Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini hanno pareri diversi su tutto, ad eccezione della Sicilia. Sull’enclave isolano la pensano tutti e tre allo stesso modo: delenda Lombardo, bisogna distruggere Raffaele Lombardo che, come Silvio Milazzo, si è messo di traverso su tutto. E questa straordinaria concordanza di vedute in un oceano di conflitti quotidiani deve avere impressionato oltremodo il “sobrio” Mario Monti, se il presidente del Consiglio ha assunto una iniziativa del tutto “fuori norma” nella forma più che nella sostanza. Invece di una istruttoria, seppur breve e tempestiva  sullo stato dei conti siciliani o, al limite, l’invio di un commissario ad acta per rimettere in carreggiata i 600 milioni di euro in arrivo dall’Ue, ha affidato alle agenzie di stampa una lettera preoccupata sullo stato della finanza siciliana, regalando alle testate nazionali il colpo di teatro dell’anno, l’impossibile commissariamento del governo siciliano.

Libero e Il Giornale, i due quotidiani vicini a Silvio Berlusconi, hanno annunciato il fallimento della Sicilia, governatori e amministratori del Nord hanno rilasciato dichiarazioni preoccupate sulla crisi isolana, creando un clima da stato d’assedio. Il detonante perfetto per fare rinascere il vento autonomista che non spirava da mezzo secolo in Sicilia per le cattive prove della politica siciliana e della “specialità” e per la forza dei partiti nazionali, mai insidiati da formazioni territoriali.

La Sicilia è tornata al 1958, al milazzismo? No, il milazzismo fu un’altra cosa, nacque dalla disobbedienza dei leaders siciliani dei partiti nazionali al “regime” romano, soffocante e avverso alle prerogative autonomistiche. Fu un ammutinamento vero e proprio. Oggi tutto questo non c’è, ma la Sicilia si gode un isolamento politico senza precedenti. È governata da un esecutivo che non ha rappresentanti dei partiti nazionali, con l’eccezione dei finiani, che nell’Isola, sono sicilianisti o quasi.

Raffaele Lombardo, infatti, ha messo in piedi l’area di centro, definendola “Il Nuovo Polo”, cui aderiscono il suo Movimento, l’Mpa, ed altri schieramenti di stampo prettamente territoriale. A differenza di Silvio Milazzo, Raffaele Lombardo non può vantare una maggioranza nell’Assemblea regionale siciliana (26 deputati su 90), ma l’elezione diretta del presidente della Regione gli offre poteri e prerogative che il ribelle di Caltagirone (calatino, come Lombardo, originario di Grammichele) non si sognava nemmeno.

Milazzo fu scalzato dal ritorno dei grandi partiti nazionali, che si ripresero la maggioranza in Assemblea, Lombardo ha in mano i poteri che gli servono per dettare l’agenda elettorale che prevede, com’è noto, il ritorno al voto alla fine di ottobre.

Il governatore ha già annunciato le dimissioni per la fine di luglio, ma potrebbe anticiparle al 24 luglio, proprio in concomitanza del suo incontro, già calendarizzato, con il presidente del Consiglio a Palazzo Chigi. Vuole inoltre partecipare al Consiglio dei Ministri che abbia all’ordine del giorno la questione siciliana, come prevede la Costituzione (una norma gli regala il rango di ministro ed il diritto di partecipare alle riunioni del Cdm quando si discute di argomenti siciliani).

Alfano, Bersani e Casini non se ne staranno a guardare. Sono fuori dal governo tutti e tre e fortemente impegnati nella guerra di Sicilia, che potrebbe consegnare ai ribelli l’Isola alla vigilia delle politiche di primavera, facendo dell’autonomismo siciliano l’altro schieramento “antipartito”, che si aggiungerebbe al Movimento 5 Stelle, attivo anche nell’Isola. Per questa ragione le elezioni siciliane d’autunno sono diventate un problema.

La mossa del commissariamento, che è parsa ai suoi promotori come la mossa vincente per far fuori il governatore, si potrebbe trasformare in un boomerang con l’aria che tira. L’accento confindustriale alla necessità di “sfoltire” il parco-dipendenti regionali per evitare la crisi di bilancio, cui Raffaele Lombardo ha reagito con estrema durezza (“se qualcuno vuole che licenzi o ammazzi 50 mila padri di famiglia, vada a morire ammazzato”), ha offerto contenuti molto solidi al ritorno dell’autonomismo.

Insomma, non avrebbero potuto fare di meglio, o di peggio scegliete voi, per rafforzare Il Nuovo Polo siciliano, orfano dell’Udc di Casini. Chi vivrà, vedrà.