(essepi) Ci sono i meravigliati, gli scettici, i delusi, gli sconvolti, gli indignati e gli ignavi, che non vogliono saperne niente perché tanto le carte li fanno sempre “quelli” e a distribuirle sono i loro compari. Il giudizio di parificazione e del Bilancio della Regione è una delle liturgie più rispettate in Sicilia, perché la Corte non ce l’hanno le altre Regioni e i magistrati contabili predicano al vento: ammoniscono, rimproverano, esprimono giudizi di condanna e assoluzione, ma poi non succede assolutamente niente.
La relazione del Presidente viene ascoltata in religioso silenzio, riferita con aria truce e indignata dai media e dopo tre giorni di lutto – dura tanto il dibattito – la vita riprende il suo corso. Il rispetto non costa niente, perciò viene mantenuto con tanto scrupolo.
E’ una interpretazione cinica della realtà? Probabilmente sì, ma non è né bara né edulcorata.
Le cose stanno così e il rito fa parte della immobilità, dentro la quale, tuttavia, avvengono tante cose strane. La prima: sfogliate i giornali, la rete e tutto ciò che vi capita: il bilancio viene raccontato come fosse un cosciotto di prosciutto durante la stagionatura, appeso ad una trave in un deposito nudo e crudo. Non c’è altro che quel prosciutto appeso, e invece non è affatto così: il bilancio è una cellula che vive all’interno di un meraviglioso pazzo mondo. Viene contaminata e contamina, se sta male fa stare male.
Ciò che succede nella cellula, inoltre, è scritto nel Dna, cioè nel suo passato lungo e sofferto, e si propaga per l’intero organismo continuamente. Immaginate il medico o lo scienziato che analizzi la cellula e ne riferisca le caratteristiche senza dar conto del contesto, delle contaminazioni, degli eventi indipendenti da essa. La diagnosi sarebbe semplicemente fuorviante, distorsiva, estremamente dubbia e pericolosa. Essa avrebbe unicamente il merito, disastroso, di permettere a chiunque lo voglia di giudicare le caratteristiche in modo opportunistico. La cellula verrebbe assolta o condannata come le ombre di Platone dentro la caverna. Le informazioni riferite dai media sul giudizio di parificazione della Corte dei Conti sono corredate da una carrettata di numeri messi insieme in modo avulso dal contesto e usati alla bisogna. La Corte ha fatto altro: ha descritto lo stato dell’arte, interpretandolo con le sue luci ed ombre, senza attraversare lo Stretto ma tenendo conto del contesto.
Il bilancio della Regione siciliana vive le pulsioni e gli umori di una crisi finanziaria di drammatica gravità, le risorse pubbliche nell’Isola sono ridotte all’osso, le famiglie si sono impoverite, le imprese traballano, i consumi diminuiscono e le entrate fiscali con loro. La Sicilia è seppellita dagli interessi di un debito gravoso e dalla responsabilità di essere di gran lunga la maggiore azienda dell’Isola: un cittadino siciliano ogni 25 – compresi i vecchi e i bambini – prende soldi dalla Regione siciliana (1 su 15 se facciamo i conti sulla forza lavoro); dipendenti della Regione siciliana sono 20.288 (17218 a tempo indeterminato, 3070 a tempo determinato), pagare i loro stipendi costa 1 miliardo e 84 milioni l’anno. Il Rapporto della Banca d’Italia ci ricorda che “tra le principali componenti dell’indebitamento in regione, il peso dei finanziamenti ricevuti da banche italiane e Cassa depositi e prestiti ha raggiunto l’82,5 per cento del totale, in aumento rispetto al 2010, a fronte di una riduzione della quota di titoli emessi in Italia e all’Estero”. Altro elemento su cui riflettere: “Alla fine del 2011 il debito consolidato era pari a 7,4 per cento; esso rappresentava oltre la metà del debito di tutte le amministrazioni locali appartenenti alle RSS e il 6,7 per cento di tutte le Amministrazioni locali italiane, che possono contrarre , consolidato delle Amministrazioni che possono contrarre mutui e prestiti solo a copertura di spese di investimento (nel 2011 il debito delle Amministrazioni siciliane e’ aumentato dell’113 per cento rispetto all’anno precedente). Al 31 dicembre 2011 il debito a carico della regione siciliana ammonta a 5,3 miliardi di euro e il 47 per cento del totale riguarda il prestito contratto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze per il pagamento dei debiti sanitari contratti fino al 31 dicembre 2005. In quale ambito e fino a che punto il migliore (o il peggiore) dei governi siciliani può muoversi, aggravando i problemi o aggiustando le cose? Qualunque governo manovra appena il 15 per cento delle risorse, forse meno, ma deve fare le sue scelte con un gigante in una cristalleria, muovendosi con grande circospezione. Anche in questa area di relativa libertà alcune decisioni sono obbligate. La recessione morde e un enorme numero di siciliani vive delle risorse regionali, direttamente o indirettamente. L’ente Regione è il core-business della Sicilia, in tutti i sensi.
I risparmi, seppur corretti, devono essere centellinati nella consapevolezza che in ogni caso produrranno effetti negativi, a meno che non siano sostituiti da pratiche virtuose, concepibili solo al termine di un corpo a corpo con le lobby che rappresentano interessi consolidati. L’analisi basata sull’entità dell’indebitamento, come parametro unico del buon governo e cifra del giudizio universale è inefficace, strumentale. Molti economisti, infatti, giudicano infatti un errore macroscopico tagliare drasticamente gli investimenti durante una stagione recessiva e credono invece che si debba agire in controtendenza con una politica espansiva per non abbassare ancora di più i consumi e aggravare la crisi. La Sicilia non possiede risorse di entità tale da correggere la spinta recessiva, ma ne ha in misura sufficiente per gettare sul lastrico molta gente. La questione chiave, dunque, è come si spendono le risorse disponibili. L’Assemblea regionale siciliana, e non il governo, ha promosso la maggior parte delle leggi di spesa, avvertono gli esperti, al contrario di ciò che avviene a Roma dove Palazzo Chigi “legifera” con decreti-legge e la fiducia in Parlamento, guidando le leve dell’economia, seppure in ambiti ristretti. Sulle leggi di spesa, d’iniziativa parlamentare o governativa, pende una spada di Damocle, “la pressione di interessi corporativi organizzati dai quali la giunta non è al riparo”, segnala il Presidente della Corte dei Conti, dott.ssa Rita Arrigoni.
Le angustie di bilancio, il gap di servizi, le ricadute della crisi in un’area estremamente debole, costituiscono elementi di valutazione ma non assolvono dagli errori il governo regionale. Qualche esempio: le consulenze sono troppe (la Sicilia si colloca fra le Regioni a metà classifica, ma in medio non stat virtus in questo caso); c’è un dirigente ogni otto impiegati, i permessi sindacali in Sicilia sono dieci volte maggiori della media nazionale. Qualcosa di buono tuttavia la si può mettere sul tavolo: la Sicilia ha diminuito del 77 per cento il deficit d’esercizio nel settore sanitario ed ha rispettato fino in fondo il patto di stabilità, riportando i conti del debito all’anno 2000, come avverte l’assessore all’economia, Gaetano Armao. Piangiamo con un solo occhio? No, con tutti e due: ogni siciliano, appena vede la luce, ha un debito regionale di 1050 euro (nel 2007 era di 438 euro), e un debito nazionale di 32 mila euro.
Sarebbe di grande conforto sapere che i candidati alla Presidenza della Regione siciliana, così determinati e vogliosi di servire il popolo, si misurassero con i problemi della finanza pubblica e ci facessero sapere come intendono affrontarli. Devono fare i compiti a casa, insomma.












2 commenti a "Bugie e intrallazzi: Sicilia
da salvare, a ogni costo"
Ha ragione, si tratta di un refuso perché è saltato “avuto” e il senso è stato disrtorto. Il testo corretto è, dunque, il segunrte: “Il giudizio di parificazione e del Bilancio della Regione è una delle liturgie più rispettate in Sicilia, perché la Corte non ce l’hanno avuta le altre Regioni e i magistrati contabili predicano al vento: ammoniscono, rimproverano, esprimono giudizi di condanna e assoluzione, ma poi non succede assolutamente niente”
Grazie per la segnalazione.
Purtroppo, nell’articolo, c’è un piccolo refuso. Era vero, infatti, fino ad una ventina d’anni fa che di Corte dei Conti, oltre a quella per la vigilanza sui conti dello Stato, esistesse solo quella per la Regione Siciliana, con uffici in via Notarbartolo. Poi, però, c’è stata la riforma. E l’annuncio fu dato nel corso di un convegno svoltosi proprio nella Sala Gialla di Palazzo dei Normanni, quando la Procura Generale fu trasformata in Procura regionale. E da allora ce n’è una per ogni regione, senza distinzione tra statuti ad autonomia rafforzata e statuti ad autonomia ordinaria. In sintesi, un’altra vittoria, seppur costosa, dello Stato nella marcia iniziata nel febbraio del 1944 per arrivare all’azzeramento delle “pretese” dei siciliani.