Il peso delle elezioni regionali in Sicilia cresce di giorno in giorno a Roma. Non se ne parla apertamente, ma le cronache politiche dei grandi giornali italiani ne danno conto con dovizia di particolari. Nell’edizione di giovedì il Corriere della Sera, con un articolo a firma di Francesco Verderame, uno dei cronisti parlamentari più solerti ed informati, ha ipotizzato la possibilità di un intervento del Parlamento al fine di accorpare le elezioni regionali siciliane con il rinnovo delle Camere.

È un’operazione pressoché impossibile per ragioni tecniche, ma non viene scartato proprio niente, a conferma della rilevanza che la questione ha assunto. Un autentico rompicapo per i partiti, lo definisce Verderame.

Al fine di ottenere il risultato si starebbe lavorando su due fronti, anticipare la conclusione della legislatura delle Camere all’autunno inoltrato e lo slittamento delle regionali con il loro accorpamento.

Ma in Sicilia l’avversario più “tosto” è Raffaele Lombardo: le intenzioni delle segreterie dei partiti nazionali – in prima fila Udc e Pdl, a ruota il Pd –  non sono affatto condivise dal presidente della Regione dimissionario, tanto da suggerire un’anticipazione della data annunciata in Aula, durante l’ultima seduta del parlamento regionale: il 28 e 29 ottobre. Si prefigura un salto indietro lungo di un mese, ipotesi anch’essa estremamente improbabile quanto l’intervento ipotizzato a Roma (una norma da infilare nella legge finanziaria).

In materia elettorale la Regione siciliana ha competenza esclusiva, una decisione del parlamento o del governo dovrebbe essere preceduta da una modifica costituzionale.

Sul versante nazionale l’idea dello scioglimento del parlamento con una crisi pilotata è stata “raffreddata” dalle dichiarazioni del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e da quelle del presidente del Consiglio, Mario Monti, che ha smentito il percorso “guidato” di chiusura che gli veniva addirittura addebitato.

Per quali ragioni le elezioni regionali sono così temute se si celebrano alla vigilia delle nazionali? In Sicilia il Pdl è frammentato e confuso, rischia una dèbacle di proporzioni clamorose, si dibatte fra impossibili primarie ed una forte conflittualità fra varie candidature. L’Unione di centro ha stretto un’alleanza di ferro con il Pd in Sicilia, ma non vuole andare alle politiche con l’ipoteca del partito schierato con il centrosinistra, temendo che ciò possa disorientare l’elettorato. Casini vuole che l’Udc venga percepito come il partito dei moderati in Italia, aspira alla rappresentanza di quest’area politica. Maurizio Lupi, qualche giorno fa, commentando l’apertura di Vendola (poi parzialmente rientrata) di un’intesa dell’Udc con Pd e Sel, ha perfino avanzato l’ipotesi di una espulsione dell’Udc dalla federazione dei partiti popolari europei.

Anche il Pd non appare affatto pronto ad affrontare le regionali e, soprattutto, per ragioni opposte a quelle di Casini. Teme che l’Udc ottenga ciò che chiede in Sicilia, la candidatura alla presidenza della Regione e poi si sgancia a Roma, tornando ai due forni (centrodestra o centrosinistra a seconda del bisogno).

Raffaele Lombardo, stando così le cose, ha finito con il rappresentare nell’Isola la linea Maginot ai partiti nazionali e non fa mistero della sua volontà di contrastarne “l’invadenza” a tutti i costi. È un ruolo cui ha aspirato da sempre e le circostanze, alcune non dipendenti dalla sua volontà, gli stanno regalando questa condizione “di privilegio”.