È uscito in libreria “Il vile agguato”, edito da Feltrinelli, in cui il giornalista Enrico Deaglio ricostruisce la complesse e oscure vicende che hanno portato all’attentato di via D’Amelio a Palermo, in cui fu ucciso Paolo Borsellino. Di seguito l’introduzione del libro.

Mi ricordo che era un palazzo giallo, brutto. Sarà stato  di dieci piani. Automobili carbonizzate, idranti, olio,  vetri dappertutto, vigili del fuoco, asfalto lucido. Una  sensazione di calore atroce anche solo a guardare la televisione.  Allora si diceva: come a Beirut, perché Beirut aveva  aperto le danze per questo tipo di cose. Oggi si direbbe:  come a Baghdad, dal nome della città che ha moltiplicato  Beirut per mille.

Era una domenica di luglio, anno 1992. Era successo  a Palermo, alle fatidiche cinque della sera, minuto più,  minuto meno.  Il giudice Paolo Borsellino era saltato in aria con tutta  la sua scorta. Dopo appena cinquantasei giorni se ne  saliva dalla terra verso il cielo, e andava a ritrovare il suo  amico Giovanni Falcone.  Da subito imparammo ad amarlo, forse ancora di più  del suo amico, e ne facemmo il nostro eroe, pubblico e  privato. Era un generoso, un buono, un uomo tutto d’un  pezzo, un coraggioso ma semplice, che la mafia aveva ucciso  perché lo stato lo aveva lasciato solo.

 Ora che sono passati vent’anni, non solo non sappiamo chi l’ha ucciso, ma innumerevoli versioni, ennesime  ultime verità, continuano a ucciderlo. Borsellino viene  continuamente riesumato in uno spettacolo macabro che  insulta la sua memoria e noi spettatori. È stato Scarantino.  No, Spatuzza. È stato Riina; no, i fratelli Graviano. La  polizia ha imbeccato Scarantino per proteggere i veri colpevoli.  È come piazza Fontana. È stato lo stato, lo stato  mafia, la mafia stato; il doppio stato. È stato Berlusconi,  o perlomeno Dell’Utri. Sono stati i servizi. Deviati. No,  quelli ufficiali. Sono stati Ciancimino e Provenzano. Sono  stati gli industriali del Nord. È stato il ministro Mancino.  Sono stati i carabinieri. È stato il signor Carlo (ma  chi è il signor Carlo?). È stato tradito da chi gli stava vicino.  La sua morte era necessaria alla trattativa. Anzi, era  l’essenza della trattativa. (A proposito – cos’è che stavano  trattando?) È stato un volontario, lucido sacrificio di Borsellino,  che si è offerto come vittima per salvare la sua famiglia.  È stata la prova della potenza infinita di Cosa nostra  cui nessuno può sfuggire. È stato il Fato, del quale  era in balia. È stata Palermo, un’intera città che lo ha  espulso.

Sono stati gli italiani: questo gregge meschino,  impaurito, egoista e senza memoria. Tale è stato il destino del nostro eroe; e l’Italia non è  un paese per eroi. Certo, ha avuto le statue, le vie, le piazze,  le scuole, i film e i telefilm. Ma il suo ricordo non è accompagnato  da quella soffusa malinconia che si sente per  chi ha dato un esempio, ha mostrato la via. Non rimanda  a tempi lontani che per fortuna non ci sono più, piuttosto  ci tormenta l’assenza di verità. La ricerca della verità  sul suo assassinio implicava un contributo di onestà, che  è stata soffocata. Difficile ormai che si possa recuperare  il tempo perduto, perché ormai quella stessa ricerca della  verità è strettamente connessa (i luoghi, i palazzi di giustizia,  i contesti) con la ricerca delle ragioni della disonestà  di chi doveva cercarla. E dunque, diventa un’impresa  quasi impossibile.

La nostra condanna sarà quindi di assistere a una continua  rivisitazione o manomissione della verità; alla costruzione di fondali, scenari, universi sempre difformi per “spiegare” quello che successe; o per consolarcene. Non  solo più per quello che riguarda il delitto, ma anche per  chi indagò sul delitto, o chi vi assistette passivamente.  Se il destino di Paolo Borsellino è stato quello di essere  ogni volta di nuovo ucciso dopo la sua morte, anche  con scempio del cadavere, purtroppo c’è motivo di credere  che continuerà a essere così.