di Antonino Cangemi -

Le ceneri di Pasolini sono sparse nei rioni popolari di Roma e di tutte le città d’Italia. Compresa Palermo. Evelina Santangelo, affermata scrittrice palermitana, le ha raccolto per regalarci “Cose da pazzi”, un romanzo corale intenso, vibrante, a tratti commovente, edito da Einaudi, la casa editrice che ha visto nascere e crescere il suo talento.

“Cose da pazzi” ha per protagonista il quartiere Spina, nel cuore della Palermo antica, degradata e brulicante di vita, a due passi dallo sfarzo del Teatro Massimo; un quartiere visto dagli occhi di un bambino, Rafael. Rafael, figlio di Marcello, operaio dall’occupazione sempre più precaria, e di Estella, colombiana finita in Sicilia, ha un amico del cuore, un compagno di scuola e di giochi dello stesso quartiere, il suo faro, il punto di riferimento e di emulazione: Richi. Richi, il più bravo a giocare a pallone, è un tipo spavaldo, sbruffone, dal carisma scolpito dalla durezza della vita, che la letale malattia non riuscirà a scalfire. Entrambi hanno un idolo, il bomber rosanero Miccoli, il cui cartellone col viso tondo e ‹‹il sopraciglio sinistro rasato ad arte›› spicca nell’edicola della piazza. Attorno a loro l’umanità variopinta di un sottoproletariato colto nella quotidianità di un’esistenza fatta di piccole cose, screzi, abitudini, espedienti, atavica povertà. Sono tipi grotteschi e talvolta stralunati, almeno come appaiono agli occhi dei due ragazzini, tutti segnati da un soprannome che li identifica: Scimunito col Bollo, Lilla la stronza, il ragioniere Pompa, Vito il barbiere, Maura la Grossa, il trans Fiorella. Vi sono pure cani randagi – Bumma, Ciccia, Fifa – che fanno parte del paesaggio, come in tutti i quartieri poveri di Palermo, assieme ai gatti dagli occhi luccicanti della Casa caduta.

E poi c’è la scuola, la professoressa precaria Rita, che si ostina a inculcare in quei ragazzi di vita lezioni di civiltà, che tenta di far capire che pagare il pizzo non è ‹‹un recupero di crediti›› ma un reato, e che in qualche modo riesce a insinuare in alcuni di essi, a cominciare da Rafael, barlumi di legalità.

La storia del quartiere scorre lenta, scandita da fatti minimali, avvenimenti apparentemente banali che si intrecciano rivelando consuetudini e un modo di affrontare la vita tipico del sottoproletariato palermitano. Ma poi è il momento di eventi tragici, quale la morte di Richi, che lascia nel cuore di Manuel una ferita insanabile. E qui che la narrazione volutamente modulata su toni dimessi – sì da cogliere senza retorica e con un linguaggio mutuato da quello parlato la quotidianità priva di clamori – s’impenna in pagine di autentica liricità, come quelle delle ultime scorribande dei due piccoli tra le strade di Palermo sino ad arrivare dalle parti del mare, presagio di un’amicizia fatta di spensieratezza giunta al capolinea.

Il quartiere, inoltre, in un breve volgere di tempo subisce un mutamento radicale. La speculazione voluta da una mafia che, attraverso personaggi sinistri, prende corpo sempre più prepotente nella vita dello Spina, fa nascere pub, nuovi locali, modificandone l’assetto e l’identità non solo paesaggistica. Il padre di Rafael perde il lavoro ed è costretto, per sbarcare il lunario, a fare il cameriere in uno dei centri di ristorazione in mano alla mafia. Sino a quando la famiglia, per sfuggire a una vita fatta di stenti e umiliazioni, non parte per Milano in cerca di riscatto. E a Milano si chiude la storia con un episodio –drammatico- che testimonia lo sradicamento di Rafael, il suo senso di appartenenza a quel quartiere e il legame sempre vivo con quella gente, un po’ matta un po’ fuori le righe, con cui è cresciuto.

“Cose da pazzi” è un romanzo che, pagina dopo pagina, cattura il lettore, rivelandogli una realtà cruda, descritta senza mai indugiare nel bozzettismo né nel pietismo, toccante in alcuni tratti e incisivo nei richiami civili (in tal senso la figura della professoressa Rita è esemplare). Ed è anche un romanzo in cui, come accade di raro, la capacità affabulatoria si coniuga all’introspezione sociologica.