di Massimo Costa* -

La manifestazione di oggi a Palermo a piazza Principe di Camporeale è nata da semplici cittadini e tale dovrà restare. I partiti e movimenti che hanno aderito, anche quelli a noi più vicini, tra i tantissimi che hanno sottoscritto l’appello pubblicato qualche giorno fa e le cui adesioni non abbiamo avuto il tempo di pubblicare, o quelle forze che hanno sottoscritto idealmente l’appello aprendo un dialogo e mantenendo la propria identità, dovranno rigorosamente astenersi da ogni tentativo di strumentalizzare o personalizzare questa manifestazione, che è e deve restare di Popolo.

Le uniche bandiere ammesse saranno quelle della Sicilia, cioè di tutti noi.

Si manifesta sotto la sede del Commissario dello Stato perché rappresenta, più di ogni altro, il soggetto da cui è partito un attacco premeditato, scandaloso e strumentale contro la Sicilia. Un attacco preordinato ad un vero e proprio colpo di stato, con il quale si sta tentando di sottomettere la Sicilia quando questa, finalmetne, si sta svegliando e sta reclamando i propri diritti costituzionali dopo decenni di droga assistenziale e di intermediazione mafiosa.

Oggi qualcuno in Italia (e soprattutto in Europa) ha paura di una Sicilia che si sveglia e vuole ridurci all’obbedienza.

Il Commissario dello Stato – lo abbiamo sostenuto già qualche settimana fa, in tempi non sospetti – è una figura che ha senso solo se è “terza”, cioè equidistante tra Stato e Regione, e se è presente l’Alta Corte per la Regione Siciliana, la sola corte costituzionale che ha il diritto di giudicare le leggi che hanno vigore in Sicilia. In assenza di queste garanzie diventa un superprefetto che commissaria in modo permanente la nostra Regione, mettendola al di sotto delle altre. Intanto le sue funzioni devono essere congelate, in attesa della ricostruzione dell’Alta Corte, e poi – se e quando questa riprenderà ad operare – potrà essere nuovamente nominato.

Qualcuno penserà che si tratta di problemi lontani dal vissuto dei nostri giorni, dai problemi drammatici con i quali i Siciliani oggi devono confrontarsi. Bisogna andare domani a manifestare anche per spiegare ai Siciliani che non è così. Lo Stato, tecnicamente in default, trattiene più di dieci miliardi l’anno dalla Sicilia, tenendosi le entrate ed accollandoci le spese. Con tutti gli errori fatti dai partiti italiani in Sicilia, e dai sindacati italiani aggiungo, gli stessi che oggi “gracchiano” invocando il Commissariamento, la Sicilia ha oggi i conti ben più a posto di quelli dell’Italia.

Ci diano quel che ci spetta. Ci facciano attuare il nostro Statuto. E così, solo così, potremo dare un lavoro ai tanti che oggi non l’hanno, redditi certi, tassazione moderata, condizioni favorevoli per l’imprenditoria, e servizi degni di un paese civile.

Continuiamo ad essere servi dei poteri forti della Penisola e saremo sempre un pozzo senza fondo di degrado. E se l’Autonomia speciale a qualcuno lassù non sta bene, che ci diano pure l’indipendenza. Sarebbe ancora meglio. Tanto non lo faranno mai.

Non dobbiamo avere paura di liberarci delle nostre catene. E non possiamo pensare di risolvere i nostri problemi restando a casa, magari dietro a un computer. Solo scendendo in piazza, sempre di più, sempre più numerosi, come sta accadendo in queste ore in Spagna, costringeremo a più miti consigli questi governi nominati da banchieri a rispettare i nostri diritti.

Oggi comincia la liberazione della Sicilia. Non importa se saremo 100 o 10.000. Il fiume ormai comincia a scorrere e tra poco diventerà una valanga irresistibile.

W la Sicilia!

*Docente di Economia aziendale presso l’Università degli Studi di Palermo