La corsa a Palazzo d’Orleans ha perso uno dei concorrenti più accreditati e prestigiosi, il senatore Gianpiero D’Alia, coordinatore regionale dell’Udc? La dichiarazione, recente, del senatore, non sembra lasciare dubbi. “Non sono candidato” ha detto in interviste e note di agenzia. È la seconda volta che D’Alia prende le distanze dalla candidatura. Nella prima mise le mani avanti, sostenendo l’inopportunità di parlare di nomi prima di decidere sul da farsi: alleanze e programmi, criticando con estrema durezza, l’affollarsi di autocandidature, soprattutto nel centrosinistra.

Successivamente con il consolidarsi dell’intesa, a Roma, fra il Partito democratico e l’Udc, e un avvicinamento fra i due partiti in sede regionale, il nome del senatore tornò ad emergere come il riferimento del “patto”. Ma negli incontri ufficiali fra i due partiti a Palermo, come ricorda D’Alia, non si è mai parlato di candidature. Ed in effetti le maggiori attenzioni sono state dedicate al rafforzamento dell’asse Pd-Udc attraverso una sorta di “prova d’amore”, per usare la metafora di Cracolici sul fidanzamento fra le due formazioni, e cioè la firma e la presentazione di una mozione di sfiducia al governo Lombardo.

Il senatore è apparso più interessato a questo episodio, cui annette grande importanza, che a tutto il resto. E la ragione è nota: si trratta di sancire, con tanto di firma da parte del Pd, una posizione politica fortemente sostenuta dall’Udc e avversata dai democratici che oggi la sposano. Il vantaggio per il partito di Casini è inequivocabile.

D’Alia è davvero fuori gioco? Se ha raggiunto l’obiettivo politico, trascinare il Pd dal sostegno all’avversione, non lo è affatto. Plausibile e, tutto sommato, giustificata la voglia di tirarsi fuori dalla competizione che vede nel centrosinistra, che dovrebbe sostenere la sua candidatura, due concorrenti assai agguerriti, come Claudio Fava e Rosario Crocetta.

Rimanendo nel torneo, D’Alia sarebbe rimasto un bersaglio per quasi quattro mesi. Ogni dissenso nella coalizione si sarebbe scaricato su di lui. Le motivazionmi di D’Alia, inoltre, appaiono inoppugnabili. La situazione finanziaria della Regione siciliana è molto pesante, la crisi ha colpito la Sicilia più che le altre Regioni italiane, i margini siciliani d’intervento si sono ristretti e il futuro governo si troverà ad affrontare problemi gravosi. Ragionamenti sobri e di elementare saggezza, rispetto ai quali D’Alia raccoglie più consensi che la sua candidatura nel ristretto cerchio di big.

In definitiva, l’invito ad occuparsi dei programmi prevale per buone ragioni di opportunità e di priorità. E se il passo indietro fosse mantenuto, non sarebbe il finimondo: il governo Pd-Udc non lascerebbe certo fuori il senatore, divenuto oggi il numero “due” del partito. Resterebbe semmai aperto l’interrogativo sul successore virtuale di D’Alia nella corsa a Palazzo d’Orleans.