Se è vero che Angelino Alfano ha preso in considerazione la candidatura di Roberto Lagalla, che peraltro è nel suo cuore da una vita – ma qualche dubbio è lecito mantenerlo – Gianfranco Micciche’ dovrà mettere mano al Piano B, che consiste nel girare lo sguardo oltre il centrodestra, sperando che gli spazi di manovra non si siano ristretti al punto da lasciarlo al palo. Siccome la melassa politica è una specie di slow minute, non escludiamo che quando busserà alla porta del Nuovo Polo, qualcuno finisca con l’aprire l’uscio, tenendolo sulla soglia di un ticket improbabile.

 La questione più rilevante, alla quale trarre varie considerazioni di qualche rilievo, riguarda il cambio di prospettiva (ma non di cavallo, a nostro avviso, al momento), e cioè che Angelino abbia potuto pensare altro rispetto all’investitura di Silvio Berlusconi, la qualcosa suggerisce due ipotesi: che il Cav sia stato avvertito che la sua avance a favore di Micciche’ ha provocato un putiferio nel partito e quindi la strada non è percorribile, oppure che sulla Sicilia, il segretario possa vantare un diritto di prelazione: onori ed oneri, insomma, perché’ altrimenti se perde, perde lui e se vince, vincono il Cav e il suo figlioccio.

Nel primo caso, che Berlusconi abbia di malavoglia accettato (dai luoghi della vacanza) l’idea di sacrificare, per la seconda volta e senza soluzione di continuità, Micciche’, le speranze che il figlioccio venga candidato sono ridotte al lumicino: se è difficile vincere contro i panzer del Pdl siciliano (Castiglione, Firrarello, Cascio, Leontini), è impossibile spuntarla con la discesa in campo (avverso) del Cav.

Nella seconda ipotesi, che Angelino si sia presa un’ora d’aria da Berlusconi rivendicando lo jus soli, i margini sono navigabili. Ed è lecito nutrire ancora qualche speranza di successo.   Stavolta, tuttavia, al di là delle divisioni interne al Pdl (o meglio, delle pur legittime ambizioni dei contendenti siciliani), Angelino e Silvio devono tenere conto di una priorità: mettere in campo chi può farcela. I tempi in cui si poteva fare omaggi all’uno o all’altro, tanto non cambiava niente alle urne, sono abbondantemente finiti e sarebbe una follia comportarsi come se nulla fosse avvenuto. Roberto Lagalla, con il suo vice, Nello Musumeci, potrebbe essere accettato dai panzer, ed ottenere almeno la loro astensione (immaginare una mobilitazione patriottica sarebbe troppo), oltre che un gradimento dalla buona società siciliana, che oggi – come il resto del Paese – privilegia i Prof ai politicanti.

Lagalla è davvero fuori dai partiti? E’ borderline, piuttosto. Impossibile starne fuori, altrimenti non si campa nemmeno da Rettore. C’è, semmai, un “neo”, o meglio un episodio, la partecipazione al governo Cuffaro come assessore alla sanità, ma se è per questo, lo stesso Cuffaro fu assessore all’agricoltura di un governo di centrosinistra presieduto da Angelo Capodicasa (non chiamatelo Angelino, perché’ si arrabbia), e nessuno lo ricorda mai.

La soluzione Lagalla, infine, può contare su una esternazione del Presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Francesco Cascio, che incontrando i giornalisti per il mitico ventaglio, considerò che alla Sicilia servisse una soluzione “alla Monti”, suscitando lo scetticismo della platea, persuasa che Cascio fosse alla ricerca di un diversivo per continuare a lavorare alla sua candidatura.  Ma le parole, una volta che scappano dal recinto, non si possono recuperare, sicché chi ha esternato potrebbe avere qualche difficoltà a mettersi di traverso, in specie con l’amico Alfano, riferimento storico (se non attuale).    Gianfranco Micciche’ esorcizza l’avvento del Rettore proclamandosi sicuro vincitore ( suscita simpatia se non tenerezza per questo vezzo),  non solo nella contesa per la candidatura, ma anche alle urne. Ha imparato l’arte di rappresentarsi imbattibile da Silvio Berlusconi e, visto che sono andate le cose al Cav, ritiene giustamente che sia il modo giusto. Pero’ i tempi sono cambiati. E non di poco. Dovrà prenderne atto, prima o poi.