di Giulio Giallombardo -

Una nuova “stella” della Nato brillerà nel firmamento militare siciliano. Lo storico Arsenale di Messina diventerà centro di eccellenza per lo smaltimento di navi da guerra da “rottamare”. L’Alleanza atlantica non lascia, ma raddoppia, proseguendo l’opera di espansione dei suoi presidi sul suolo dell’Isola, che si conferma vero e proprio fortino bellico in pieno Mediterraneo. Il nuovo progetto è nato da un accordo tra l’Agenzia Industrie Difesa, da cui l’Arsenale dipende dal 2001, e la Namsa, braccio esecutivo dell’organizzazione di manutenzione e rifornimento della Nato.

IL PROGETTO – Così una speciale commissione Namsa, entro la fine dell’estate, farà un sopralluogo all’Arsenale per gli ultimi controlli e procederà ad autorizzare l’arrivo dei primi mezzi da smaltire: unità navali fino a duemila tonnellate, quello che in gergo tecnico viene definito “naviglio sottile”. L’investimento previsto per realizzare questa “pattumiera” di scarti da guerra ammonta a circa 25-30 milioni di euro, finanziato da fondi militari, sotto l’egida dell’Agenzia Industrie Difesa.

BOMBA ECOLOGICA? – Per quanto si tratti di un progetto di “demilitarizzazione”, che presumibilmente salverà diversi posti di lavoro, minacciati dai recenti piani di riduzione del personale dell’Arsenale, il rischio è che si trasformi in una bomba ecologica nel cuore della città. L’area interessata si trova proprio sotto la “falce” del porto di Messina, nel bel mezzo del centro abitato. Si tratta, inoltre, di un piano tecnologicamente pionieristico per la Sicilia, le cui conseguenze ambientali dovranno essere ben vagliate dagli esperti, nella speranza che il business non soppianti il buon senso e la salute dei cittadini.

CREMONINI: “L’AMBIENTE PRIMA DI TUTTO” – Rassicuranti, a tal proposito, sono le parole di Gian Francesco Cremonini, a capo dell’Unità Operativa dell’Arsenale messinese. “Il principale problema per noi – ha spiegato a SiciliaInformazioni – è l’impatto ambientale. C’è un lungo iter da seguire per la realizzazione del progetto, e non andremo avanti se prima non supereremo tutti i controlli previsti dalla legge”. Le navi, inoltre, dovrebbero arrivare in Sicilia già ripulite dei principali rifiuti pericolosi, che sarebbero smaltiti altrove. “Si tratta di una struttura altamente innovativa – continua Cremonini – costituita da due container che occuperebbero uno spazio esiguo e non creerebbero scorie nocive, se non pezzi di vetro. Ma la strada da fare è ancora molta, i tempi di realizzazione sono di almeno un anno e mezzo”.

NO PONTE: “CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DI MESSINA” – “Non la pensa allo stesso modo, Gino Sturniolo, attivista di No Ponte. “Sulla pelle dei cittadini, esattamente come accaduto con il Ponte sullo Stretto, – si legge sul blog del giornalista Antonio Mazzeo – viene imposto ancora una volta un programma dall’insostenibile impatto ambientale, sociale ed economico e dall’assai dubbia rilevanza occupazionale. Per questo ci mobiliteremo contro la rimilitarizzazione della zona falcata di Messina, un’area d’importanza storico-urbanistica e di rilevante bellezza paesaggistica che deve essere invece tutelata e bonificata e divenire bene comune della città”.

PERCHE’ NON AUGUSTA? – Business militare, potenziale volano per l’economia locale o mostro ecologico da cui stare alla larga? Non lo sappiamo, i tempi non sono ancora maturi per dirlo. Ma la Sicilia ha proprio bisogno d’impiantare una struttura del genere per smaltire residuati bellici? Se è proprio necessario, perché, invece del centro di Messina, non sfruttare l’Arsenale Militare Marittimo di Augusta, che è già un punto d’appoggio per la Nato?

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