Massimo Ciancimino torna in prima pagina. Non che l’abbia mai lasciata del tutto, ma ne è stato il protagonista negativo. E quando è così, gli spetta la pagina interna. E’ un riflesso condizionato o i media hanno finito con il volere bene ad uno dei protagonisti più assidui della cronaca giudiziaria italiana? E’ quella sua doppiezza, malandrina e accattivante, che prende al laccio i cronisti di giudiziaria e il mondo dell’informazione più in generale?  Chissà, sta di fatto che con il rinvio a giudizio di tre ex ministri – Conso, Mancino e Mannino – e degli ufficiali dei carabinieri coinvolti nella trattativa mafia- Stato, Massimo Ciancimino ha ritrovato lo spazio che gli apparteneva.

 Le vicissitudini che ne fecero un pericolo mestatore sono stati dimenticati: i traffici opachi con uomini della malavita, la dinamite nel giardino, le calunnie all’ex capo della polizia, la galera: tutto alle spalle. Tre volte nella polvere e tre sull’altare, come Napoleone Bonaparte.

Ed ora il colpo di teatro: “Mi porto con me un grande senso di colpa, la morte di Paolo Borsellino”.

 Si accusa Massimo e fa il mea culpa. Per quale mai ragione? Non era nessuno al tempo della trattativa, un ragazzo al servizio del burbero padre, ormai ridotto a dare una mano alle “famiglie” che aveva servito e patteggiare con lo Stato, per riprendersi uno straccio di vita, ormai devastata dai guai giudiziari. Massimo faceva il fattorino, aiutava don Vito nell’elaborazione del “papello”, prima che il posto – stando alle indagini degli inquirenti – non gli venisse scippato da Marcello dell’Utri.

 Perché debba sentirsi in colpa uno che non era nessuno, “nuddu mmiscatu ccu nuddu”, come dicono i siciliani, non si capisce davvero. O meglio si capisce, perché è così che Massimo ha attraversato, con ombre e brevi soddisfazioni, quasi dieci anni di vita. “Mi sento in colpa perché fummo io e papà a trattare. Paolo Borsellino è stato ammazzato per questa ragione, della trattativa non ne voleva sentire parlare”.

 Il senso di colpa è “propedeutico” alla verità. Senza quel senso di colpa, che permette alla verità di emozionare ed emergere, l’asserzione – inequivocabile – che la morte del magistrato sia stata provocata dalla sua contrarietà, non verrebbe presa in considerazione. E’ pur sempre uno che ha la dinamite nel giardino, traccheggia con la malavita, calunnia poliziotti. La sua umana pietas lo redime e gli concede il diritto-dovere di raccontare le cose come stanno. Si trattò e ciò facendo si condannò a morte Paolo Borsellino.

 Massimo Ciancimino, di fatto, manda sul banco degli imputati i tre ex ministri per le loro “inconsulte” iniziative tendenti a favorire un patto con i mafiosi (il ritiro del carcere duro), e moralmente ne fa addirittura responsabili della morte di Paolo Borsellino. Onestamente, ci pare troppo. Anche perché la trattativa con i mafiosi non se la sono inventati certo negli anni Novanta, visto che già allora c’erano i collaboratori di giustizia e che, tanto per dirne una, Tommaso Buscetta è uscito dalle galere americane e non è entrato che sporadicamente nelle patrie galere, grazie ad una trattativa, lunga e sofisticata, fra lui e coloro che, opportunamente, se ne servirono per entrare nei meandri di Cosa nostra.

Una cosa è patteggiare con l’organizzazione, un implicito riconoscimento di Cosa nostra, ed un’altra trattare con Mutolo, tanto per fare un esempio. Nel primo caso, inoltre, lo Stato deve aggiustare le sue leggi, non solo le sentenze, nel secondo, deve “assolvere”, concedere la libertà in cambio di rivelazioni utili.

Che cosa accadde quando la mano dai Ciancimino passò a Dell’Utri, avvicinandosi ad Arcore? Che cosa convinse i due ex Ministri, Conso e Mancino (sempre che sia provata la loro partecipazione), a ritenere utile trattare con i boss? Calogero Mannino, dal canto suo, nega di avere avuto una parte anche minima in questa storia. Ricorda, questo sì, di essere stato nel mirino di Cosa nostra, come tanti altri uomini politici e magistrati in quel tempo, ma di essere estraneo, totalmente estraneo, alla vicenda

Massimo Ciancimino si batte il petto e punta il dito sui trattativisti, chiunque essi siano, perché fu la trattativa ad uccidere Paolo Borsellino. Come faccia ad esserne così sicuro è un mistero nel mistero.

La cautela è d’obbligo. La storia giudiziaria dei processi per la strage di Via D’Amelio – con imputati disposti a farsi l’ergastolo, o incolpandosi di un crimine che non avevano commesso – è ancora viva nella memoria di tutti. Il “nemico” è infido. Molto infido.