La distanza fra il Palazzo di Giustizia e Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea regionale siciliana, è di cinquecento metri, forse meno, in linea d’aria, ma le inchieste politico-giudiziarie della Procura da una parte e rinnovo del Parlamento regionale dall’altro, hanno accorciato a tal punto la distanza da farne un fronte unico, almeno per chi guarda Palermo da Roma o Milano.

La Procura di Palermo è al centro di complesse indagini che mettono di fatto sotto una luce opaca il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, fanno tornare in primo piano, dopo il Ruby-gate, l’ex premier, Silvio Berlusconi, seppur indirettamente, da testimone, per via di una presunta estorsione a Marcello Dell’Utri. In più alcune recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio, Mario Monti (“si sono verificati abusi”), hanno assegnato a Palermo la vecchia guerriglia sull’uso delle intercettazioni telefoniche.

Mentre la trama giudiziaria palermitana si sviluppa, fra polemiche, chiamate di correo, appelli al popolo e manifestazioni di solidarietà, “insinuazioni ed escogitazioni ingiuriose” (parole di Napolitano), Palermo svolge un ruolo di avamposto della politica nazionale con scelte, iniziative, patti, alleanze, abiure e insospettabili partenariati, alla vigilia delle urne d’autunno per il rinnovo dell’Assemblea regionale siciliana, che sicuramente segneranno – la misura non la conosciamo – l’esito delle politiche della primavera del prossimo anno.

Il capoluogo siciliano, teatro di accadimenti rilevanti e svariati, è diventata, insomma, la capitale politica d’Italia. Fra Palazzo di Giustizia e Palazzo dei Normanni, beninteso, non c’è alcun collegamento formale, ma quel che accade attorno alle ultime vicende giudiziarie influisce, e ancor più influirà, sui prossimi eventi politici, perché le inchieste palermitane – magari senza alcuna intenzione da parte degli attori principali – hanno mobilitato i partiti, in specie quelli, che hanno aspramente criticato il presidente della Repubblica, “colpevole” di avere sollevato il conflitto di competenza sulle intercettazioni “occasionali” di conversazioni telefoniche fra Giorgio Napolitano e l’ex ministro degli Interni, Nicola Mancino.

C’è il sospetto, da parte di autorevoli commentatori politici – fra gli altri il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari – che sia in corso un tentativo di colpire il capo dello Stato per affossare il governo dei professori e che questo tentativo di fermare l’esecutivo tecnico e le sue evoluzioni future provenga da un’area politica che vede l’Idv di Antonio Di Pietro in prima fila, insieme al Fatto quotidiano di Marco Travaglio, e – seppure più defilato ed “isolato” – Beppe Grillo e il suo Movimento 5 Stelle.

Una strategia suggerita dalla necessità di interrompere un percorso che, con l’asse Pd-Udc (e forse Vendola), potrebbe emarginare Antonio Di Pietro e, di conseguenza, il suo campione siciliano a Palermo, Leoluca Orlando, reduce dal successo elettorale alle amministrative e già alle prese con una mini-crisi per le dimissioni del suo vice sindaco, Ugo Marchetti, ex generale della Guardia di Finanza e magistrato contabile, il personaggio più autorevole e rappresentativo della giunta del capoluogo. L’assalto a Napolitano dovrebbe avere un effetto deleterio per il governo dei tecnici, facendogli perdere la tutela del suo alleato più convinto.

La Procura di Palermo, inoltre, è bene ricordarlo, tratta un altro caso scottante: la presunta estorsione perpetrata da Marcello Dell’Utri ai danni dei suo amico e sodale, Silvio Berlusconi, dal quale avrebbe ricevuto, a vario titolo, ben cinquanta milioni di euro negli ultimi dodici anni. I magistrati palermitani vogliono sapere per quale ragione le dazioni siano state fatte, in particolare se esse siano il frutto di un presunto ricatto del senatore ai danni dell’amico e, naturalmente, quali carte in mano avrebbe il senatore per suscitare tanta generosità.

L’indagine sulla presunta estorsione, nasconderebbe – ma qui il condizionale è d’obbligo (anzi, potrebbe trattarsi di una cosa che non sta né in cielo, né in terra) – la permanenza di un vecchio filone d’indagine che porta agli anni che segnarono la fortuna imprenditoriale di Silvio Berlusconi (a cavallo fra gli Ottanta e i Novanta). Marcello Dell’Utri, è questo il quesito (o leggenda metropolitana), avrebbe fatto da tramite fra Berlusconi e le risorse ingenti di Cosa Nostra?

Accanto alle evidenze giudiziarie che potrebbero segnare la sorte dei leaders politici, ci sono naturalmente le vicende politiche che di fatto consegnano la politica nazionale alle questioni siciliane. L’asse Pd-Udc, per esempio, debutterà in Sicilia, seppure con qualche cautela, perché i due partiti hanno scelto un candidato comune alla Presidenza della Regione (che sarà eletto direttamente dal popolo), le cui caratteristiche li metterebbero al riparo dalle conseguenza di una sconfitta. Rosario Crocetta, eurodeputato e iscritto al Pd, vanta una consuetudine di autonomia dai partiti in cui ha militato (Pci e suoi epigoni) ed è entrato nell’agone elettorale senza chiedere il permesso alle segreterie dei partiti che poi l’hanno adottato.

Mentre il Pdl vive le sue giornate più difficili anche in Sicilia, per via di vecchie e nuove lacerazioni, l’area antagonista – Orlando e Di Pietro in testa (il Sel per ora se ne sta per conto suo, candida un suo uomo, Claudio Fava) – gioca la carta dell’altra politica (o antipolitica, fate voi), che Marco Travaglio rappresenta ed interpreta in chiave giudiziaria, lanciando il Partito della Costituzione. Una potente macchina da guerra, in grado di abbattere i “falsi” nuovi miti della Terza Repubblica, a quanto pare ormai prossima.

Ci manca solo Garibaldi che ricorda al fido luogotenente Nino Bixio che “qui si fa l’Italia o si muore”, e poi il quadro risorgimentale è completo. La Sicilia, in definitiva, va assunta come la pillola di Mary Poppins: ci vuole un poco di zucchero, perché vada giù, altrimenti è amarissima da trangugiare.