Le ammiraglie dall’informazione italiana addosso alla Sicilia. In prima pagina da alcuni giorni. Start-up con i il quotidiano del centrodestra, Libero, che marca La Repubblica da vicino, poi il Corriere della Sera, con editoriali ed interviste. La Regione siciliana sarebbe alla bancarotta e non è più nelle condizioni di fare da sé. Non solo per i conti in rosso ma   perché la sua classe dirigente ha dato pessima prova delle sue attitudini al governo.

Dopo la proposta-choc di Gianpiero D’Alia che annuncia una iniziativa parlamentare tendente per il commissariamento della Regione, al fine di evitare il default, l’ex presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo bello, in una intervista a Felice Cavallaro sul Corriere della sera,  chiede a Mario Monti di intervenire “superando l’autonomia” per evitare il “rischio Grecia”.

Lo Bello non accenna al commissariamento né all’iniziativa dell’Udc, ma di fatto si muove sulla stessa lunghezza d’onda, chiedendo una presenza di affiancaamento se non sostitutiva delle autorità regionali di governo al fine di scongiurare il default.

Mentre il leader Udc si muove, tuttavia, lungo la strategia disegnata dal suo partito a Roma, il dirigente della Confindustria “sfiducia” la classe dirigente siciliana, che deve le sue fortuna “esclusivamente su una capillare distribuzione assistenziale e clientelare delle risorse pubbliche, l’utilizzo disinvolto di assunzioni sotto forma di precari, forestali, corsi di formazione”.

Metodo Monti, dunque, anche in Sicilia. Una svolta “tecnica” per salvare il salvabile. Quante chance abbia questa idea di futuro per l’Isola è difficile prevederlo, di certo troverà forti resistenze in quell’area politica e, sotto certi aspetti “ideologica”, che guarda al malessere siciliano, non recente, all’interno di un rapporto perdente con lo Stato centrale.

Le colpe, insomma, non sarebbero siciliane, o solo parzialmente siciliane, perché la Sicilia avrebbe subito una sudditanza che ha snaturato la specialità dell’autonomia e impedito la crescita e lo sviluppo.

Comunque sia, fra i sostenitori dell’intervento sostitutivo e quelli dell’autonomia tradita da siciliani e governanti nazionali, ci sono personaggi di primo piano, intenzionati a battersi.

L’analisi di Ivan Lo Bello, non nuova invero, è assai severa: “La classe dirigente siciliana si sarebbe preoccupata di far nascere e crescere un bacino elettorale fatto di precariato e clientele, “causa di degrado civile, che ha compromesso la crescita economica”. Il governo Lombardo, osserva tuttavia l’ex presidente di Confindustria, sul Corriere, non è la causa di tutti i mali. Il problema non è solo Lombardo, afferma, c’è un pezzo di società che non si è reso conto della situazione attuale, densa di incognite.

“Se fossimo stati controllati dallo Stato noi siciliani, sostiene Lo Bello, non avremmo oggi trenta mila precari e trentamila forestali”.

Nel paventare il rischio Grecia, Lo Bello addebita a Lombardo di non essersi reso conto della gravità dei pericoli che la Sicilia corre, “ventimila regionali non si rendono conto che rischiano lo stipendio”. Che fare, dunque? “Occorre una operazione verità – suggerisce Lo Bello -, ci sono in bilancio crediti inesigibili, i residui attivi sui quali si regge il bilancio”.

Bisogna far presto, dice Lo Bello, se si vuole evitare il default.