di Antonino Cangemi -

Capita raramente di imbattersi in una prova narrativa d’esordio che rivela la grazia adamantina del talento. Così è stato con Dentro di Sandro Bonvissuto edito da Einaudi. Sandro Bonvissuto, come ci dice la quarta di copertina, “ ha quaratadue anni, fa il cameriere in un’osteria romana ed è laureato in filosofia”. Di lui sentiremo parlare nell’universo della letteratura: accetto scommesse.

Dentro raccoglie tre racconti lunghi che colgono tre momenti capitali nella vita di un uomo, partendo a ritroso, da quello che lo vede maturo nell’esperienza soffocante e alienante del carcere, all’età dell’adolescenza nel micromondo attraversato e diviso in due con il compagno di banco, all’infanzia nell’emozione – unica – di imparare a stare in equilibrio, sfidando l’aria e immergendosi in essa, con la bicicletta.

Tre lunghi racconti, dunque, che si intrecciano perché sintesi di tappe cruciali nell’esistenza di un uomo. Il fatto che si parta dalla maturità, passando per l’adolescenza per arrivare all’infanzia è indice non tanto del taglio originale della narrazione, o comunque della sua struttura, ma soprattutto di un’idea del tempo così interiorizzata da superare le convenzioni, da travolgere l’ordine naturale della vita. Non solo: vi è una graduazione nelle emozioni che accompagnano gli eventi – quelle, se pur acuite dalla sofferenza, opache e nebulose della vita-non vita del carcere, quelle della scuola superiore, nitide e nette, quelle dei bambini, accese e intense – e la narrazione vuole procedere col ritmo del crescendo, vuole offrire al lettore un percorso che parta dal buio per scorgere la luce. Ecco un’altra ragione dell’inversione dell’ordine temporale.

Il primo dei racconti è Il giardino delle arance amare e ha una cupa ambientazione: il carcere, “ l’infinito inumano “. Il carcere ha una dimensione architettonica studiata perché possa assurgere a luogo di abitazione del male: “ Non ero sicuro che fosse possibile attribuire al male anche dei canoni architettonici, eppure quel posto rispettava quei canoni in modo quasi pignolo, come se esistessero. Chiunque l’avesse concepito doveva essere stato un vero esperto del male; oppure doveva essersi documentato per bene sull’argomento “. La vita carceraria cancella l’identità individuale e ne crea un’altra, collettiva e convenzionale, legata al reato per il quale si sconta la pena: “Lì si innesca un meccanismo in base al quale l’uomo finisce per assumere tratti comuni a tutti quelli che hanno commesso il suo reato, come se quella somiglianza fosse un’emanazione del reato stesso”.

Il secondo dei racconti, Il mio compagno di banco, è un intermezzo brioso. Il legame a due col compagno di banco, incontrato casualmente il primo giorno di scuola delle superiori e destinato a dividere con lui le vicende scolastiche ed extrascolastiche dell’intero ciclo, è raccontato con sobrio umorismo e con “leggerezza calviniana”. Alcune riflessioni sulla scuola spiazzano per l’originalità congiunta all’acume penetrativo: “La scuola era dunque una cosa studiata definitivamente per due…perché ovunque guardassi c’erano sempre e solo posti per due”.

Infine è di scena, con Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, l’infanzia, dove è sempre estate e si hanno tanti amici, non scelti ma frutto del caso, ma non per questo meno fidati. Un racconto, che già nell’architettura, semplice e lineare, presenta una maturità stilistica che sorprende in un autore giovane. Il finale poi, culminante nella gioia del bimbo che scopre l’ebbrezza di andare in bicicletta conquistando un grado importante nella sua infanzia e nello sguardo del padre che accompagna quella crescita, è un acuto di liricità.

I tre racconti hanno un altro tratto comune: l’amicizia, quella della vita da reclusi che assurge a solidarietà, quella dell’adolescenza che ha i tratti della complicità, quella dell’infanzia, la più spontanea e immaginifica.