Quando un cucciolo arriva nella tua vita entra a far parte della famiglia. Cane, gatto, poco importa. L’affetto che si prova, nel vederlo crescere, correre, giocare è paragonabile a quello riservato solo alle persone più care. Impari a conoscerlo, a distinguerne il carattere e a capire cosa gli piace e cosa detesta. Ti accoglie ogni giorno regalandoti momenti di gioia e di puro divertimento. Poi, una mattina, capita che scappi dal cancello, lasciato aperto per entrare l’auto nel giardino di casa. Quando riesci a recuperarlo percepisci che qualcosa non va. Perde bava dalla bocca, sembra stanco, non si regge in piedi. E ti rendi conto che ha mangiato un boccone avvelenato. Bastano pochi attimi, minuti. Se non si arriva in tempo dal veterinario lo vedi morire tra le tue braccia. Un’esperienza terribile. Un momento di pura follia. Lo stringi forte, chiamandolo. Come se questo potesse restituirtelo. Ma lo hai perso per sempre.
Tra i più colpiti da questo fenomeno ci sono proprio loro, gli animali domestici e questa è solo una piccola parte del dolore che si prova perdendo i nostri amici a quattro zampe. Ma non sembra turbare più di tanto chi dissemina bocconi avvelenati in Sicilia, che secondo una recente indagine risulta tra i primi posti in Italia insieme al Veneto per diffusione del problema e numero di casi di avvelenamento. Si registrano in totale “il coinvolgimento di ben 151 cani, 124 gatti e di alcune specie selvatiche (aquila reale, tasso, storno e colombo)”.
La ricerca “non scientifica ma rilevante per i dati raccolti”, è stata condotta dall’europarlamentare dell’Idv Andrea Zanoni, che ha chiesto all’Ue di far rispettare “il divieto comunitario di utilizzare esche avvelenate che in Italia uccidono migliaia di animali ogni anno”. In Italia il fenomeno della disseminazione di esche avvelenate nell’ambiente “è ancora oggi molto diffuso – continua Zanoni sulla sua pagina web – Da un’indagine che ho condotto personalmente tra gennaio e maggio 2012 e basata su semplici segnalazioni di associazioni e notizie a mezzo stampa, sono emersi ben 282 casi di probabile avvelenamento in 11 regioni e 30 province italiane”. Secondo quanto riporta il documento, soltanto il 15% di loro (41 animali) è riuscito a sopravvivere, per il restante 85% (241 animali) non c’è stato invece nulla da fare.
Il fenomeno va contrastato, non solo perché è illegale ma soprattutto perché è inaccettabile.










