Non si può dire che le urne siano state benevole con lui, ma il rammarico più grande per Gioacchino Basile, ex operaio dei cantieri navali, è quello di non essere riuscito a diffondere le proprie idee: “La gente che ha saputo del mio messaggio ha capito, ma ha scelto a cuore spento…a speranza morta”.
Il nostro viaggio alla ricerca dei candidati sindaco che hanno animato le Amministrative di Palermo inizia da quei 235 voti raccolti dall’ex sindacalista, costretto a vivere lontano da Palermo perchè minacciato dalla mafia. Quella stessa mafia di cui ha denunciato le infiltrazioni in una delle poche realtà industriali del capoluogo. Anni di lotte e di battaglie per affermare il principio della legalità, rimettendoci anche un bel po’ di serenità nella vita privata.
Eppure i risultati elettorali sono stati deludenti, appena lo 0,11%
“Sotto l’aspetto dei numeri non potevo aspettarmi di peggio, ma grazie a Dio dal punto di vista ideale questa durissima realtà ha rafforzato la mia consapevolezza della sfortunata sorte toccata agli spiriti liberi nati a Palermo ed in Sicilia più in generale”.
Un comunista, ex sindacalista Cgil, candidato sotto le insegne di Forza nuova, forse la gente non ha capito. Lo rifarebbe?
“Per il mio sogno di verità e giustizia farei qualunque cosa legittimata dalle nostre leggi. I militanti di Forza nuova non sono certamente fra quelli che hanno qualcosa da nascondere sul fronte antimafioso; anzi li ringrazio per il supporto dato al mio ulteriore tentativo d’assalto al fortino dell’infamia democratica… la mafia che ha il volto delle istituzioni. Ho accettato la proposta degli amici di Forza nuova perchè mi hanno dato l’irripetibile possibiltà di gridare alla nostra gente la verità infame che mostra il volto del movente della strage di via D’Amelio”.
Un tasto su cui lei ha puntato molto durante la campagna elettorale. Che legame c’è con l’attualità palermitana?
“Non ho puntato molto sulla strage di via D’Amelio. Ho indicato i fatti inconfutabili e gli interessi che si sono difesi con quella strage. Il legame fra quella strage e l’attulità palermitana sta nel fatto che senza quella strage molto probabilmente Leoluca Orlando non sarebbe mai più stato sindaco di Palermo dopo l’estate del 1992. Di questi fatti ho preso coscienza solo nel febbraio del 2002″.
Resta il fatto che il suo nome entra di diritto nella storia dell’antimafia palermitana.
“Dopo 30 anni questa è stata la prima volta che i candidati a sindaco non hanno citato la parola mafia. Sono stato l’unico a farlo concretamente indicando mandanti, esecutori, fiancheggiatori e beneficiari di Cosa nostra. La risposta dei palermitani, di quella che ritenevo fossero la mia gente, è stata in piena coerenza con la sorte che la storia ha assegnato a moltissimi di loro. Il silenzio di Leoluca Orlando ha certificato la fondatezza dei miei legittimi sospetti”.
A cosa si riferisce?
“Avrebbe dovuto chiarire dei passaggi amministrativi che riguardavano Fincantieri. L’Orlando della campagna elettorale, a fronte delle mie affermazioni sul volto della mafia che è quello delle istituzioni, pur provocato e sollecitato pubblicamente da me, stava rigorosamente zitto”.
Orlando o no, il risultato è stato deludente. In cosa crede di aver sbagliato?
“Non credo d’aver sbagliato. So invece che la mia vita è sempre stata segnata da scelte disperate che poi, grazie a Dio, al di là delle immediate apparenze, si sono rivelate sempre fruttuose irrobustendo i pilastri della verità che comunque emergerà anche dopo di me e malgrado le mie debolezze di uomo solo”.
Un sogno che continua in una città molto diversa da Palermo.
“Leggo molto. Vivo intensamente il bellissimo mare della costa triestina e le favolose montagne friulane. Viaggio come mai avrei pensato di fare nella mia vita, quando vivevo nella mia amata terra. Quando la nostalgia imprigiona l’animo, mi reco nel bellissimo promontorio sul mare del “Passo Rilke” che unisce Duino ed il suo Castello a Sistiana e Trieste. Da lì, estremo nord del Mediterraneo, è come affacciarmi da una terrazza che punta dritto in direzione della mia amata terra, dei miei sogni traditi e della mia vita data in olocausto all’inganno della Giustizia… Ma il monito di questa amara nostalgia non è la resa, ma l’avanzata verso la speranza a qualsiasi costo è fino all’ultimo mio respiro, perchè se sono forse pochi i nostri concittadini che lo meritano, sono troppi quelli che sono stati più sfortunati di me… ed io non li tradirò mai. Quando mi riferisco ai più sfortunati intendo segnalare anche la moltitudine che ha votato per una promessa ingannevole, che li sprofonderà ancor di più nel baratro della disperazione”.
Promesse ingannevoli….?
“Parlo di promesse ingannevoli che sprofonderanno la moltitudine dei palermitani nel baratro della disperazione, perchè ormai nel comparto politico-amministrativo ed economico più nulla regge. Davanti al baratro economico, che l’attuale crisi sta evidenziando, per il servile sud, e non solo, non ci saranno più strumentali motivi d’ordine pubblico che riusciranno a ricattare il governo centrale e l’Europa a soccorrere i tuguri clientelari, ma emergeranno i bisogni dei lavoratori onesti… quelli che fino a qualche tempo fa hanno lavorato e prodotto ricchezza”.
Lontano dai pericoli ma anche dalla sua città. Ne è valsa la pena o Palermo ha una memoria troppo corta e si è dimenticata di Gioacchino Basile?
“Chi pensa a me come a uno sconfitto non ha piena coscienza dei veri valori della vita. Rifarei tutto, perchè la mia storia è un contributo irripetibile per le sorti civili e morali dellla mia terra. Gioacchino Basile è in pieno cammino verso la luce… La rinuncia è una viltà che non posso permettermi, perchè in via D’Amelio ci sono sei valorosi uomini delle istituzioni che sono morti per sostenere ad ogni costo i valori della nostra Costituzione e dei nostri sogni di libertà. Rifarei tutto perchè moltissime volte ho confrontato la mia vita con quella di coloro che si sono venduti alle loro meschine convenienze… Loro hanno ormai il risultato definitivo della loro miserabile vita e io continuo a sognare…”.











