Si legge nel PNR (Programma Nazionale di Riforma) presentato non molte settimane fa (una analisi che annualmente il Governo redige e che accompagna il Documento di Economia e Finanza): “Anche il settore della Difesa è stato oggetto di un profondo intervento di riforma, al fine di contenere e ricomporre la spesa e armonizzarla ai livelli di efficienza e funzionalità europei non solo militari, ma anche industriali ed economicamente sostenibili. Pur avendo un bilancio per la Difesa tra i più bassi d’Europa (0,84 per cento in rapporto al PIL, contro una media UE dell’1,6 per cento) l’Italia ha una spesa percentuale per il personale, rispetto al bilancio assegnato, ampiamente superiore alla media UE (70 per cento quella italiana, 51 per cento quella europea). Per le spese relative all’operatività dello strumento militare ed all’investimento residuano solo, rispettivamente, il 12 ed il 18 per cento. La riforma ha rivisto e riqualificato i programmi d’investimento ed attuato anche una contrazione della presenza territoriale, con l’obiettivo di una operatività più efficiente. In particolare, le principali linee di intervento attraverso le quali si intende operare sono costituite da riduzione complessiva del personale militare dalle attuali 186.000 unità a 150.000 e una ridefinizione dell’assetto organizzativo delle Forze Armate, con interventi di soppressione e accorpamento delle strutture operative, logistiche e formative, territoriali e periferiche”.
Giusto. Contenimento dei costi opportuno. Ma c’è qualcosa che la riforma delle Forze Armate, in questa logica, dovrebbe sancire nero su bianco: il taglio dei generali. In tutti gli eserciti del mondo le carriere militari si concludono tranquillamente per gli ufficiali con il grado di maggiore o colonnello e non casca il mondo se non si arriva ai gradi di generale. In Italia no. Da noi i generali – di esercito, aeronautica, marina e, aggiungiamo anche estensivamente, carabinieri e guardia di finanza – si sprecano. Sono più i generali che i soldati semplici. E per restare a carabinieri e guardia di finanza (anche se solo i primi fanno parte come arma dell’esercito) hanno generali anche ai comandi territoriali delle regioni e se non si inverte la tendenza finirà che a comandare una compagnia o una stazione in un paesino quanto prima andrà un generale. Che costa qualcosina in più quanto a stipendio. Per non parlare di Capitanerie di Porto comandate da ammiragli o di singole unità navali da guerra, per quanto di grossa stazza, al comando di ammiragli. Lo scenario non cambia affatto per le truppe di terra e per l’aeronautica. Insomma, mai come in questo caso il rassegnato e ripetuto adagio “un esercito di generali” non è una frase fatta.










