Per la rubrica “Il verso giusto” vi proponiamo il racconto di Rosanna Sanfilippo, intitolato “La piazza di Lina”
Provai un’immensa delusione quando, finalmente giunta in quella piazza, vidi quella piccola porzione di cielo, tutto sommato sereno, in quella giornata autunnale, racchiusa tra le mura della Chiesetta di San Biagio e le decrepite case del quartiere, adagiate l’una sull’altra, quasi a sorreggersi a vicenda.
Quella piazza rappresentava tutto il mio mondo di bambina felice!
E’ forse per questo che, nel mio cuore, ne avevo serbato un ricordo ben diverso da quello reale!
Qui avevo trascorso il tempo più spensierato della mia vita, l’infanzia, avevo passato tante ore liete assieme ai miei compagni di gioco, ma anche momenti tristi magari soltanto per un capriccio non soddisfatto, per una voglia di bambina non appagata.
Dopo trent’anni d’assenza, tornata nel mio adorato paese, percorsi, col cuore in gola dall’emozione, quelle stradine che mi avrebbero riportato nel mondo incantato della mia infanzia.
Ma, arrivata li, mi guardai intorno e, per la prima volta, mi accorsi di quanto piccola fosse quella piazza.
Oggi, certamente, potevo fare il paragone con le più belle piazze d’Italia e, sebbene, abitando a Bologna, attraversassi spesso piazza Maggiore, non avevo mai pensato che la piazza che portavo nel cuore potesse essere più piccola o men bella di quella.
Ad un tratto capii che non ero più la piccola Lina di una volta e, guardandomi intorno, per la prima volta mi resi veramente conto del tempo che era trascorso, degli anni che erano passati!
Ora tutto si stava svolgendo come al cinema, avevo riavvolto la pellicola sulla quale era impressa la storia della mia vita ed il film era partito da capo nella mia memoria, sempre uguale, come mille altre volte…
La memoria!…scrigno di ricordi, custode dei pensieri più intimi, di sensazioni mai svelate, di voglie mai appagate, di odori percepiti a fior di pelle!
Risentivo l’odore di fracido che in autunno emana la terra, bagnata dalle prime piogge che fanno seguito ad una torrida estate.
Rivedevo le foglie, color della terra, cadere giù da quell’unico albero e volare via come inutili pezzi di carta appena strappati e buttati via da un bambino capriccioso, spinte dal vento, intrufolatosi per quelle stradine, in una danza propiziatoria.
Anche adesso l’albero è spoglio e non per la stagione autunnale, ma perché ormai è solo un arbusto rinsecchito, testimone dello scorrere di tante vite che il tempo inesorabile ha portato via.
Chiudo gli occhi e sento ancora l’allegro vociare delle donne del quartiere nei giorni che precedono il tre febbraio, festa di San Biagio protettore della gola, la cui chiesa si affaccia su quest’unica piazza, qui nel quartiere del Rabbato.
Le donne si riunivano nella sagrestia per l’annuale fatica e dalle loro mani venivan fuori delle vere opere d’arte pur lavorando materie povere prodotto della nostra civiltà contadina, farina e acqua erano gli unici ingredienti.
“Cuddureddi” e “Cavadduzzi” rappresentano, i primi la gola, gli altri le cavallette, sono degli ex voto in ringraziamento al Santo protettore della gola e in ricordo di una leggenda secondo la quale, in tempi molto antichi, vi era stata a Salemi un’invasione di cavallette scacciate via per intercessione del Santo.
Sento ancora la fragranza del pane, che si sprigiona dal forno della parrocchia, diffondersi per la piazza dove noi bambini giocavamo.
Appena sfornati i piccoli pani, la donna più anziana c’è ne faceva dono di quanti riuscivano a contenerne le sue mani, grassocce e callose, unite insieme a mo’ di cesto.
Quanti ricordi in quella piazza! Le corse sfrenate finite male per quei gradoni acciottolati da piccoli sassi ovali, color della cenere, il pianto di bambina e le sgridate di mia madre!
Il Rabbato, nome questo attribuitogli dagli arabi, è uno dei quartieri che si trovano geograficamente più in basso rispetto al centro urbano del paese.
Salemi è un paese adagiato su una collina dove lunghe gradinate, degradanti verso il basso, collegano fra di loro le strade intagliate a semicerchio nella roccia.
Chiudo gli occhi e sento ancora il rumore del telaio provenire dalla casa di…Penelope, che, con ritmo spedito e costante, batte, in modo da legare ben insieme trama e ordito mentre, lentamente, nella parte inferiore del grande telaio di legno, consumato dalla fatica giornaliera, la tela cresce.
Faccio fatica a ricordare chi fosse quella… Penelope, forse zia Peppina o zia Sara, ma non ha alcuna importanza ormai!
Ora mi guardo intorno, ma le povere case di una volta, provate dal sisma del 1968, mi sembrano fantasmi di un tempo lontano.
Ai balconi, da dove pendevano gerani e si spandeva nell’aria un profumo di basilico e di bucato fresco ed erano stesi ad asciugare al sole assieme ai panni, pomodori e fichi, conserve per l’inverno, ora cresce indisturbata l’ “erba di vento”, nome comunemente dato alla Paretaria.
Non ci sono più persiane a celare l’intimità della famiglia e dalle grondaie di terracotta e dalle fessure dei muri pendono erbacce e bocca di leone i cui semi vengono portati lì dagli uccelli.
E’ mezzo giorno e a riportarmi alla realtà quotidiana sono i rintocchi della campana della chiesa, quel suono dolce e pacato, risveglia quella vita ormai immobile.
Vedo gli uccelli volare via, spaventati da quel suono, un cane che sbadiglia annoiato ed una vecchina sull’uscio che mi guarda incuriosita.
Le vado incontro nel vano tentativo di riconoscerla, le dico “sono Lina, figlia di…” e pronuncio il nome di mia madre e quello di mio padre, le dico che da piccola ho vissuto qui, ma che nel ’68, dopo il sisma, sono andata via dal paese, dalla Sicilia.
Quell’ anziana donna fa segno di riconoscere i nomi dei miei e mi invita ad entrare.
Per lei la vita non è cambiata, niente è cambiato, la piccola casa dal pavimento di mattoni rossi, il soggiorno primo ‘900 ed il Rosario dai grossi grani di legno, dono dei monaci della Terrasanta, appeso alla parete, tutto è uguale da anni.
Mi racconta dei suoi figli, andati anch’essi via, all’estero in cerca di fortuna; soltanto uno di loro è rimasto in paese ma, sposatosi, è andato a vivere nel nuovo centro sorto dopo il terremoto.
Qui è rimasta soltanto lei a contare ogni sera i grani di quel Rosario e i giorni che ancora le restano da vivere.
Poi, mi avvio per la stradina che costeggia la Chiesa, dove si trova la casa che apparteneva ai miei genitori, la rivedo; rivedo la scala esterna che porta al piano superiore, l’ “annatu”, da lassù un gatto mi guarda sornione, giù “u catoiu”, a cui si accede scendendo un gradino al di sotto del piano di strada, emana ancora un forte odore di stalla, di sterco antico.
Alzo gli occhi e vedo la nonna affacciarsi col “falari” di tela bianca, tessuto al telaio di casa, annodato alla cintola e quei capelli grigi tirati ben bene dietro la nuca, il suo viso rugoso e quel suo sguardo attento a ciò che succedeva in strada.
Sto sognando!!!
Come in un miraggio rivedo la piazza pullulare di vita, l’albero rifiorito, Mimma, Nina, Gasperino, Gino, Maria, Lina giocare al “tocco”,al “Pizzo”, alla “Ria”; rivedo la mia bambola di “pezza”, dai lunghi capelli di lana rossa, abbandonata sull’uscio di casa, sento ancora il rumore del “carruzzuni” per la discesa che passa per l’arco Pisano.
Ma è solo un sogno!…
Domani farò ritorno al mio presente.
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5 commenti a "La piazza di Lina, racconto
di Rosanna Sanfilippo"
Io sono di Salemi e sto a Salemi, per scelta e anche per fortuna, non me ne sono mai allontanata, vivo e amo questo paese e soffro perchè lo vorrei vedere diverso! Ma ho anch’io parenti e amici che sono emigrati. Lina è appunto una mia amica che vive a Bologna, è andata via da Salemi dopo il terremoto e ama come me, il paese. Una volta dopo tanti anni che era qui,è andata a vedere quella piazzetta dove giocava da bambina. E qual’è stato il suo stupore vedendola così piccola. Da questo sunto ho scritto questo racconto.Rosanna sanfilippo
Bel racconto Rosanna, carico di nostalgia e malinconia. E tu che stai a Bologna. Abbiamo tutti qualche piazza, qualche viuzza stretta zeppa di lucertole e cavallette da catturare, piena di ricordi carichi di gioia, spensieratezza, carichi di amicizia. Quanti amici, veri, quelli che ti restano fratelli e sorelle per tutta la vita, e la maggior parte dei quali ormai non vedo più da vent’anni almeno, quanti. Tu perchè sei a Bologna? E’ la mia più grande forma di rabbia, quella che mi rode dentro maggiormente. Non ho più i miei amici, i miei cugini, quelli delle corse in bici, non ho più il sapore dei ricordi insieme a loro. Solo nomi sono diventati, e insipidi messaggi su facebook. Chi me li ha portati via? Perchè siete tutti lì, a Milano o Bologna, a Torino, Padova e a Roma.? Perchè sono qui da solo, nella viuzza con le lucertole, Rosanna? Qual è il grande peccato da me commesso per il quale devo pagare il prezzo alto della solitudine? Mia madre è qui con me, non l’ho lasciata sola nella viuzza. Tua madre dove vive?
Ringrazio sentitamente la redazione per avere pubblicato il mio racconto e voi che l’avete letto, io sono molto legata al mio paese e più passa il tempo e, con la maturità, i ricordi si tingono di rosa e diventa necessario fermarli sulla carta affinchè non vadano perduti e diventino memoria storica di un paese, di una comunità. Tutti i miei racconti sono legati alla mia terra. Spero di farvene leggere qualcun’altro. Grazie Rosanna Sanfilippo
Vivo a Salemi ma sono nato dopo il terremoto. Talvolta, camminando per le vie piu’ remote del nostro bellissimo centro storico provo ad immaginare come doveva apparire quel microcosmo allora popolato dai nostri nonni e genitori. Leggendo questo passo di Rosanna Sanfilippo ho sentito per un attimo quelle voci della nostra identita’. Complimenti all’autrice.
La descrizione così chiara e precisa dei luoghi e la meticolosa e puntigliosa descrizione dei ritmi di vita quotidiana di un tempo, fanno rivivere e quasi materializzare al lettore dei flash, dei momenti di vita realmente trascorsa. Sembra essere uno spettatore in un film in 3D , in cui da qualunque parte ti giri… vedi, senti, ascolti .
Congratulazioni all’autrice !