Superata definitivamente la fase dell’autonomismo milazziano la storia siciliana non esiste praticamente più. Per decenni. Essa è sostituita da una cronaca politica, spesso di basso livello, quando non addirittura cronaca nera mafiosa, agganciata al carro nazionale di cui ripete in piccolo ogni fermento. È davvero difficile non vedere che la Sicilia esce sostanzialmente sconfitta dalla rivolta parlamentare del 1958/60, ma chi ne esce vincitore non è solamente lo Stato italiano e i suoi poteri forti, che possono tranquillamente rinsaldare le catene coloniali alle quali è legata la Sicilia, ma soprattutto una classe dirigente e politica di intermediari che da tale “sconfitta” traeva un dividendo politico inestimabile. I nuovi “baroni” della politica siciliana erano ora in grado di presentarsi a Roma come i garanti della fedeltà della colonia sicula e ottenere in cambio privilegi per sé e prebende di vario tipo per i loro “clienti”; prebende che in qualche modo avrebbero accresciuto la sensazione di benessere che la Sicilia, o una sua parte, viveva in quegli anni.
Tra questi “vincitori” sono da annoverare senz’altro anche i sempre più potenti “esattori” delle imposte, che hanno nel tempo costruito un sistema politico-economico di imponente forza. Ma anche quelli che sarebbero dovuti essere gli “sconfitti” vennero adeguatamente compensati. La collaborazione parlamentare tra i governi a guida DC e l’opposizione “di sua maestà” del PCI divenne una prassi comune. Persino il La Cavera non fu rimosso, almeno inizialmente, dalla SOFIS (la finanziaria delle imprese a partecipazione regionale) e finì per adattarsi al nuovo corso.
Dall’autunno del 1961 fino alla fine naturale della legislatura, nel 1963, il democristiano D’Angelo guidò governi di coalizione con la componente moderata e scissionista dell’USCS, socialisti, socialdemocratici e indipendenti di sinistra. Fu anche l’unica stagione in cui il “centro-sinistra”, ormai inaugurato, cercò di dar prova di una qualche spinta riformista: troppo recente era il ricordo del Milazzismo per tornare subito ad una prassi incolore. Lo Stato doveva accompagnare la Sicilia nel dimenticarsi della propria Autonomia, che pure a parole veniva celebrata e quasi “santificata”. A settembre arrivano “finalmente” le norme in materia di demanio e patrimonio da devolvere alla Regione: fu però fatto rinvio a decreti unilaterali da parte dello Stato per individuare concretamente i beni “di interesse nazionale”. Così il grosso dell’apparato infrastrutturale siciliano rimase saldamente in mano allo Stato, tradendo uno dei più importanti disposti dello Statuto: strade, ferrovie, autostrade, aeroporti, linee elettriche, e così via.
Altra concessione importante dello Stato in questi anni fu la determinazione del Fondo di Solidarietà Nazionale, non più determinato di volta in volta dallo Stato, ma agganciato all’80 % delle imposte di fabbricazione riscosse in Sicilia. Tale modalità di erogazione andrà dall’esercizio finanziario 1961/62 fino al 1971. Il Fondo così raddoppia, consentendo alla Sicilia la possibilità di interventi infrastrutturali veramente importanti. Ma anche qui c’è il veleno del tradimento: lo Stato “elude” l’obbligo di versare il Fondo secondo il dettato dello Statuto e dà ai Siciliani … le loro stesse risorse, o almeno una sua parte importante, limitandosi a ritardare il trasferimento di funzioni alla Regione, ciò che dava alla casta politica regionale, l’irresponsabilità sulla spesa essenziale ai servizi pubblici e grande discrezionalità nella spesa clientelare.
Con tutto ciò però è innegabile che la Regione, ormai “ricca”, si può permettere tanto investimenti infrastrutturali utili allo sviluppo, come la realizzazione del nuovo aeroporto di Palermo a Punta Raisi, quanto una politica sociale particolarmente generosa e attenta alle categorie più fragili, come ad esempio con la legge sull’assegno mensile ai minorati fisici e psichici irrecuperabili. La vicenda di Punta Raisi è tipica di quegli anni: se da un lato la “capitale” dell’Isola veniva dotata effettivamente di un grande aeroporto, rispetto a quello urbano e ormai praticamente inagibile di Boccadifalco, dall’altro l’ubicazione dell’aeroporto non era per nulla funzionale alla fruibilità dello stesso da parte dei cittadini della Sicilia centrale, quanto piuttosto agli interessi dei proprietari dei terreni che, in tutta evidenza, avevano maggiore forza politica.
D’Angelo interrompe la strategia tutto sommato liberista in materia mineraria e strappa gli ultimi zolfatari ai privati, con la costituzione dell’Ente Minerario Siciliano. Le condizioni dei lavoratori del settore migliorano sensibilmente; le condizioni di produttività non altrettanto. Subito dopo si dà vita all’IRCAC per il credito agevolato alle cooperative, che tanta importanza avevano nella base elettorale del Governo. Non vi è dubbio tuttavia che non solo aumentava il benessere ma questo era sempre più distribuito in una società da sempre assai verticalizzata. L’inurbazione di un nuovo ceto di impiegati diventava travolgente, a tratti selvaggia, soprattutto nella capitale. Il “sacco di Palermo” era ormai iniziato e l’antica città perdeva il suo volto liberty per diventare preda dei “palazzi” che ormai divoravano quella che un tempo era stata la Conca d’Oro.
Una caratteristica positiva poco valorizzata di questi anni tutto sommato grigi fu la grande stabilità amministrativa e finanziaria della Regione e degli enti locali. Fu D’Angelo, già nel 1963 a dare alla luce l’Ordinamento amministrativo degli enti locali siciliani, mentre sarebbe stato Coniglio, suo successore, ad approvare finalmente tutti i rendiconti generali della Regione che dalla costituzione erano ancora pendenti.
Le elezioni del 1963 sono le prime che non hanno quasi più nulla di “siciliano”. La DC è saldamente egemone con i suoi 37 deputati, seguita dai maggiori partiti di sinistra, poi dal PLI, poi dall’MSI. Ormai la Sicilia è solo un “pezzo d’Italia”. In Italia stravince Malagodi il liberale, e anche in Sicilia il PLI supera i neofascisti. In Italia comincia la scomparsa dei monarchici, e anche in Sicilia i monarchici prendono a stento un deputato. Socialdemocratici e Repubblicani fanno la loro regolare “ricomparsa” tal quali come a Roma. L’elettorato si ingessa in compartimenti stagni o quasi. L’anomalia “autonomista”, l’unica variabile siciliana, resta fuori dai quorum necessari alla conquista di una rappresentanza parlamentare, e si dissolve confluendo nei partiti italiani. La presentazione, fuori tempo massimo, del MIS, non suscita nessun esito. Poco dopo scompare lo stesso Finocchiaro Aprile, vero Padre dell’Autonomia, e da allora gli indipendentisti, soprattutto quelli dell’appena costituito Fronte Nazionale Siciliano, si limitano ad un ruolo di coraggiosa quanto simbolica presenza a quasi ogni appuntamento elettorale.
I Governi della V legislatura (1963-67) sono “centro-sinistra” regolarissimi con i quattro partiti di rito: DC – PSI – PSDI – PRI. Inutile seguire i singoli governi, della durata tutti di poco più d’un anno. In genere i nomi sono sempre gli stessi o quasi, che si alternano da un assessorato all’altro come in uno strano girotondo in cui ad un certo punto ci si sieda in una sedia o in un’altra. D’Angelo, al quale non può negarsi una certa ansia moralizzatrice, regge i governi sino a metà circa del 1964; poi neanche lui serve più e viene accantonato in una progressiva selezione verso il peggio. Segue il barone Coniglio sino alla fine della legislatura, personalmente onesto ma mediocre, ritenuto vicino agli “esattori”, e nettamente conservatore.
A poco serve il moralismo di D’Angelo o la costituzione a Roma della Commissione Nazionale Antimafia. Ormai Cosa Nostra è sempre più arrogante e decisa ad occupare la cosa pubblica. La strage di Ciaculli del 1963 segna un momento di sfida allo Stato ma anche una svolta; da lì in poi la mafia diventa impalpabile, “non esiste”, e nel frattempo comanda incontrastata in Sicilia. Le persone “per bene” non la vedono, “si ammazzano tra di loro”. Il casus belli dell’accantonamento di D’Angelo è il suo tentativo di moralizzare la SOFIS, ormai carrozzone pubblico immorale. Era riuscito a riformare i patti agrari, ma forse fu anche la sua ultima conquista. Anche lui, come gli autonomisti della prima generazione, era servito nella lotta “per” la colonizzazione della Sicilia ed ora veniva buttato via. Si scendevano a uno a uno tutti i gradini dell’inferno.
Toccherà a Coniglio “chiudere” il contenzioso finanziario con lo Stato nel 1965. La Regione di fatto rinuncia alla deliberazione di tributi propri (se non come una funzione eventuale, secondaria) e si accontenta della devoluzione dei tributi erariali. Il patto del 1946 è stravolto: la classe politica si prende quasi tutti i tributi erariali e, sostanzialmente, li spende come vuole. Di autonomia tributaria neanche se ne parla più. L’attuazione dell’art. 37 dello Statuto (tassazione in Sicilia dei redditi conseguiti da imprese che hanno altrove la loro sede) è tanto solennemente affermata quanto praticamente disattesa. Fra gli atti di una qualche importanza ricordiamo la trasformazione dell’ERAS in ESA nel settore agricolo, altro grande bastione di “sottogoverno” regionale, il passaggio di funzioni da parte dello Stato in materia di tutela del paesaggio e di antichità e belle arti, al solito secondo un approccio minimale e burocratico.
La Regione elabora un buon progetto economico quinquennale per il 1965-70 ma questo resta lettera morta, impaludato nei meandri dell’indifferenza della politica regionale. In compenso però nello stesso tempo ai deputati regionali è riconosciuto uno stipendio uguale a quello dei senatori della repubblica.
Nel 1966 registriamo la frana di Agrigento: fatto in parte naturale, ovviamente, ma anche segno del fallimento regionale e locale nella politica di gestione del territorio e dell’espansione urbana. In compenso si deve a Coniglio la trasformazione della società di partecipazione regionale, la SOFIS, in un vero e proprio ente pubblico regionale, l’ESPI, sorta di piccola IRI siciliana, così come la costituzione del Consiglio Regionale della Sanità.
Anche le elezioni regionali del 1967 non segnano alcuna novità che non sia il pallido riflesso di eventi nazionali: il flop dei socialisti e socialdemocratici uniti, la scissione a sinistra dei socialisti nel PSIUP, la piccola scissione presidenzialista nel PRI di Nuova Repubblica, che pure in Sicilia conquista un deputato, la sconfitta dei liberali, la lenta agonia dei monarchici, la sterile contrapposizione tra listarelle indipendentiste ormai irrilevanti. Insomma il “nulla” politico per una Sicilia ormai priva di storia propria.
I Governi, a parte un brevissimo monocolore balneare di Giummarra, sono divisi tra Carollo e Fasino. Ormai i Presidenti non sono più veri leader dalla forte personalità, come lo erano stati Alessi, Restivo, La Loggia o Milazzo, o anche lo stesso D’Angelo, ma pacifici e grigi “arbitri” tra le potenti correnti, ciascuna in lotta con l’altra per una fetta di potere. L’unica piccola variante era l’entrata o l’uscita dei Repubblicani dal Governo, che portavano il “sale” di qualche tensione morale e, con Natoli, anche un larvato indipendentismo. Le opposizioni di sinistra e di destra piano piano diventavano sempre meno “opposizioni” e collaboravano col governo nell’attività parlamentare.
La legislatura fu accompagnata, nel gennaio del 1968, dal terremoto del Belice, la cui “ricostruzione” fu più spesso occasione di vergogna nazionale che non di riscatto (con l’eccezione di Gibellina).
La Regione ha però ancora le spalle molto salde e può progettare interventi su strade e autostrade ovvero emanare provvedimenti per le isole minori. Ma il suo credito in Italia scende lentamente verso il basso.
Il 1970 è segnato da due novità non certo favorevoli alla Sicilia.
Una fu il definitivo affossamento dell’Alta Corte con un’altra sentenza ad hoc della Corte Costituzionale che giudica “superate” le competenze speciali in materia penale della stessa, non si sa molto bene su quale base giuridica.
Un’altra fu l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario. Per un verso questa non doveva pregiudicare le competenze di quelle a statuto speciale. E tuttavia la Sicilia, priva di forza autonomistica, cominciò da allora a subire un lento processo di assimilazione, sorta di attrazione irresistibile per i partiti centralisti. Già dal 1972 si sentì il bisogno, ad esempio, di modificare per la prima volta lo Statuto al fine di estendere la legislatura da 4 a 5 anni, con grande profitto dei “deputati regionali” eletti, che avrebbero potuto ammortizzare su un anno in più le loro spese elettorali: la prima durata era quella tradizionale del Regno di Sicilia che i padri statutari avevano pensato per la Sicilia, la seconda era semplicemente quella delle altre regioni.
Così le elezioni del 1971 furono le ultime a svolgersi dopo 4 anni dalle precedenti. I risultati furono ancora una volta la copia di quelli nazionali di quel periodo. La Democrazia Cristiana subì una pesante sconfitta; il movimento sociale ebbe uno straordinario successo; i Socialisti di Sinistra del PSIUP furono sconfitti e decimati all’ARS, mentre per la prima volta i monarchici uscirono di scena del tutto (l’anno dopo sarebbero confluiti nell’estrema destra che avrebbe preso per questo il nome di “Destra Nazionale”); fiorirono molte liste di estrema sinistra, più o meno “figlie” del ’68, fra cui curiosamente persino un partito comunista marxista-leninista della Sicilia, ma nessuna raggiunse il quorum per essere eletto; gli autonomisti dell’USCS, per l’ultima volta presenti, e gli indipendentisti, fecero la loro comparsa di rito nell’urna, ma senza risultati apprezzabili. Le politiche dell’anno dopo avrebbero confermato i risultati in parola.
Nonostante tutto il centro-sinistra, ormai privo di qualunque carica propulsiva, ripropose stancamente se stesso all’indomani del voto, con lo stesso Presidente Fasino, dapprima senza e dopo qualche mese con i repubblicani (come sempre unica piccola variante di quei tempi grigi e sonnolenti). Dopo seguì nuovamente Giummarra, ancora una volta con un breve governo di centro-sinistra di transizione. Il centro-sinistra, ormai screditato ed esaurito, volgeva al termine. L’apertura di Bonfiglio ai comunisti, dopo anni di collaborazione “strisciante”, avrebbe segnato una nuova fase tanto alla Sicilia, quanto poco dopo all’Italia con la collaborazione tra Berlinguer e Andreotti.
Tra il 1972 e il 1973 l’autonomia della Regione, non più difesa da alcuno, perde colpi. La riforma tributaria che introduce l’IVA e le imposte generali sui redditi spostano il luogo di riscossione di molti tributi fuori dalla Sicilia, e quindi ne riducono l’autonomia finanziaria. I decreti del 1965 in teoria non sarebbero stati più validi, ma il Ministero delle Finanze attribuendo discrezionalmente alla Regione alcuni tributi in sostituzione di quelli vecchi ora soppressi, li mantenne in regime di prorogatio, rinviando praticamente a tempo indeterminato per una modalità certa di attribuire risorse alla Regione. Inutile dire che la Regione praticamente non ebbe alcuna reazione. La riforma tributaria fece perdere persino il privilegio dell’azionariato al portatore, per le società residenti nell’Isola e via via altri istituti conquistati nei primi anni dell’Autonomia perdevano vigore, venivano svuotati, o addirittura del tutto azzerati da riforme legislative o da sentenze della Corte Costituzionale.
Ma la crescita senza sviluppo non era ancora interrotta. La Sicilia continuava nel suo lungo torpore; torpore che fu bruscamente interrotto dallo shock petrolifero del 1973. Fu anche allora che il divario tra Nord e Sud cominciò lentamente a crescere di nuovo. Ma l’assistenzialismo cresceva e prosperava, insieme al bilancio e all’organico della Regione. Nello stesso anno la Sicilia ottiene che il Fondo di Solidarietà Nazionale venisse portato dall’80 all’85 % delle imposte di fabbricazione riscosse in Sicilia (e così andò avanti con decorrenza dall’anno finanziario 1972 sino al 1976), ma la qualità degli interventi infrastrutturali gestiti con quel fondo divenne sempre più scadente e, ancora una volta, clientelare.
Proprio durante questo lungo sonno, agli immediati confini della Sicilia, un suo antico brandello, le Isole Maltesi, iniziavano il loro percorso di riscatto: indipendenti sotto la Corona britannica dal 1964, nel 1971 diventano paese non allineato con la vittoria dei laburisti di Dom Mintoff che intende cacciare del tutto gli inglesi, e che nel 1974, con la Repubblica, proclamerà la piena indipendenza dell’Isola. Questo antico pezzo di Sicilia in breve, con l’indipendenza, supererà in prosperità e autorità internazionale l’antica madrepatria sempre più marginalizzata.
Gli anni del centro-sinistra nel complesso vedono la Sicilia spettatrice di fatti politici, economici e sociali decisi altrove (si pensi, almeno, alla nazionalizzazione delle imprese elettriche del 1964). La Regione imprenditrice vive i suoi anni migliori ma sarebbe arduo affermare che quelle imprese abbiano creato un vero sviluppo imprenditoriale e men che mai cultura imprenditoriale. Anzi, semmai, può dirsi che ci sia stato l’effetto contrario: le iniziative imprenditoriali furono lentamente scoraggiate a favore del parassitismo politico. Le grandi iniziative economiche in Sicilia sono appannaggio di altri, ad esempio l’ENI, che usano questa terra come un possedimento qualsiasi in cui barattare qualche perlina colorata per i capi tribù locali. Il mondo politico si spegne, le opposizioni sono poco più che di facciata. Entra lentamente l’Europa, ma il fondo strutturale per l’agricoltura aggiunge essenzialmente un’altra fonte di protezione e di assistenzialismo ad un corpo sociale già decadente per i fatti suoi.
La mafia dilaga dentro e fuori dalle istituzioni, si estende persino in quelle province orientali dove non aveva avuto precedentemente alcun insediamento storico. Il distacco dei cittadini dalle istituzioni autonomistiche è massimo: non ostilità, ma soltanto indifferenza, o totale ignoranza, nei confronti di un’istituzione burocratica ormai incomprensibile e fine a se stessa. Il centralismo raggiunge in questi anni il suo massimo storico, mentre il sicilianismo raggiunge il suo minimo.
* docente di Economia aziendale presso l’Università degli studi di Palermo











