Questa non è la storia dei servizi segreti in Italia. È un’altra storia, è il racconto «dietro le quinte» delle persone che hanno lavorato per i sistemi di sicurezza del nostro Paese. Ma non solo.  

E’ l’incipit del libro  del giornalista Piero Messina, autore di “Protezione incivile”, e collaboratore di prestigiose testate italiane. Il breve capitolo che vi proponiamo prova che l’autore mantiene la promessa, eccome.

Negli anni gli archivi dell’intelligence si sono rivelati un buco nero, un esempio di cattiva organizzazione. Lo spiegherà a chiare lettere, ai componenti della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin (i giornalisti della Rai uccisi in uno scontro a fuoco a Mogadiscio, in Somalia, nel marzo del 1994), l’allora direttore del Sisde Mario Mori, convocato nel novembre del 2005: «Quando vi sono arrivato, il Sisde forniva un determinato numero di informative agli enti che avevano titolo a riceverle; a un certo punto, mi è stato contestato che avevo ridotto di molto il numero di informative che mandavamo in giro e io dissi che le avrei ridotte ulteriormente, avendo una certa idea al riguardo. Sono stato fruitore per tanti anni delle notizie del Sisde e del Sismi e le confesso, onorevole, che molte le buttavo nel tritacarte! Quando mi viene fornita una notizia che non posso controllare… io, come ufficiale di polizia giudiziaria, vengo messo in difficoltà, mentre non lo è magari chi la fornisce, non rivestendo tale carica!

È una questione di correttezza. Ho ridotto così di gran lunga le informative. Finché possiamo andare avanti con i mezzi che non sono della polizia giudiziaria, che ha molti più mezzi per accertare il vero o comunque per constatare i fatti, lo facciamo (quindi, facciamo i riscontri, chiediamo ad altre fonti, facciamo anche dei pedinamenti e delle osservazioni), ma quando i nostri strumenti o quelli fornitici da altri servizi – chiediamo anche notizie agli altri servizi – non sono sufficienti, trasmettiamo gli atti agli organi che hanno la polizia giudiziaria alle proprie dipendenze…

L’archivio del servizio è impostato malissimo. Ad esempio, non ho trovato un fascicolo su Bernardo Provenzano: ci sono 26 riferimenti a 26 fascicoli che trattano di lui. Quindi, stiamo facendo una revisione totale dell’archivio del Sisde proprio per evitare questi errori, che poi riemergono a distanza di tempo e fanno fare al servizio la figura di coloro [sic] che non vogliono presentare certe notizie agli organi istituzionali». La tesi del generale e prefetto Mori è condivisa anche 82 16/05/12 17.31 La salvezza della Repubblica 83 dall’ex agente segreto Emilio Ruisi. Nella sede centrale di piazza Lanza ha svolto, per anni, mansioni cruciali di sicurezza. «La gestione degli archivi» spiega Ruisi «è sempre stata un nodo cruciale della nostra attività. C’è anche da considerare la mole di informazioni che arriva. Nel passato era difficile selezionare rapidamente le tracce giuste da quella che Mori ha definito spazzatura. Tante volte si corre il rischio di sottovalutare degli episodi, dei piccoli spunti che arrivano dalle antenne presenti sul territorio, che poi, col passare del tempo, possono diventare temi cruciali per la sicurezza nazionale.»

A quattro anni dall’entrata in vigore della riforma, la gestione degli archivi è ancora lontana dall’essere stata organizzata, razionalizzata e completata. In Italia, lo ricorda il presidente del Copasir Massimo D’Alema, nel 2010 ci sono 108 archivi dei servizi segreti i cui documenti sono inaccessibili. Sono ancora nei depositi delle sedi dei servizi su tutto il territorio nazionale. In molti casi ancora deve partire la selezione delle carte e la trasmissione di quei faldoni al Dis. La gestione degli archivi dell’intelligence è, come vedremo in seguito, un tema strettamente connesso al concetto di segreto di Stato.

(Piero Messina, Il cuore nero dei Servizi. Bur, Rizzoli)