale di sterminio.

Il tavolo della concertazione impone rinunce, così come ne impone, la revisione della spesa e il risanamento dei conti. Rinunce politiche e forse, una sterzata moderata. Magari il ritorno al dialogo con il centrosinistra. Per non affrontare da soli il dramma di Palermo. Le implicazioni di una simile svolta, non sfugge ad alcuno, sarebbero di carattere nazionale, non solo palermitano e siciliano.

Resta, naturalmente, aperta l’altra strada: restare in armi, assumendosi l’immane responsabilità di questa scelta.