di Massimo Costa -

L’ultimo decennio circa del XX secolo (1991-2001) segna dapprima un declino irreversibile della I vecchia Regione ad ordinamento parlamentare, incompatibile ormai rispetto ad un mondo completamente cambiato, e poi, nel secondo lustro, un suo lento traghettamento verso una stagione completamente nuova, quella ad ordinamento presidenziale, dominata adesso dalla figura del Presidente della Regione rispetto ai “notabili” dell’Assemblea che, pure, mantengono un forte potere di interdizione.

Le elezioni regionali del 1991 fotografano il sistema politico siciliano alla vigilia della crisi sistemica del 1992/93 e della stagione di tangentopoli. La rottura di sistema è rappresentata questa volta dalla Rete di Orlando che, peraltro, avrebbe rinnovato il proprio successo alle politiche dell’anno successivo, contribuendo, insieme alla Lega da Nord, all’implosione del vecchio sistema partitocratico. Ma il successo non consente di spodestare il vecchio potere: la Rete ha cinque deputati, in gran parte tolti a sinistra, dove la caduta del Muro di Berlino, e la successiva trasformazione del Partito Comunista in PDS, con la conseguente scissione di Rifondazione Comunista, avrebbe lasciato tracce profonde: 13 deputati ai Democratici di Sinistra e 1 a Rifondazione, contro i 19 del PCI della precedente legislatura, cui si dovrebbe aggiungere 1 di Democrazia proletaria, per similitudine di elettorato. Ma queste elezioni sono soprattutto quelle in cui la DC, morente, raggiunge il risultato più alto di tutta la storia postbellica, 42,35 % di suffragi e ben 39 deputati, dimostrando quanto fosse vero il precetto andreottiano che il potere logora soprattutto “chi non ce l’ha”. La DC concede senza problemi al socialista Piccione la guida dell’Assemblea, in continuità con l’esperienza Lauricella. Di ottima salute godevano anche gli altri gestori del potere: 15 deputati ai socialisti, 6 ai socialdemocratici, 3 ai repubblicani e 2 ai liberali. I missini si dovevano accontentare di modestissimi 5 seggi, come i retini appena nati. Un altro “smottamento” dai partiti nazionali, segno a suo modo di crisi del sistema, porta un deputato, Susinni, con una lista “fai da te”. L’emancipazione dai partiti nazionali che, quindi, non era riuscita alla precedente legislatura, ora fa una sua timida presenza. Quasi l’un per cento e nessun seggio per i verdi, che neanche questa volta riescono a “sfondare”, e si avviano così ad un lento declino; circa l’un per cento o poco più per altre liste siciliane, tra cui i “verdi siciliani” (ma la più cospicua è ancora una volta l’Unione Popolare Siciliana, sicilianista), anch’esse senza rappresentanza.

In questo contesto sembrava che il pentapartito, premiato dagli elettori per la pax clientelare, avrebbe potuto regnare indisturbato. I tre partiti più importanti (DC-PSI-PSDI) danno vita ad un “tranquillo” esecutivo guidato da un presidente “arbitro”, Leanza, sottotono rispetto alle correnti parlamentari di cui era espressione. Ma così non fu. Le elezioni del 1992 segnarono, anche in Sicilia, la crisi definitiva del sistema. In breve la cosiddetta “I Repubblica” fu spazzata via e la Regione Siciliana restò guidata da un’Assemblea che pareva una “casa di fantasmi”, abitata da partiti che non trovavano più spazio nella politica nazionale e regionale.

Sulle prime Tangentopoli sembrava un fenomeno tutto milanese, che riscattava addirittura la Sicilia da ogni complesso di inferiorità. Ma piano piano questo fenomeno scese in Sicilia, travolgendo con le sue inchieste più della metà dell’intera deputazione siciliana. La legislatura fu così a dir poco drammatica, il vero “inverno” della I Regione, quella parlamentare, con una cittadella delle istituzioni assediata dall’opinione pubblica e dalla magistratura, incapace di far altro che di galleggiare, con gruppi e partiti “parlamentari” che non uscivano fuori dall’Assemblea. Per la prima volta si cominciò a parlare di criticità nei conti della Regione (che però tutto sommato erano allora ben solidi). Il Fondo di Solidarietà Nazionale sparve nei meandri delle politiche di risanamento che l’“Europa” cominciava a chiederci, insieme alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni. Eppure, proprio in questo momento di crisi, la Regione ereditava dall’ultimissima fase del Governo Nicolosi una riforma dei concorsi importantissima che avrebbe dato i suoi frutti: al di sopra di quelli per i quali era richiesta la scuola dell’obbligo, affidati alle graduatorie degli uffici di collocamento, erano consentiti concorsi “per soli titoli”, anche per dirigenti. Questa riforma, fieramente avversata poi da partiti e sindacati che nel tempo sarebbero riusciti a neutralizzarla, consentì di immettere in servizio alla Regione e nei Comuni, nel corso degli anni ’90, una vera e propria schiera di nuovi funzionari pubblici che, per decenni, avrebbero costituito il nerbo della P.A. siciliana, competenti e fuori dalle lottizzazioni di partito. Uno di quei casi, poi neanche tanto rari, in cui la Regione sapeva dimostrare persino nei momenti di crisi la capacità di alcune scelte politiche di tutto rispetto. Nicolosi stesso fu uno dei primi ad essere coinvolto dalla tangentopoli siciliana, e poco dopo morì di un male incurabile, figura controversa, ma certo uno dei migliori presidenti che la mediocre storia contemporanea ha offerto.

La Regione di Leanza, invece, era fatta di un’altra pasta. A dicembre recepiva passivamente, adattandola a malapena alla legislazione regionale, una riforma statale sull’ordinamento degli enti locali, nella quale, fra le altre innovazioni, veniva istituito il CORECO per il controllo preventivo di legittimità sugli atti degli enti locali. Di altre riforme di grande respiro non se ne ebbe traccia.

Ma la vera rottura, in quegli anni, era quella del sodalizio tra potere politico e potere mafioso che, come si ricorderà era cominciato nell’immediato Dopoguerra con la strage di Portella della Ginestra e che col tempo si era via via rafforzato sempre più. Persa la DC, Cosa Nostra non aveva più un referente politico affidabile. Sul finire degli anni ’80 avevano creduto che il Guardasigilli Martelli del PSI avrebbe potuto garantire loro una certa impunità, durante l’escalation dei “maxiprocessi”, ma il sostegno, vero o millantato, a PSI e Radicali, non avrebbe portato ad alcun frutto. La mafia era sempre stata strumento per il lavoro sporco deciso altrove. Era stato così ai tempi di Enrico Mattei o Di Mauro; aveva sempre inquinato il gioco politico siciliano a favore di alcune parti in cambio di impunità. Ora si trovava orfana ma era ancora abbastanza forte da minacciare lo Stato (cioè i partiti, in realtà) e pretendere una vera e propria trattativa. Se questa trattativa c’è stata oppure no dobbiamo lasciarlo dire alla cronaca giudiziaria. Il giudizio storico deve per ora limitarsi a registrare che gli indizi di un cedimento dello Stato siano quanto meno “gravi, precisi e concordanti”. Certo è che, nella strategia della tensione, la mafia dei corleonesi colpisce Giovanni Falcone, proprio nel 1991, in quanto “simbolo vivente” della lotta alla mafia; si spinge alle stragi fuori dal territorio siciliano. Colpisce, soprattutto, quei politici e affaristi che tra mafia e politica erano stati intermediari, come Lima o l’esattore Salvo. L’uccisione di Borsellino, invece, resta ancora avvolta nelle nebbie, o meglio in sospetti atroci (terribile l’espressione sfuggita a Riina “Quello non l’abbiamo ucciso noi”) che sarebbe stato fatto fuori da pezzi deviati dello Stato stesso per aver scoperto e minacciato di denunciare la possibile trattativa tra Stato e mafia. E tuttavia, dopo la morte di Borsellino, la parabola della mafia comincia lentamente ma inesorabilmente a scendere.

Nel 1993 il capo dei capi, Riina, è catturato, dopo una “tranquilla” latitanza trentennale. Seguiranno altri capi. Nel 1995 si apre il processo contro Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, senatore a vita, simbolo stesso della politica italiana, per essere stato il referente politico di Cosa Nostra. Processo che terminerà con un nulla di fatto, ma non con la piena innocenza del senatore a vita. Da allora ai tempi più vicini il rapporto tra politica e mafia resta oscuro e ambiguo. Sempre più logoro nei rapporti con il centro, ben saldo il potere nel territorio e nell’economia siciliana, almeno fin verso al 2008, per ragioni che si vedranno più avanti. Nel momento che si sta esaminando ora, invece, non mancano suggestioni separatiste: Bagarella, di fronte alla possibilità di una vittoria “giustizialista”, in Alta Italia, vagheggia una Lega Sud separatista, proprio a partire dalla Sicilia, creando un movimento, “Sicilia Libera”, che poi sarà presto ammainato quando saranno trovate altre sponde politiche. C’è da dire, a onore del vero e ad onorabilità di una intera classe politica, che nessuno mai nel variegato e complesso microcosmo del sicilianismo e dell’indipendentismo ha mai conosciuto questi signori, entrati strumentalmente e subito usciti da un’ideale al quale loro, da sempre legati a doppio filo a Roma, erano totalmente estranei.

Ad ogni modo la crisi del 1992 travolge il Governo Leanza. I democristiani sempre più logori tra le diverse componenti di centro, sinistra e destra, aprono ai democratici di sinistra (ex comunisti) e ai repubblicani (che si ribattezzano “repubblicano/democratici”), mantenendo dentro la compagine governativa socialisti e socialdemocratici in piena crisi d’identità. È la volta dei due governi Campione, coraggioso presidente durante una delle più terribili bufere vissute dalla Regione. Il governo è anche coraggioso perché questa volta il “laboratorio” siciliano è sconfessato dalle segreterie politiche romane, che però, in pieno marasma, non sono in grado di fermarlo con efficacia.

A Campione si deve una riforma elettorale in cui la Sicilia fa da esempio a tutta l’Italia. Si introduce l’elezione diretta del sindaco nei Comuni nonché la preferenza unica nelle elezioni amministrative. L’innovazione sarebbe stata introdotta in Italia due anni dopo.

Il 1993 forse è l’anno più drammatico. Persino il presidente Piccione è travolto da uno scandalo (dal quale poi sarebbe uscito prosciolto) e lo si deve sostituire con il democristiano di sinistra Angelo Capitummino, che poi avrebbe costituito il riferimento dei cosiddetti “cristiano-sociali”, satellite del PDS, dopo la diaspora democristiana. I gruppi parlamentari si sfasciano e si ricostituiscono sotto nuovi nomi. Diversi deputati sono arrestati e sostituiti dai primi dei non eletti. In questa temperie viene istituito il Comitato Regionale per il Servizio Radiotelevisivo, vengono emanati interventi per la razionalizzazione della spesa regionale, con limitazioni sulla durata degli impegni e sui residui passivi. Vengono commissariati gli enti economici della Regione, nella prospettiva della ormai inevitabile loro liquidazione. Si trova pure qualche risorsa per ricordare i 100 anni dei Fasci Siciliani, sia pure con un modesto Convegno. Campione sino all’ultimo del suo difficile mandato si rivela all’altezza della situazione. Si estende la riforma elettorale alle province regionali; i consigli di quartiere, assimilati alle analoghe formazioni del Continente, sono trasformati in Consigli di Circoscrizione. A novembre viene riorganizzata la sanità regionale. Dalla pletora di USL iniziali si passa a nove USL su base provinciale, degradando a “Distretti Sanitari” le vecchie USL e la normativa di riordino investe l’intero comparto sanitario, compresi enti specializzati quali ad esempio il CEFPAS per la formazione o l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale.

Il “nuovo” centro-destra che “avanzava”, però, era in piena fase di ricompattamento, intorno al nuovo movimento o partito-azienda creato da Silvio Berlusconi: Forza Italia, che proprio in Sicilia, grazie alla prima opera di uomini di Publitalia fidati quali Miccichè o Dell’Utri avrebbe trovato una vera roccaforte. Il primo a farne le spese è proprio il Governo Campione, che a dicembre è sostituito dal “liberaldemocratico repubblicano” (ex PLI) Martino, significativamente proveniente da quell’area che prometteva una “rivoluzione liberale” che avrebbe spazzato via tanto i “dinosauri” della I Repubblica, quanto il “partito delle manette” attribuito alla sinistra. Martino indica la propria presidenza come di transizione per una chiusura anticipata della legislatura; ma questa non avverrà mai. L’Assemblea da lì in poi avrebbe galleggiato o al più navigato a vista. Il governo si reggeva sui tronconi della democrazia cristiana, ormai in decomposizione e sui “fantasmi” del PSI e del PSDI. Di questo “vento nuovo” la Sicilia però vide ben poco. L’unico risultato di peso del Governo Martino fu la svendita, in un sol colpo, di Sicilcassa e Banco di Sicilia al gruppo Capitalia di Roma. Col pretesto di salvare Sicilcassa, su cui ad evidenza non si era vigilato abbastanza, il Banco di Sicilia era costretto ad acquisirne per intero il controllo incorporando l’antica banca siciliana, ma, non avendo abbastanza capitale, aumentava il proprio facendo entrare un gruppo di comando esterno alla Sicilia. La Sicilia perdeva così le proprie banche storiche, e con esse ogni autonomia finanziaria. Molte voci si levarono a protestare, ma il peso politico della Sicilia, nelle mani dei partiti italiani era come sempre pari allo zero. Col tempo la Regione e la Fondazione Banco di Sicilia avrebbero perfezionato la cessione, uscendo dal capitale del Banco per entrare, con quota irrisoria, in quello di Capitalia e, più tardi, con quota ancora minore, in quello di Unicredit, colosso nato dalle progressive fusioni di banche italiane. I patti parasociali avrebbero fatto sopravvivere nominalmente il glorioso Banco di Sicilia, già istituto di emissione, per quindici anni circa, ma la colonizzazione bancaria selvaggia dell’Isola ormai era un fatto compiuto. Altro fatto che si potrebbe ricordare della Presidenza Martino è la creazione dell’ente regionale Teatro di Messina, forse in omaggio alla città del Presidente stesso.

Durante la Presidenza Martino si svolsero le elezioni politiche del 1994, quelle della discesa in campo di Berlusconi, della legge elettorale maggioritaria, e quindi del definitivo inizio della cosiddetta II Repubblica. Da Roma in giù Forza Italia si presentò alleata degli ex-neofascisti, da poco trasformatisi in Alleanza Nazionale, con il Centro Cristiano Democratico (l’ala destra della DC, guidata da Casini) e con alcune formazioni minori, sotto il nome del Polo del Buon Governo; A nord si presentò con la Lega nel Polo delle Libertà, che di lì a poco simboleggiò il nome dell’intera coalizione. In Sicilia il blocco sociale e politico fu totale. La sinistra fu sconfitta, nonostante la riaffermazione del potenziale elettorale della Rete. Il tentativo di ciò che restava della DC di presentarsi con un polo di centro insieme a Segni nel Patto per l’Italia, fu sonoramente bocciato con pochissimi deputati e senatori. Il PSI, fuori dagli schieramenti, fu dappertutto escluso dalla ripartizione di seggi, sia pure come primo dei partiti non rappresentati, dimostrando una certa persistenza, nonostante tutto, dell’elettorato socialista.

L’ultimo anno della legislatura fu condotto, quasi per inerzia, dal Governo Graziano, già democristiano, poi del PPI (partito popolare italiano), poi del CDU (Cristiano Democratici Uniti), cioè di quel troncone che alle elezioni politiche era rimasto nel Patto per l’Italia e dopo la sconfitta, a differenza dei “popolari” non aveva voluto stringere alleanze con le sinistre. Il CDU ora governava con gli ex-socialdemocratici, ora traghettati nel CCD di Casini, un deputato indipendente, già democristiano, e gli ex-socialisti, ora accasati nel gruppo “liberalsocialista” ancora di incerta collocazione, ma con una certa propensione a “riciclarsi” nel nuovo centro-destra, non senza qualche imbarazzo per un partito che pur sempre era stato di centro-sinistra. Un governo di galleggiamento, quindi, in una Sicilia in cui la classe politica democristiana restava sostanzialmente padrona, seppure dilaniata dall’esplosione del grande partito di governo: i “retini” erano usciti qualche tempo prima, ed erano stabilmente nel centro-sinistra, a questi si aggiungevano i “cristiano-sociali”, che già alle elezioni del 1994 erano passati con i “progressisti”, i centristi che  avevano affrontato da soli le elezioni del 1994 e poi si erano divisi in “Popolari” di Bianco, optanti per il centro-sinistra, e CDU, di Buttiglione, optanti per la destra dopo qualche tentennamento, poi ancora c’era il CCD che si era alleato con il centro-destra nella prima ora, per non parlare dei non pochi politici che erano subito passati direttamente dentro Forza Italia, come La Loggia, o il giovanissimo Alfano.

Ad ogni modo, di Graziano sarebbe difficile ricordare qualcosa a parte una buona legge di riordino della legislazione in materia forestale e di tutela della vegetazione poco prima della fine di questa tormentata legislatura.

Le elezioni del 1996, politiche e regionali insieme, segnano l’ultimo stadio della vita della Regione parlamentare. Ormai la I Repubblica e l’inverno della Regione sono alle spalle. La Regione si avvia pacificamente alla propria trasformazione istituzionale, vissuta ormai come inevitabile, e vive questa fase finale come una naturale transizione, peraltro caratterizzata da una relativa stabilità politica, almeno secondo i nuovi equilibri che si sono delineati nel paese.

Come è noto il 1996 porta il centro-sinistra di Prodi, in Italia, ad una maggioranza, risicata ma stabile, che sarebbe durata l’intera legislatura. Prodi, D’Alema e Amato, traghettano l’Italia nell’Unione Monetaria Europea, e con essa ovviamente anche la Sicilia. L’integrazione europea, a partire dal Trattato di Maastricht (1992) che diede vita all’Unione Europea, si era fatta ormai incisiva nella vita della Sicilia. Ora, sempre più spesso, i poteri della Regione si scontravano con le funzioni sempre più numerose che venivano trasferite a Bruxelles, dove l’Italia aveva una voce, mentre la Sicilia no. I margini di autonomia della Sicilia venivano mortificati anno dopo anno, ma con l’Unione Monetaria Europea e con le politiche di liberalizzazioni sempre più invasive, imposte a partire dagli anni ’90, gli equilibri assistenziali del XX secolo apparivano definitivamente compromessi. E tuttavia, ancora alla fine del secolo, sembrava che il modo di fare tradizionale, tra industria locale assistita, precari rinnovati, pubblico impiego in cambio di consensi, potesse continuare in modo indefinito. Quel rubinetto che aveva drogato la Sicilia a partire dal Centro-Sinistra, volto a sedare ogni forma di sicilianismo, si andava lentamente stringendo, e fatalmente risorgeva l’Autonomismo Siciliano, come una sorta di fiume carsico che segnava inesorabilmente la storia dell’Isola. Ma questo nel 1996 non era ancora molto appariscente.

Il Centro-Destra poté vincere senza problemi. Forza Italia e Alleanza Nazionale erano i primi partiti. Ma, a differenza di altre parti d’Italia, i democristiani, nelle varie “parrocchie” di centro-destra e centro-sinistra, erano ancora assai persistenti. Solo i Cristiano-Sociali di Capitummino restarono fuori dall’ARS. I due partiti democristiani di centro-destra totalizzarono insieme 18 deputati, uno in più di Forza Italia, e insieme ai 14 di Alleanza Nazionale avevano la maggioranza. A Sinistra trovavamo 12 seggi per il PDS, 7 per i Popolari e 6 per la Rifondazione Comunista che nel frattempo capitalizzava l’uscita dall’alleanza di centro-sinistra con i popolari. Queste le forze principali, poi c’erano tre “diniani” (forzisti “dissidenti” che nel 1995 avevano consentito il “ribaltone” che mise all’opposizione Berlusconi), tre “retini” (la Rete ormai era in dissoluzione e sarebbe confluita nel grande schieramento di centro-sinistra e 4 deputati di liste minori. Persisteva il PSI, regionalizzato, con ben tre deputati. E in genere può dirsi che il regionalismo, se non ancora proprio il sicilianismo, era ormai riemerso prepotentemente nella scena siciliana, come mai accaduto dai tempi di Milazzo. Rispetto a cinque anni prima, le liste regionali “fai da te”, ora acquistano ben tre deputati, cui va ad aggiungersi persino un deputato apertamente sicilianista, di Noi Siciliani, anche se questi transiterà subito al gruppo Dini con gran disappunto dei Nazionalisti Siciliani che avevano a lungo preparato questa riscossa e che avevano ottenuto un risultato di rispetto pure al Senato, anche lì però senza rappresentanti. Moltissime le altre liste senza rappresentanti, molte delle quali ispirate all’Autonomia o alla Sicilia. In questa “polvere” anche  un ormai insignificante PSDI. Era un segno ormai tangibile dei tempi che stavano cambiando. Nell’area di governo i deputati “fai da te”, insieme al Partito Siciliano d’Azione, avrebbero dato vita di lì a poco a Nuova Sicilia, formazione governativa e autonomista a un tempo.

Ma il risveglio autonomista in quest’ultima legislatura parlamentare ancora non fa paura. Sembra solo folklore, di cui è la Destra per prima ad impadronirsi. Viene promossa la Fondazione Federico II dal Presidente dell’Assemblea Cristaldi, di AN, con il compito di valorizzare la tradizione autonoma del Regno di Sicilia e del Parlamento. Le aspirazioni iniziali e le iniziative concrete appaiono genuine, anche se forse la Sicilia di allora, accanto a questi avrebbe avuto bisogno di ben altri provvedimenti radicali in campo istituzionale, economico e sociale. Nel 1997 si ebbe una interessante iniziativa culturale per “celebrare e valorizzare il retaggio storico del Parlamento e delle istituzioni giuridiche siciliane e svilupparne la conoscenza”; fatto interessante perché in questo modo la Regione rivendicava implicitamente per sé e per il proprio Parlamento la dignità di erede legittima delle istituzioni del Regno di Sicilia, quasi queste non fossero mai veramente cessate. Sempre a Cristaldi si deve la legge 1 del 2000 che, seppur con un dettato timidissimo, restituisce alla Sicilia niente meno che la bandiera: ormai la Triscele non è più solo uno stemma, ma una bandiera. La Sicilia è riconosciuta implicitamente come Popolo, se non proprio come Nazione, e questa volta non solo il Commissario dello Stato non obietta nulla, come invece era stato dieci anni prima per lo stemma e il gonfalone, ma addirittura presenzia orgoglioso all’inaugurazione della bandiera.

Il Governo tocca all’inizio al forzista Provenzano, professore palermitano di Tecnica bancaria che un qualche ruolo aveva avuto nella vicenda del Banco di Sicilia. Egli governa con i quattro partiti di centro-destra ma sperimenta da subito che la Regione è entrata nominalmente nella Seconda Repubblica, ma lasciando intatti i poteri antichi dell’Assemblea. Provenzano è prigioniero e arbitro delle correnti assembleari, come un qualunque presidente di centro-sinistra degli anni ’60. Ma cerca di imporsi come può, forte dell’autorità che ha il suo partito alle sue spalle, sebbene le azioni di maggioranza siano nelle mani dei democristiani.

Durante il suo governo, dopo tanti anni, finalmente si ha una nuova norma di attuazione dello Statuto: è quella in cui lo Stato passa le attribuzioni alla Regione in materia di persone giuridiche private. Provenzano tenta, senza successo, di dare attuazione all’art. 21 dello Statuto che lo vede Ministro della Repubblica: la sua presenza a Palazzo Chigi non è gradita e la Sicilia è umiliata dallo Stato italiano. Provenzano, da buon aziendalista, si accorge dell’arretratezza delle strutture amministrative ed istituzionali della Regione e tenta di riformarle, soprattutto per l’utilizzo dei fondi strutturali comunitari e in genere per i fondi a gestione separata, con la legge n. 6 del 1977, nella quale fra l’altro istituisce una “cabina di regia”, alle dipendenze del Presidente regionale, per la gestione delle stesse. Vengono limitati anche i “pareri parlamentari” nei procedimenti relativi ai programmi di spesa. È  un po’ l’istituzionalizzazione di quel governo parallelo che aveva inventato Nicolosi con la limitazione dei poteri del Parlamento. Tuttavia l’utilizzo dei fondi europei non avrebbe dato i risultati sperati. Vengono sfoltiti un po’ degli organi collegiali pletorici costituiti negli anni ’70. S’imprime un’accelerazione all’informatizzazione dell’amministrazione regionale. Viene istituito un ufficio di collegamento con le istituzioni dell’Unione Europea. S’istituisce la Conferenza Regione-Autonomie locali e si dà mandato all’esecutivo di pubblicare “testi coordinati” sulla ormai inestricabile legislazione regionale (ce ne saranno pochi, tra cui uno sull’ordinamento finanziario e contabile). Insomma Provenzano non è certo in grado di imprimere una svolta negli stantii equilibri politici della Sicilia, né di difenderla dagli interessi coloniali che la incatenano, né di fare scelte realmente orientate allo sviluppo, ma certamente svecchia e razionalizza, almeno in parte, un apparato amministrativo cresciuto in maniera del tutto casuale negli anni e lo rende certamente all’altezza dei compiti di una moderna amministrazione. La classe di dipendenti entrata con i concorsi “per soli titoli”, da parte sua, costituisce la tecnostruttura che fa andare avanti bene la Regione, pur in presenza di esuberi e irrazionalità ereditate dal passato e alle quali nessuno ha il coraggio di porre mano.

Durante la presidenza Provenzano si pone infine mano alla revisione dello Statuto per trasformare la Regione in senso presidenziale. L’ordinamento parlamentare siciliano, infatti, era ormai sopravvissuto a se stesso, quasi corpo estraneo nell’Italia di quei tempi e permetteva al Presidente del Consiglio D’Alema di deridere la Sicilia dicendo che in Italia “avrebbero portato le scolaresche” nell’Isola per far vedere “com’era la politica una volta”, praticamente indicando la Sicilia come “museo politico” dell’Italia.

La riforma costituzionale avrebbe preso alcuni anni e si sarebbe conclusa solo nel 2001. A parte l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente, che cessava di essere “Presidente regionale” e diventava “Presidente della Regione”, con evidente assimilazione alle altre regioni, essa introduceva alcuni pericolosi livellamenti dell’Autonomia siciliana, che ne usciva mortificata rispetto all’impianto originario. Le consultazioni regionali non erano più definite “politiche”, si esplicitava l’obbligatorietà di un parere dell’ARS per le modifiche statutarie, ma questo non era vincolante. Veniva introdotto il diritto di rimozione del Presidente da parte del Governo statale in casi gravi. Insomma, una classe politica “ascara” dove interveniva appannava l’originario impianto “confederale” per degradare ad un impianto “speciale” come quello delle altre quattro regioni italiane. Per fortuna, però, l’intervento fu marginale e l’impianto statutario restò, a parte la grande modifica nella forma di governo, sostanzialmente quello originale. Furono introdotte alcune modernizzazioni, come le pari opportunità, le leggi di iniziativa popolare o i referendum. Ma le leggi ordinarie a valle di queste innovazioni costituzionali sarebbero valse in gran parte a neutralizzare del tutto la portata delle riforme, rendendo – ad esempio – praticamente impossibile lo svolgimento di un referendum regionale, abrogativo, consultivo o propositivo che sia. Altro principio introdotto fu quello del “simul stabunt simul cadent”, per garantire una maggioranza stabile al Presidente della Regione ed evitare coabitazioni imbarazzanti tra Governo e Parlamento. Vi è da dire, però, che la riforma costituzionale dello Statuto lasciò alcune “vie di fuga” al Parlamentarismo: si lascia la possibilità alla Regione di tornare all’ordinamento parlamentare senza bisogno di riforma costituzionale e si consentì, seppur implicitamente, la possibilità di indire referendum costituzionali regionali nel caso in cui lo Stato, unilateralmente, avesse deciso di modificare lo Statuto. Non vi è dubbio, però, che questa vicenda mostrava tutta la fragilità di una Sicilia la cui politica era nelle stesse mani che governavano a Roma, dove, in sostanza, si decideva ogni cosa.

Nel frattempo, però, il parlamentarismo avrebbe regnato sovrano fino alla scadenza naturale della legislatura. E così i democristiani presto presentarono il conto e decretarono la fine del Governo Provenzano. Il 1998, a maggioranza invariata, fu così l’anno del Governo del CCD Drago. Quasi ogni iniziativa riformista si spegne. Da segnalare solo un nobile tentativo di approvare una legge a tutela dell’albanese delle “altre minoranze linguistiche” (insegnamento nelle scuole, bilinguismo negli atti pubblici), violentemente stoppato dal Commissario dello Stato sulla base del principio che la tutela delle minoranze fosse di spettanza statale (che nel frattempo però non se ne occupava) e che i programmi scolastici, ai sensi del decreto attuativo distorto del 1985, erano al 100 % di competenza dello Stato. Era evidente la paura che, in tal modo, la Sicilia avrebbe potuto prima o poi “sdoganare” anche la lingua regionale siciliana, con evidente minaccia all’integrità nazionale italiana. Quando, quasi per sbaglio, l’Autonomia poteva funzionare per gli scopi per i quali era stata pensata, come sempre la mannaia del Commissario provvedeva a castrarla. Furono fatte passare solo norme secondarie per trasmissioni televisive locali in albanese (che però poi sarebbero restate lettera morta) e per qualche provvidenza a favore della piccola comunità greco-cattolica dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, ma come minoranza “religiosa”, più che linguistica.

Alla fine del 1998 il Centro-Sinistra “europeista”, saldamente al potere in Italia, riesce con una manovra parlamentare a “disarcionare” le destre (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro Cristiano Democratico) e a prendere possesso della Sicilia con una maggioranza risicata di centro-sinistra, alleata con il CDU e con qualche dissidente CCD. Questa strana maggioranza, guidata dal PDS Capodicasa, regge la Sicilia dalla fine del ’98 a metà del 2000 con ben tre governi, a dimostrazione della sua fragilità politica. Da notare che all’agricoltura resta sempre il CDU Cuffaro, dall’inizio alla fine della legislatura, con qualunque maggioranza, il candidato più votato del suo partito in provinca di Palermo, simbolo stesso della continuità, del trasformismo e della forza del potere democristiano. Sono ancora i democristiani i veri padroni dell’Isola, come sempre. Sotto Capodicasa la Sicilia entra nell’euro (1 gennaio 1999, la scomparsa del contante sarà di tre anni più tardi) ed entra perfettamente in linea con le politiche statali ed europee.

Fra i primi provvedimenti del Governo la soppressione e liquidazione degli enti economici regionali in vista della loro privatizzazione: è l’atto di morte della Regione imprenditrice, fatto per ironia della sorte proprio dagli eredi di quella sinistra che un tempo avrebbe voluto pubblicizzare ogni cosa ed ora era alfiere del liberismo.

A Capodicasa si devono alcune norme per la gestione dei fondi statali e comunitari (ormai il focus della politica regionale era quello di un ente a finanza derivata), l’istituzione di un ufficio per le isole minori, norme sul coordinamento dei sistemi informativi regionali, l’introduzione di controlli interni e di gestione (più sulla carta che reali), l’introduzione di norme finanziarie elastiche che consentivano manovre minori di bilancio all’esecutivo senza passare dall’Assemblea, nonché dell’introduzione in bilancio di una voce per la gestione delle spese finanziate dal Piano Operativo Regionale 2000-06. Sono anni in cui le risorse europee sono ancora relativamente abbondanti e su di esse si incentrano le residue speranze di una politica di sviluppo. Ma la programmazione è carente o subalterna a interessi esterni alla Sicilia e non si imprime alcuna svolta. Si registra anche una riforma del commercio, con una relativa liberalizzazione del settore, come era del resto nello spirito dei tempi. Si istituisce lo “sportello unico delle attività produttive”, viene fatta una piccola riforma del pubblico impiego e si impediscono i prepensionamenti dei regionali. Vengono snellite le funzioni regionali con delega agli enti locali e, per motivi finanziari, si bloccano i concorsi regionali fino al 2003. L’Amministrazione regionale, ancora, è organizzata in Dipartimenti. In ultimo è istituita l’anagrafe canina e sono emanate norme contro il randagismo.

Non vi è dubbio che il Governo Capodicasa, sia pure con i limiti strutturali che si sono detti, abbia voluto imprimere una tensione legislativa e morale nuova all’interno della “macchina” regionale. Prova ne è, fra l’altro, il “disagio” che, anni dopo, avrebbe denunciato l’assessore Cuffaro, simbolo della Sicilia immobile, nel trovarsi in quella compagine governativa.

Ma chi di Assemblea “ferisce”, di Assemblea “perisce”. Il ricompattarsi del CDU con i partiti di centro-destra pone fine all’esperienza Capodicasa. Il CDU, i democristiani di sempre, sono i veri vincitori, l’asse immutabile della politica siciliana, capaci di tenere in pugno persino la sempre più forte Forza Italia. Così, questa volta strappando persino i “diniani” al centro-sinistra, si costruisce un governo di transizione, guidato ancora una volta dall’anziano Leanza, con il solo scopo di traghettare la Sicilia alle presidenziali dell’anno successivo. A queste il CDU può imporre il suo uomo vincente, Totò Cuffaro, all’intera coalizione di centro-destra.

Leanza cura essenzialmente le “esequie” della Regione parlamentare senza alcun ruolo personale particolarmente attivo, ma durante questa fase terminale non mancano fatti legislativi e amministrativi di qualche respiro. Viene emanata, una disciplina legislativa di prospezione, ricerca, coltivazione, trasporto, stoccaggio di idrocarburi liquidi e gassosi e di risorse geotermiche, in attuazione di una direttiva CE, ma soprattutto in ossequio agli interessi americani, che intravedevano nella Sicilia e nei suoi mari adiacenti la possibilità di uno sfruttamento intensivo.

Vengono emanate alcune norme di attuazione dello Statuto in materia di comunicazione e di trasporti nonché del passaggio alle camere di commercio (sotto vigilanza della Regione) di funzioni e compiti degli uffici metrici provinciali (già statali).

Viene lanciato infine il POR 2000/2006.

Il 2001 sarà invece l’anno delle politiche che videro il “cappotto” delle sinistre in Sicilia (il famoso 61 a 0) e il trionfo di Cuffaro alle prime presidenziali contro Orlando a sinistra e una timida candidatura di D’Antoni al centro. Il sistema politico e assistenziale democristiano (o postdemocristiano, più correttamente) si mostrava inaccessibile a qualunque attacco, quasi un partito unico. Così si apre una fase completamente nuova della storia siciliana, quella dell’ordinamento presidenziale, caratterizzata da due figure di “governatori” (come ora sono chiamati in gergo politico i Presidenti della Regione) particolarmente forti, Cuffaro prima e Lombardo poi, sui quali ancora forse non si è posata la polvere al punto da poter dare un giudizio storico sereno