Il Governo Bonfiglio, subentrato ai precedenti nel 1974, teoricamente era ancora uno dei tanti governi di centro-sinistra. Nella realtà, però, con esso si comincia ad abbattere il muro che separava l’area di governo dall’opposizione di sinistra (muro in realtà già piuttosto basso sin dai tempi dell’esaurimento del milazzismo) e si comincia apertamente a collaborare fra le parti. Il passaggio dal centro-sinistra a quella che fu chiamata “solidarietà autonomistica”, cioè alla collaborazione di tutte le forze politiche costituzionali, dai comunisti ai liberali, con la sola eccezione dell’opposizione di destra dei neofascisti dell’MSI, fu un passaggio non rivoluzionario, quasi strisciante, che ancora una volta fece da “laboratorio” per un’analoga esperienza a Roma, quando dal 1976 al 1979 Andreotti governava con la collaborazione esplicita dei comunisti di Berlinguer.
I comunisti si avvicinarono a tappe all’area di governo. Dall’opposizione morbida al patto di fine legislatura, all’astensione, all’ingresso nella maggioranza di governo. Alle elezioni del 1976 imposero persino un loro uomo alla presidenza dell’Assemblea: dapprima Pancrazio De Pasquale, poi Michelangelo Russo.
La solidarietà autonomistica si lega alla presidenza di Bonfiglio, in cui cominciò un po’ in tono minore, e poi soprattutto a quella “forte” di Mattarella, finita in maniera tragica all’inizio del 1980 insieme alla stessa formula di governo. La presenza dei comunisti, bene o male, si fece sentire nell’area di governo, molto più di quella socialista, che a parte alcune prime riforme, si era trincerata nell’assessorato all’industria e rivolta ad una imprenditoria ed a professioni che in Sicilia facevano da fronda modernizzatrice rispetto all’immobilismo parassitario democristiano; modernizzazione che, peraltro, va presa molto con le “pinze”, trattandosi in buona sostanza di un’imprenditoria cresciuta largamente all’ombra del protezionismo e dell’assistenza regionale. I comunisti, invece, portarono veramente idee nuove, fondate su strategie di reale inclusione sociale di classi e strati sino ad allora realmente emarginati, ma con soluzioni politiche ed economiche che, alla lunga, si sarebbero dimostrate assai nocive per l’economia siciliana e per la stessa autonomia, avvitata ancor più di prima nella spirale della “crescita” assistita; crescita che ormai, in realtà, non c’era più. All’estremo opposto i liberali entrarono pure loro, poco a poco, nell’area di maggioranza, vincendo le resistenze antisocialiste, spaventate forse della lenta erosione del loro elettorato da parte della DC che rischiava di far fare loro la fine dei monarchici. Insomma governavano tutti, dato che i voti missini erano per definizione congelati in frigorifero. E in un “governo di tutti” la democrazia non poteva certo trarne vantaggio.
Bonfiglio diventa presidente nel marzo del 1974 e poco dopo, a maggio, si celebra in Sicilia, come in tutta Italia, il primo referendum abrogativo: quello sul divorzio. In quell’occasione, si ricorderà, vinsero i divorzisti (con il NO), prevalenti in tutta l’Italia centro-settentrionale, tranne Veneto e Trentino Alto Adige, e in Sardegna, contro gli anti-divorzisti (con il SÌ), prevalenti nelle due citate regioni del Nord-est e nel Sud. La Sicilia restò invece spaccata quasi esattamente a metà, facendo vincere i divorzisti con un risicatissimo 50,5 %. A suo modo in quell’occasione la Sicilia si distinse dal Sud, dando prova del fatto che il processo di secolarizzazione aveva messo ormai profonde radici. In questo quadro si deve registrare l’ultima estensione del diritto di voto, nel 1975, quando la maggiore età fu portata da ventuno a diciotto anni, nonché la riforma del diritto di famiglia, nello stesso anno, che pose i coniugi su di un piano di parità rispetto al precedente primato del marito, nella qualità di capo di famiglia. Erano riforme decise altrove, di cui la Sicilia era spettatrice passiva, ma i cui effetti arrivavano in Sicilia e contribuivano a cambiare lentamente il costume.
La solidarietà autonomistica si distinse da subito per una produttività legislativa e amministrativa prima sconosciuta. Furono soppresse le “scuole professionali regionali”, ma nel 1976 si sarebbe dato vita ad un sistema assistito e consociativo nella formazione professionale che col tempo avrebbe creato una burocrazia pletorica e complessivamente non rispondente alle finalità istituzionali. Si diedero subito norme per il ripopolamento ittico e provvidenze varie per i diversi settori dell’economia. Fu intrapresa la strada della sanità, di cui la Regione si sarebbe progressivamente accollata gli oneri, attraverso norme sul finanziamento della relativa spesa e sull’erogazione dell’assistenza ospedaliera. La Regione tentò anche di esercitare finalmente le proprie prerogative in materia di assicurazioni private, dando vita ad una Commissione regionale consultiva, ma le resistenze nazionali in questo campo furono fortissime e, fatte salve le poche compagnie già autorizzate dalla Regione, il controllo rimase sempre fortemente centralizzato.
Bonfiglio riaprì, con tatto, il contenzioso con lo Stato, ma soltanto sulla materia della devoluzione di funzioni amministrative. Nel 1975 così lo Stato passò alla Regione le competenze in materia di accademie e biblioteche, tutela del paesaggio e di antichità e belle arti, pubblica beneficenza ed opere vie, vigilanza alberghiera, pesca marittima. Centri di potere si spostavano da Roma a Palermo, con qualche beneficio dovuto alla maggiore attenzione alle esigenze locali, ma nessuna decisione realmente strategica veniva presa in Sicilia, forse – a dirla tutta – incapace di esercitare con pienezza tali poteri.
A fine anno (1975) la collaborazione tra DC e PCI è ufficializzata dal patto di fine legislatura. Un certo slancio riformista pervade il corpo ormai esanime della Regione. Si istituiscono i Consigli di Quartiere, ma la mannaia della giurisprudenza costituzionale condanna l’esercizio di tale autonomia, e costringerà in seguito la Regione a riformulare la riforma in termini di semplice decentramento di funzioni dai comuni, più che di creazione di nuovi enti. Nel complesso la riforma originaria era forse più dispendiosa ma più funzionale. Dopo la “cura” della Corte Costituzionale i Quartieri (poi Circoscrizioni) si trasformano in inutili assemblee politiche locali, fonti di spesa ma praticamente prive di funzioni. Sempre nello stesso periodo si insedia una “Commissione di studio per la riforma dell’organizzazione amministrativa regionale e del riordinamento degli enti locali”.
Questa attività di studio, che certamente denota il desiderio di interventi razionali e non più frammentari, si traduce effettivamente, nel febbraio del 1976, in nuove norme per l’amministrazione della Regione, degli enti locali e degli enti ospedalieri. Nello stesso mese giungono provvedimenti per il commercio e per la disoccupazione.
Il 1975 era stato l’anno di un incredibile successo elettorale per i comunisti di Berlinguer alle elezioni regionali nelle Regioni a statuto ordinario: il PCI aveva circa un terzo dei voti, appena sotto di un soffio dalla DC. Si parlava di “sorpasso”, il mondo intero tremava all’idea che i comunisti, sebbene nella versione “soft” ed eurocomunista, arrivassero al potere in Italia. Le elezioni politiche dell’anno dopo segnarono l’inizio della fine per il sogno comunista: il PCI andò ancora un po’ avanti, giungendo al 34,4 %, ma la DC ritornò al suo classico 38 % fagocitando gran parte dei piccoli partiti laici e dello stesso MSI-DN. In queste condizioni si rinnovò pure il parlamento regionale siciliano.
In Sicilia il partito comunista era guidato da un “forestiero”, il piemontese Achille Occhetto, allora giovane e pieno di seguito, ma il successo si risolse soltanto nell’inglobamento definitivo dell’ex area PSIUP, con il 27 % circa di suffragi e 24 deputati. La DC, invece, fece il pienone, con ben 39 deputati e più del 40 % dei voti. La Sicilia si confermava saldamente democristiana; i grandi comuni dell’Isola erano gli unici, tra le grandi città italiane, a non avere una giunta di sinistra. Gli altri rappresentati in Parlamento furono 10 socialisti, 9 missini, 4 repubblicani e 2 a testa tra socialdemocratici e liberali. Le altre liste, tra cui immancabili quelle siciliane e indipendentiste, come i “giustizialisti” di Catania o i “nazionalisti” di Palermo, ebbero soltanto l’onore della firma. I primi due anni scarsi della legislatura furono retti da un altro esecutivo di Bonfiglio, formato da democristiani, socialisti e socialdemocratici, con l’appoggio dei due partiti laici e dei comunisti. Poi sarebbe toccato a Mattarella che avrebbe imbarcato i repubblicani, restando con la stessa maggioranza parlamentare.
Fra i primi provvedimenti si ebbe quello sulla normativa relativa all’informativa democratica sull’attività della Regione.
Nel 1977 fu istituita la Consulta Regionale Femminile, furono riviste le norme di attuazione dello Statuto in materia di opere pubbliche e di demanio marittimo, la Regione fu dotata finalmente di una legge propria in materia di bilancio e contabilità, in cui si introduceva, in anticipo di un anno sullo Stato, l’obbligo del bilancio pluriennale (all’origine quinquennale, ma poi di fatto solo triennale). La Regione inaugurò anche un minimo di politica estera attraverso un “accordo di amicizia” tra la Sicilia e la Libia, la Libia di Gheddafi, poi ratificato dal Ministero degli Esteri, con cui si sperava, invano tutto sommato, di aprire nuovi spazi commerciali per le imprese siciliane.
L’anno successivo subentrava Mattarella al Governo e la collaborazione con i comunisti si andava rafforzando. Mattarella voleva “moralizzare” la Regione prima di andare a chiedere i propri diritti allo Stato. Ma lo Stato a quei tempi cedeva: il Fondo di Solidarietà Nazionale, per gli anni del 1977 al 1981, veniva incrementato dall’85 al 90 % delle imposte di fabbricazione riscosse in Sicilia. E, allo stesso tempo, la spesa cresceva in maniera lineare, se non addirittura esponenziale. La Regione per fare cassa smantella e aggredisce il Fondo Pensioni dei propri dipendenti, ponendo un’ipoteca sui conti pubblici che sarebbe pesata per molti decenni a venire.
Anche le norme sul Consiglio di Giustizia Amministrativa vengono riformate, per istituire anche in Sicilia il Tribunale Amministrativo Regionale, come giudice amministrativo di primo livello al pari delle altre regioni. Mattarella riesce anche a portare a termine una riforma e una risistemazione significativa dell’ordinamento del governo e dell’amministrazione regionale, seppure forse non all’altezza delle aspettative. Sono istituiti i consultori familiari. Sono emanate le norme per la programmazione economica regionale. Si dà finalmente una regolamentazione sistematica, nonostante una pesante impugnativa del Commissario dello Stato, alla materia urbanistica. Vi è però da dire che proprio quelli furono gli anni, nonostante gli sforzi del Governo, in cui le coste siciliane cominciarono ad essere devastate dall’edilizia abusiva per le case di villeggiatura, con veri e propri borghi nati dal nulla e senza alcuna programmazione urbanistica.
Nel 1979 si attua una delega sostanziosa di funzioni regionali ai Comuni, con cui finalmente la Regione impone una svolta rispetto al proprio tradizionale centralismo, certamente non conforme al dettato autonomistico statutario, nonché si registra anche una disciplina degli asili nido.
La Sicilia vota per la prima volta per il Parlamento europeo, ma queste elezioni non avrebbero avuto mai un rilievo politico reale a livello regionale. L’Europa è ancora lontana, sebbene lentamente penetra: la Sicilia infatti, con l’Italia, entra nel Sistema Monetario Europeo, incentrato sull’ECU, che progressivamente limita la sovranità monetaria dei singoli stati.
L’alleanza tra democristiani e comunisti non è priva di grandi contraddizioni. I grandi sponsor di questa alleanza sono proprio quei democristiani che sono più in odor di mafia, tra tutti Salvo Lima, passato ormai alla corrente andreottiana di cui è il capo in Sicilia. I comunisti pretendono di entrare nel Governo vero e proprio, ma il vento in Italia è cambiato e la pregiudiziale nei loro confronti diventa un veto. La Sicilia non aveva conosciuto gli anni di piombo – si disse “riserva di caccia” della mafia che non tollerava infiltrazioni – ma gli effetti politici dell’assassinio di Aldo Moro e del declino del Partito Comunista si fecero sentire anche in Sicilia. I comunisti escono dalla maggioranza già a febbraio; Mattarella va avanti, ma l’isolamento intorno a lui cresce di giorno in giorno.
A dicembre sono i socialisti a staccare la spina, proprio quando si stava approvando una riforma della pesca e quando l’entrata in vigore della riforma sanitaria e dell’istituzione delle USL aumenta il ruolo della Regione in materia sanitaria.
Non c’è però il tempo di avviare le consultazioni per un nuovo esecutivo. Mattarella, già politicamente distrutto e isolato, viene ucciso all’inizio del nuovo anno da Cosa Nostra, in un omicidio che i più informati inquirenti non esitano a definire non semplicemente “mafioso”, bensì “politico-mafioso”. Mai la mafia aveva osato tanto: colpire al vertice la Regione stessa. Era evidente che l’azione di Mattarella era entrata in piena contraddizione con alcuni interessi consolidati che si trovavano ben saldi in alcuni gangli deviati nel cuore dello Stato stesso. Quella parte deviata di Stato doveva far fronte comune con gli esecutori mafiosi perché Mattarella non rivelasse o denunciasse qualcosa di cui era venuto a conoscenza; fecero fronte comune contro la Sicilia, che ancora una volta era vittima del brigantaggio congiunto dei poteri forti esterni e dei delinquenti interni. La politica delle “carte in regola”, dentro l’ordinamento unitario e dentro i partiti unitari, fortemente voluta da Mattarella, alla prova dei fatti non aveva allora alcuno spazio politico per poter essere esercitata. Il sussulto di dignità della Sicilia autonoma si spegneva di nuovo. Per qualche mese il vicepresidente socialista Giuliano garantì l’ordinaria amministrazione. Dopo di lui con D’Acquisto, della corrente andreottiana, si apre una stagione completamente diversa.
Negli anni di Bonfiglio e di Mattarella l’Autonomia in parte riscatta se stessa, cerca di dare di sé un’immagine nuova in Italia. L’Italia di quegli anni, presa da ben altri problemi, non sembra accorgersi di questo cambiamento e tratta la Sicilia come la dipendenza di sempre, magari accordando qualche contentino ai fedeli servitori. Indubbio è il fervore legislativo ed amministrativo, ma questo dà luogo, in ultimo, ad una selva di posti e posticini di sottogoverno, a commissioni, a comitati, pochi dei quali realmente utili alla Sicilia. Si brandisce il vessillo dell’Autonomia, ma nessuna dinamica realmente autonoma si innesca in quegli anni, né le riforme possono realmente definirsi come di ampio respiro. Si può e si deve riconoscere finalmente il tentativo di un’onesta amministrazione e alcune opere di riordino. La generica moralizzazione non innesca processi di sviluppo economico, mentre sconta l’isolamento politico senza conquistare visibilità né reale popolarità. La tragedia del 1980, però, avrebbe realmente scosso gli animi in Sicilia e costretto ad una seria reazione anche lo Stato. In un certo senso, nel momento di massimo splendore del potere mafioso, l’arroganza di quel sistema cominciò a gettare i semi di una crisi di credito da parte della società civile che, alla lunga, avrebbe tolto linfa allo stesso sistema. Dopo Mattarella non si sarebbe mai più tornati alla mafia pervasiva, onnipresente, impalpabile, sostanzialmente tollerata, dei decenni immediatamente precedenti. Eppure la sua “normalità”, che ai tempi poteva sembrare rivoluzionaria, non scalfiva realmente la subalternità siciliana né il deficit di reale progettualità. Anche i rapporti esteri si insabbiarono nella pratica infinita dei sequestri di pescherecci da parte delle autorità tunisine. Questo galleggiamento, tutto sommato scadente, fu preso per rivoluzionario e la politica siciliana fu bloccata dall’esterno, ancora una volta, prima che potesse dare qualche segno concreto di cambiamento.
Negli anni della solidarietà autonomistica il bilancio regionale cresceva inesorabilmente, e con esso il numero di dipendenti della Regione, e dei suoi enti economici che si volle rilanciare senza troppo successo. Le basi del consenso furono certamente ampliate: non mancarono prestiti agevolati alle piccole e medie imprese e provvedimenti a pioggia un po’ su tutti i settori economici. Le risorse furono iniziate ad essere usate con criteri più razionali che in passato e, timidamente, si riaprì il tavolo con lo Stato sull’attuazione dello Statuto. Ma nessun risultato di politica economica apprezzabile fu conseguito, nessuna vera svolta, anzi può dirsi che l’assistenzialismo in quegli anni si sia eretto a sistema, anche grazie alla collaborazione esterna del PCI, facendo della Sicilia quasi un paese di socialismo reale non dichiarato come tale, in cui nulla dell’economia non sarebbe passato in un modo o in un altro dalla politica. Si presero provvedimenti per gli emigrati ritornati, si fornirono libri gratuiti per le scuole ed assegni per i licenziati. Si creò il “Comitato Regionale per la Prevenzione delle Tossicodipendenze”, il “Consiglio Regionale dell’Informazione” e persino la “Commissione Regionale per la Gioventù”. Forse, con occhi attuali, ci potrebbe essere anche un po’ di rimpianto per un momento in cui “mamma Regione” non lasciava indietro nessuno. Si attribuisce a Salvo Lima la celebre espressione “Quannu ‘a pignata vugghi, av’a vùgghiri pi tutti”. Ma, mentre quel po’ di rinnovamento che era stato lanciato, fu stroncato con la morte di Mattarella, la pratica clientelare e assistenziale rimase il principale lascito di quest’epoca che avrebbe condizionato il futuro e che difficilmente poi si sarebbe potuto sradicare.
* docente di Economia aziendale presso l’Università degli Studi di Palermo










3 commenti a "4/Un sussulto di dignità: la solidarietà autonomistica"
Gent.mo Cimino,
lei, con le sue peculiari informazioni e le sue “note di colore”, non fa che confermare ciò che più asetticamente ho cercato di riassumere nel pezzo di cui sopra.
Grazie, comunque per il contributo.
La “pratica clientelare e assistenziale” rimane oggi in Sicilia un grande problema che dovremmo tutti cercare di debellare, se vogliamo veramente progredire e soprattutto se vogliiamo il bene dei nostri figl.i
Illustre prof. Costa, unicuique suum. Non ad Achille Occhetto il merito della svolta autonomista, anche se, ricoprendo all’epoca la carica di segretario regionale, stampa del Nord e, soprattutto, i vertici nazionali del Pci a lui l’attribuirono. Occhetto, d’altronde, era stato spedito in Sicilia perché, da segretario nazionale della Fgc, secondo taluni influenzato dal suo vice, Massimo D’Alema, aveva definito le proteste giovanili del ’68, i soliti scioperi degli studenti per saltare le lezioni, mettendo così fuori strada il partito e, provocando, di fatto la nascita di quei gruppettari che tanto hanno fortemente condizionato le vidende di quel periodo. L’unico interesse dimostrato da Occhetto, a cui il partito aveva messo a disposizione una sorta di “dacia” dalle parti di Cefalù, durante le trattative che portarono alla stipula del cosiddetto “patto autonomista”, fu per la moglie dell’allora segretario della Dc Saro Nicoletti che, per evitare che la notizia si spargesse anzitempo, provocando interventi esterni, era solito ricevere lui e l’allora capogruppo del Pci all’Ars, l’amendoliano Pancrazio De Pasquale, il vero fautore della “solidarietà autonomista”, nella sua abitazione.
D’altronde, Pancrazio De Pasquale, per due legislature deputato a Montecitorio, era stato spedito all’Ars con il compito di porre fine a certi discussi comportamenti del gruppo parlamentare di Sala d’Ercole, i cui componenti, per almeno la metà, erano accusati d’essere sul libro paga degli esattori Salvo.
Il primo accordo ufficiale tra la Dc e il Pci siciliani (o meglio, tra il neo capogruppo della Dc Nino Lombardo, che aveva rimpiazzato all’Ars il noto senatore Barbarino Lo Giudice, e Pancrazio De Pasqualke) risale infatti, al novembre del 1967, quando fu abolito il voto segreto sul bilancio e, con la modifica del regolamento parlamentare, si consentì alla sola Dc e al solo Pci di poter chiedere il voto segreto sugli altri provvedimenti. Per chiedere il voto segreto occorrevano, e occorrono ancora, 12 deputati, ma il gruppo maggiore, dopo quelli della Dc e del Pci, era quello del Psi, guidato allora da Nicola Capria, che di deputati, compreso il socialdemocratico Pasquale Macaluso (era il tempo dei co-co), ne aveva 11. La collaborazione era quindi proseguita e, insieme, De Pasquale e Lombardo, realizzarono quella riforma burocratica che, entrata in vigore nel 1971, avrebbe dovuto più che dimezzare i dipendenti della Regione, portandoli da circa settemila a tremila. Riforma di fatto vanificata a partire dal 30 aprile del 1979, quando, imperante il consociativismo subentrato all’uscita di scena dei protagonisti di quelle vicende, spediti chi a Bruzelles, chi a Montecitorio, si determino con legge l’assunzione presso l’amministrazione regionale dei giovani appartenenti alle cosiddette cooperative giovanili. Dodicimila in solo colpo.