Si fa fatica a credere che siano la ricerca della verita’ e il bisogno di giustizia i bisogni di coloro che, da alcuni giorni hanno messo al centro della cronaca nazionale, la presunta trattativa fra Stato e mafia, oggetto di una inchiesta della Procura della Repubblica di Palermo. L’accusa di falsa testimonianza rivolta a due ministri, Giovanni Conso e Nicola Mancino, all’epoca dei fatti, rispettivamente titolare della Giustizia e degli Interni, e la successiva pubblicazione delle intercettazioni di conversazioni telefoniche fra Mancino e il consulente giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, hanno modificato “la ragione sociale” della questione, trasformandola in questione politica, se non addirittura elettorale.
Se il presidente della Repubblica, il Primo Giudice d’Italia, quale Capo del Consiglio superiore della magistratura, viene sospettato di avere interferito sull’inchiesta a causa di una lettera ufficiale inviata al Procuratore generale della cassazione, che sollecita il coordinamento delle indagini fra le tre Procure (Firenze, Caltanissetta e Palermo), e’ lecito chiedersi quali siano le reali finalita’ di chi mette in circolo sospetti e veleni e per quali ragioni. Non c’e’ chi non veda infatti nella lettera di Giorgio Napolitano un richiamo opportuno alla necessita’ di evitare una sovrapposizione dannosa e possibili dissensi nella loro conduzione delle indagini (peraltro verificatisi e prontamente superati) attraverso il coordinamento dell’attivita’ fra le tre Procure impegnate nella ricerca della verita’.
Al fine di non cadere nella trappola del sospetto, occorre a questo punto distinguere i vari profili della trattativa Mafia-Stato, oggetto dell’inchiesta, sgombrando il campo ad una dietrologia inquinante. La trattativa Stato-mafia e’ una questione giudiziaria, giuridica, etica, politica e – da poco – perfino elettorale. In piu’ porta con se’ un profilo affettivo, tristissimo che riguarda i congiunti delle vittime delle stragi, verso i quali bisogna avere grande rispetto ed attenzione, pur marcando la diversita’ fra le priorita’ della giustizia da quelle, legittime, di coloro che hanno perso i loro cari e pretendono, giustamente, giustizia.
Quanto sia importante questa distinzione lo si evidenzia con estrema nettezza proprio al riguardo dei congiunti delle vittime: nei casi di sequestro di persona e di liberazione dell’ostaggio, i congiunti hanno in gran conto la salvezza dell’ostaggio – e non puo’ essere diversamente – mentre lo Stato ha il dovere di sottrarsi a qualunque trattativa ad evitare di legittimarli e incoraggiare altri sequestri.
Quando il crimine si compie, e prevale il bisogno di giustizia e di verita’, solo modo di onorare le vittime, qualunque trattativa, anche quella che mira in buona fede ad impedire il ripetersi della violenza e l’assassinio, viene giudicata un’offesa alla memoria delle vittime. Questa estrema dolorosissima diversita’ fa capire meglio di ogni altra cosa quanta responsabilita’ debbano assumersi coloro che, al servizio dello Stato, ovunque esercitino la loro funzione, magistrati, poliziotti e governanti.
Cio’ premesso, la trattativa Stato-mafia, nello specifico, per i suoi svariati profili, non puo’ essere affrontata in modo rozzo, superficiale, sommario e, talvolta, strumentale. Per rispetto della giustizia, di coloro che sono morti, e per la civilta’ giuridica che il Paese si compiace di possedere. Poniamo, dunque, alcune domande di fondo: cerchiamo la punizione dei colpevoli, la verita’ storica, la vendetta? La strategia “di alleggerimento”, invece che l’attacco frontale, in un contesto complesso e pericoloso, e’ un reato su cui indagare o un comportamento da sanzionare moralmente e punire politicamente? Il primo problema, dunque, e’ la distinzione dei ruoli, la separazione dei profili: il piano giudiziario ed etico.
I portavoce dei boss che si fecero portavoce delle minacce dei boss, e i loro compari, devono salire sul banco degli imputati, questo e’ certo, ma il bisogno di giustizia, non negoziabile, deve convivere con un altro bisogno, la ricostruzione dei fatti che, come ha opportunamente affermato il giurista Giovanni Fiandaca, non si ottiene nelle aule dei tribunale, ma attraverso strumenti diversi.
Il processo e’ uno mezzo molto aggressivo che non scioglie la lingua ai testimoni dei fatti, ai protagonisti ed ai comprimari, prevalendo il bisogno di evitare sanzioni. Se e’ la verita’ che vogliamo, una storia condivisa e finalmente ricostruita, ci viene richiesto altro che il processo. Questa strada e’ stata battuta da piu’ di mezzo secolo e l’Italia e’ un Paese senza verita’.
Proviamo a chiederci per quale ragione, se abbiamo davvero voluto la verita’ o la punizione del nemico, senza per questo sentirci con la coscienza in disordine. La buona fede, infatti, vale per tutti.











Un commento a "Tutti sospettati. Trattativa,
Palermo divide l’Italia"
Ecco l’Italia….La cosa che mi fa più rabbia e’ la partecipazioni di m… alle manifestazioni di commemorazione.