Evocato negli ultimi quindici anni da Silvio Berlusconi,  come la Spectre dei romanzi di James Bond, sognato almeno una volta la settimana da Antonio Di Pietro, come la soluzione finale per l’Italia governata da malandrini, il partito dei giudici è stato annunciato da Marco Travaglio, in un editoriale pubblicato dal Fatto quotidiano, che vicedirige,  nella imperdibile edizione di martedi 14 agosto 2012, vigilia di Ferragosto.

L’anticiclone africano non c’entra, né il cando pur insopportabile. Il dono a Silvio Berlusconi è stato confezionato dal vice direttore del Fatto, quando è arrivata l’adesione numero centomila sul sito del quotidiano alla campagna di tutela e protezione della Procura di Palermo, attaccata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con l’abominevole strumento costituzionale del conflitto di attribuzione.

Le adesioni raccolte dal quotidiano sono diventate,  virtualmente, adesioni al nascente Partito della Costituzione, annunciato da Marco Travaglio. La mission del nuovo partito è la difesa strenua e risoluta dei magistrati “aggrediti ed isolati dal potere. “I 100 mila che in quattro giorni han firmato l’appello del Fatto per i Pm siciliani si tengano pronti”, avverte Marco Travaglio nell’editoriale di annunciazione. “Presto dovremo richiamarli per altre battaglie in difesa della Giustizia nella speranza che nasca un Partito della Costituzione che contrasti questo schifo”. Una milizia in servizio permanente, dunque.

Gli italiani, intuisce così il vice direttore del Fatto, non devono temere i furbi tedeschi che ci spolpano con lo spread, né le agenzie di rating americane e i mercati che succhiano il sangue del Belpaese, né le tasse che stanno spellando i contribuenti, o il crollo dei posti di lavoro e i fallimenti delle imprese, la casta degli spreconi, ma l’attacco ai magistrati di Palermo e di Taranto. Anche i PM pugliesi, infatti, vanno protetti dopo l’ordinanza di chiusura dell’Ilva, osteggiata dal governo.

Pochi hanno capito, ragiona Travaglio, una verità incontrovertibile: “il mastice che tiene insieme “ i partiti della maggioranza “è la sete di vendetta contro la magistratura”. Non tutta, precisa Travaglio, ma “quella che prende sul serio la propria indipendenza da ogni altro potere per garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini”.  La spinta più forte e decisiva all’aggressione, segnala il giornalista, in definitiva è, “in una parola, l’odio per la Costituzione”.

Enunciati obiettivi, missione e bisogni del Partito della Costituzione, sinonimo del Partito dei giudici (anche l’acronimo è pressocché identico, Pdc il primo, Pdg il secondo),  Travaglio mette in luce la discriminazione che gli italiani subiscono giorno dopo giorno: “mentre noi comuni mortali per contestare una sentenza sgradita non abbiamo altra arma che denunciarla in appello o in Cassazione, lorsignori si rivolgono direttamente alla Corte costituzionale, cioè ai giudici nominati dalla politica”.

Queste considerazioni le aveva fatte parola per parola  Silvio Berlusconi, che aveva ben visto, inascoltato, l’esistenza dei Partito dei giudici, ma non è certo il plagio a turbare Travaglio. E’ vero, il partito dei giudici l’ha evocato, non creduto, Berlusconi; il partito dell’odio ha avuto come antesignano l’ex premier, ma questo non toglie nulla alla verità, cristallina, inoppugnabile, indiscutibile.

Dei giudici della Corte costituzionale, ricorda Travaglio confermando una vecchia tesi di Berlusconi, essendo nominati dalla politica, non ci si può fidare. “Oseranno mai dare torto al Presidente e al governo, innescando gravi scontri istituzionali?”, si chiede infatti il giornalista. La risposta è prevedibe: assolutamente no. “Tutti i magistrati impegnati in inchieste delicate sono avvertiti”, ammonisce con impareggiabile fine ironia il vice direttore del Fatto, “non si azzardino a dare torto al potere: colpirne due o tre per educarli tutti”.

Su queste radici profonde nasce il partito dei giudici per volontà di chi non ha indossa la toga (ma è come se ce l’avesse addosso dalla nascita, la giustizia bisogna averla nel sangue). E’ l’unica arma in gradi di combattere “il trionfo dell’abuso e del conflitto d’interesse”. Che non è, come il volgo finora supponeva, sbagliando, quello  open air di Silvio Berlusconi, padrone di banche, televisioni, assicurazioni e mezza Italia, ma di Giorgio Napolitano, promotore del conflitto di attribuzione presso la Corte costituzionale.

Se avete dubbi, cancellateli, dunque. Il Capo dello Stato ha fatto il suo interesse incaricando l’Avvocatura dello Stato di pronunciarsi su un principio costituzionale: il potere del magistrato – di intercettare conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, chiunque sia al Quirinale, e custodire il nastro con le conversazioni registrate, pur non essendo stata aperta una formale inchiesta “per alto tradimento”, come vuole la Carta. Napolitano, nientemeno, vorrebbe impedire al magistrato – chiunque egli sia – di ascoltare e prendere nota di che cosa pensa o abbia in animo di fare il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e il capo delle Forze armate (il Capo dello Stato assomma queste funzioni), in definitiva la più alta magistratura del Paese.

Napolitano, non Berlusconi, come si era indotto a supporre,  protegge il suo interesse e innesca il conflitto. Perciò ci vuole come il pane, secondo Travaglio, il Partito dei giudici. Pardon, il Partito della Costituzione. Che potrà essere affidato a Antonio Di Pietro, ex Pm, destinato a masticare amaro a causa di ciò, dovendo sacrificare il gioiello di “famiglia”, l’Italia di valori. Sull’altare dei Partito dei giudici e della Giustizia.