Falcone e Borsellino sono dei “Patrioti siciliani” e non degli “Eroi nazionali” che la nostra Patria onora con corone di fiori ad ogni anniversario per assicurarsi che siano morti e sepolti con annessi e connessi motivazioni e vicende politico/giudiziarie volte a condannare un popolo per autoassolversi. Partiamo dal clima infame e velenoso delle “menti raffinate” che li avversavano mentre erano in vita per capire come la mafio/partitocrazia comincia a preparare il terreno nel caso in cui i servitori dello Stato non si addomesticano al “sistema italiota” e cerchiamo di capire il perché ambedue i
magistrati dicevano ai quattro venti (amici, parenti e pubblicamente con articoli giornalistici e convegni) che la loro morte, puntualmente avvenuta, non era la mafia a decretarla anche se poi un “pentito alla Scarantino” con tre tronconi processuali (nove gradi di giudizio più Riesami, GIP e GUP) ha convinto la magistratura antimafia siciliana coordinata da
magistrati “piemontesi”, nel frattempo diventati anch’essi una consorteria mediatica di eroi antimafia, che Falcone e Borsellino erano “tragediatori” e che i corleonesi erano l’inizio e la fine di tutte le infami trame d’Italia.
Perché due magistrati eccezionali come Falcone e Borsellino, che erano i nemici giurati dei corleonesi e i più esperti in cose di mafia, fanno affermazioni di questo tipo e così gravi? Perché il giorno dopo la strage Borsellino vengono parcellizzate in varie Procure e seppelliti i dossier “mafia e appalti” delle “partecipate statali”? Il perché di tutto ciò lo trovate nelle parole di un altro nostro Patriota siciliano anch’esso morto perché con le sue indagini giornalistiche (come quelle giudiziarie di Falcone e Borsellino) aveva capito troppo da quest’Italia: Pippo Fava. Trascrizione di un’intervista fatta da Enzo Biagi a Pippo Fava nel 1983: Biagi: Giuseppe Fava, giornalista, scrittore catanese, autore di romanzi e di opere per il teatro. Fava, per i suoi racconti a cosa si è ispirato? Fava: alle mie esperienze giornalistiche. Io ti chiedo scusa ma sono esterrefatto di fronte alle dichiarazioni del regista svizzero. Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. Questo signore ha avuto a che fare con quelli che dalle nostre parti sono chiamati ”scassapagliare”. Delinquenti da tre soldi come se ne trovano su tutta la terra. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Bisogna chiarire questo equivoco di fondo: non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale… quella è piccola criminalità che credo esista in tutte le città italiane e europee. Il problema della mafia è molto più tragico e importante, è un problema di vertici della nazione che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l’ Italia.
Biagi: Tu hai fatto conoscenza diretta del mondo della mafia, come giornalista? Fava: Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell’una e dell’altra parte. Attraverso le cronache, le indagini che andavamo conducendo e che abbiamo puntualmente riferito sui nostri giornali. Biagi: Chi ricordi di più di questi tipi? Dei vecchi mafiosi, ad esempio? Sono cambiati? Fava: Un uomo sì. C’è un abisso tra la mafia di vent’anni fa e quella di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a casa di Genco Russo e, mi si perdoni il termine, sono stato l’unico ad avere l’onore di intervistarlo. Ad avere un memoriale firmato che iniziava con le parole ”Io sono Genco Russo, il re della mafia”. Genco Russo governava il territorio di Mussomeli dove, da vent’anni, non c’era stato non dico un omicidio ma nemmeno uno schiaffo. Non c’era un furto, tutto procedeva in ordine, nella legalità più assoluta. Era la vecchia mafia agricola, la quale governava un territorio di una forza straordinaria che il mondo di allora non poteva ignorare. Controllava tra i 15 e i 40mila voti di preferenza. Nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinate. Era sufficiente che Russo spostasse quei voti non da un partito all’altro, ma anche all’interno dello stesso partito per determinare la fortuna o meno di un uomo politico. Ecco p erché poteva andare alla Regione Sicilia e spalancare con un calcio la porta degli assessori: lui era il padrone. Poi la società si modificò e i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo. I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Anche al massimo livello. Si fanno i nomi dei fratelli Greco. Si dice che siano i mafiosi vincenti a Palermo, i governatori della mafia. Non è vero: sono anche loro degli esecutori. Sono nella organizzazione, stanno al posto loro. Un’organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l’anno. Più, se non erro, del bilancio di un anno dello Stato italiano. E’ in condizione di armare degli eserciti, di possedere
flotte, di avere una propria aviazione. Infatti sta accadendo che la mafia si sia impadronita, almeno nel medio termine, del commercio delle armi.
Gli americani contano in questo, ma neanche loro avrebbero cittadinanza in Italia, come mafiosi, se non ci fosse il potere
politico e finanziario che consente loro di esistere. Diciamo che questi centomila miliardi, un terzo resta in Italia e bisogna riciclarlo, ripulirlo, reinvestirlo. E quindi ecco le banche, questo prolificare di banche nuove. Il Generale Dalla Chiesa l’aveva capito, questa era stata la sua grande intuizione, che lo portò alla morte. Bisogna frugare dentro le banche: lì ci sono decine di miliardi insanguinati che escono puliti dalle banche per arrivare alle opere pubbliche. Si dice che molte chiese siano state costruite con i soldi insanguinati della mafia. Biagi: una volta si diceva che la forza dei mafiosi è la capacità di tacere. Adesso? Fava: Io sono d’accordo con Nando Dalla Chiesa: la mafia ha acquisito una tale impunità da essere di ventata perfino tracotante. Le parentelesi fanno ufficialmente. Certo, si alzano le mani quando qualcuno sta per essere ammazzato, si cerca di tirare fuori l’alibi personale e morale. Io ho visto molti funerali di Stato. Ora dico una cosa di cui solo io sono convinto, quindi può non essere vera: ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.
Biagi: cosa vuol dire essere ”protetti”, secondo il linguaggio dei mafiosi? Fava: Poter vivere dentro questa società. Ho letto un’intervista esemplare, a quel signore di Torino che ha corrotto tutto l’ambiente politico torinese. Diceva una cosa fondamentale, una legge mafiosa che è diventata parte della cultura nazionale: non si fa niente senza l’assenso del politico e se il politico non è pagato. Noi viviamo in questo tipo di società, dove la protezione è indispensabile se non si vuol condurre la vita da lupo solitario. Questa vita può essere anche affascinante, orgogliosamente soli fino all’ultimo, ma 60 milioni di italiani non potranno farlo. Biagi: Vorrei fare a tutti una domanda: secondo voi cosa si deve fare per eliminare questo fenomeno? Fava: A mio parere tutto parte dall’assenza dello Stato e al fallimento della società politica italiana. Forse è necessario creare una seconda Repubblica, in Italia, che abbia delle leggi e una struttura democratica che elimini il pericolo che il politico possa diventare succube di se stesso, della sua avidità, della ferocia degli altri, della paura o che possa anche solo diventare un professionista della politica. Tutto parte da lì, dal fallimento degli uomini politici e della politica. Della nostra democrazia, così come con la nostra buona fede l’abbiamo appassionatamente costruita e che ci si sta sgretolando nelle mani.
Certo ne è passato di tempo da quell’intervista e tante cose sono cambiate certamente, infatti, la “seconda Repubblica” auspicata da Pippo Fava c’è stata e tante cose nella forma sono cambiate, ma nella sostanza? Sono finite le Lobby? Le Caste? Le Corporazioni? Gli Ordini? Le Logge massoniche? O la P2 che è passata a P3 e P4? Tranquilli! Tra poco arriva la “terza Repubblica” e ci dirà degli accordi e delle “trattative” dei corleonesi tra la prima e la seconda Repubblica, certo, sacrificheranno qualche uomo dello Stato della seconda Repubblica come successe con Bruno Contrada nella Prima Repubblica ma è necessario per saziare quel popolo drogato dall’informazione lombardo/piemontese, d’altra parte, le piazze (mediatiche) servono anche a questo e bisogna accontentare il popolo e farlo godere con le esecuzioni capitali spacciate per “Giustizia” dal “sistema italiota” che all’occorrenza sacrifica anche qualche suo uomo. Da siciliano “dissidente” critico e attacco le istituzioni italiane che hanno una visione politico/giudiziaria colonizzatrice della Sicilia e sapendo che pur contrastandole vanno comunque accettate, anche se a costi elevatissimi, non avranno mai il mio rispetto perché non mi rappresentano, infatti, non mi arrenderò alla strumentalizzazione delle medesime, come è sempre successo nel nostro Paese, finché non smetteranno di ostacolare “illegalmente” il nostro destino di “Popolo siciliano” con la sua “regione siciliana” Autonoma. Anzi, in virtù delle mie convinzioni relative ad uno Stato che ha
usato e strumentalizzato “cosa nostra siciliana” per dominarci, voglio fare un’ulteriore considerazione/provocazione: chissà se in questa visione colonizzatrice di questa Patria matrigna che necessitava del sodalizio con “cosa nostra siciliana” con le sue funzioni di “Stato nello Stato” che accampava pretese di “pizzo” del 3% con obbligo di
sub/app alti alla mafiopartitocrazia romana filo lombardo/piemontese che si fottevano il 97% sui contributi e i finanziamenti della “Cassa Del Mezzogiorno” per noi non era ancora peggio? Purtroppo non ci sarà mai possibilità di saperlo perché in questa Patria matrigna è Tabù fare una seria analisi storica.
Concludo con una ovvia considerazione per evitare facili strumentalizzazioni da “cacauova” e persone frustrate:
le Istituzioni e lo Stato italiano nella sua espressione politica e giudiziaria sono rappresentati da uomini e sono fermamente convinto che la maggior parte di loro siano persone per bene, tuttavia, la parte minoritaria è comunque dominante perché riesce a mettere a segno le infamie sopra descritte soverchiando la restante e pur maggioritaria parte. Come mai? Perché non basta essere o sentirsi persone per bene quando si è più o meno servi consapevoli di un
“sistema italiota” confezionato dalle logiche della Mafio/partitocrazia.
Paolo Faraone










Un commento a "Falcone e Borsellino? Patrioti siciliani, non eroi nazionali"
L’amico Paolo con la sua analisi ha voluto cogliere alcuni aspetti della lotta alla mafia, riportando la famosa intervista di Enzo Biagi a Giuseppe Fava, che ricordo ancora oggi dopo oltre trent’anni circa. Quella sera, già tardi venne mandato in onda quell’intervista.
Ebbene oggi come allora appena si toccano i santuari del potere qualcuno ne paga le conseguenze, la settimana dopo morì Giuseppe Fava. Il potere che gestisce l’Italia non ammette svarioni alle interviste, chi alza la coperta scura e opprimente e cerca di far luce su molti fatti viene eliminato. E così è stato per Falcone per avere preso contatti con l’allora procuratore di Lugano Carla Dal Ponte in merito all’interrogatorio di un imprenditore bresciano che riciclava soldi della mafia in Svizzera. Quanto si vanno a muovere i fili della finanza allora scatta l’eliminazione. L’Italia è nata sulla bancarotta fraudolenda del regno sabaudo in mano al primo ministro Cavour e al socio Bombrini nella banca che gestiva la tesoreria dello stesso regno. In definitiva quando viene costituito il regno d’Italia nel 1861 vi è anche la conversione della loro banca in istituto di emissione. Oggi il sistema viene mantenuto con le principali banche italiane socie di banca d’Italia. Cosa volete che faccia questo istituto se non i desiderata dei vari IntesaSanPaolo, Unicredit, e mezzasalvata Montedeipaschi? Il Vaticano nella stringente situazione delle banche italiane che vogliono mettere mano sui patrimoni altrui per coprire le magagne nelle varie campagne dell’est europa, pensano ad appropriarsi… in modo legale . Le stesse che prestano allo stato ad un tasso superiore a quello praticato dalla stessa BCE a loro sui medesimi titoli. Oggi siamo in mano a banchieri a loro volta servi dei vari gruppi industriali superindebitati con le stesse banche che vanno a dettar legge e riscuotere interessi dai normali clienti. La lunga erosione e desertificazione a livello bancario-industriale della Sicilia ne è esempio. Un normale finanziamento a clienti siciliani deve essere approvato dalla sede centrale milanese… dagli stessi territori dove venne emessa la condanna a morte di Falcone…