Quanti hanno analizzato il fenomeno del terrorismo mafioso, esploso negli anni Novanta con le stragi del ’92 e ‘93, sono unanimi nel giudicare “anomale” le modalità degli attentati. Più che l’esito, Cosa nostra avrebbe avuto considerazione per le onde emotive che gli attentati avrebbero suscitato. Il “botto”, insomma, faceva parte del messaggio. Bisognava farlo sentire a mezzo mondo, nonostante fosse la sconfessione di una consuetudine secolare della mafia, che privilegia il delitto mirato. Un intervento chirurgico cui si affida l’espianto della parte “malata”, a beneficio della famiglia e come monito per chiunque. Il “botto” crea tensione, costringe anche uno Stato imbelle, incline a privilegiare il vile compromesso, a mettere in campo le risorse migliori. Per occhio di popolo se non altro.
I Pm che indagano sulle stragi, o l’hanno fatto in passato, sostengono, finalmente in chiaro, che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avrebbero potuto subire lo stesso trattamento senza incorrere nei rischi che, inevitabilmente, attentati così eclatanti avrebbero messo in conto. Non si può affidare ad un killer solitario l’incarico di fare saltare un pezzo di autostrada. E, nel caso di Paolo Borsellino, affidare agli esecutori, a quanto pare, il compito di “ripulire” la zona, per evitare di coinvolgere estranei.
Mentre i moventi non mancano – sia Falcone che Borsellino avevano in serbo tanta carne al fuoco – per giustificare la sentenza di morte, non se ne trovano per la “qualità” dell’azione scelta, il clamore che i crimini hanno suscitato.
La trattativa fra Stato e mafia, di recente, ha guadagnato terreno rispetto alle altre cause della strage di via d’Amelio, e su di essa si sono concentrate le attenzioni degli inquirenti. Nel riaprire le indagini sul delitto di Pio La Torre, segretario di Pci siciliano nel 1982, inoltre, sono stati trovati segnali di analoghe trattative anche in quei turbolenti anni, che decapitarono i vertici della Regione siciliana. Furono eliminati il capo del governo e del partito di maggioranza, il capo dell’opposizione, il più influente magistrato inquirente, ufficiali dei carabinieri e poliziotti. La Sicilia come la Colombia. Eppure, a quanto pare, lo Stato “trattava”.
La zona grigia non è mai scomparsa, e con essa la propensione al “dialogo” interessato con il crimine. La trattativa, dunque, non è apparsa come funghi nel biennio ’92-’93. C’è sempre stata, ha fatto parte della storia della mafia, che è storia di patti ignobili fra uomini delle istituzioni e mammasantissima.
Perché, dunque, alla trattativa del ’92-’93 si attribuisce il movente dell’eliminazione di Paolo Borsellino? Un magistrato competente sa che questa consuetudine maligna e sleale fa parte del “panorama”.
Ma c’è un particolare che rende ancora più subdola la vicenda: un collaboratore americano della giustizia, pezzo da novanta di pizza connection, Salvatore Amendolito, al tempo delle stragi si diede un gran daffare alla luce del sole per servire la causa della trattativa, conversando telefonicamente dagli Usa, con alcuni giornalisti italiani (fra gli altri, lo scrivente). Con quale scopo se non per veicolare attraverso i media ciò stava accadendo o sarebbe potuto accadere? Fece di tutto perché il suggerimento (formalmente non accolto) – di trattare con i boss “vittime” del 41 bis - divenisse la ragione dell’impazzimento di Cosa nostra. E’ possibile, a questo punto, analizzare gli accadimenti con una logica “estranea” alle investigazioni tradizionali?
Proviamoci. Giuseppe Vacca ha recentemente scritto che alla base della crisi economica in atto ci sia soprattutto il dualismo fra l’euro e il dollaro. L’antagonismo fra le due monete avrebbe provocato le crisi parallele, americana ed europea, dell’ultimo decennio. L’impossibile convivenza fra cosmopolitismo economico e nazionalismo politico, oggi, al pari del ’29, sarebbe la causa dei nostri terribili guai. Gli equilibri non si trovano perché il superamento dell’antagonismo fra dollaro ed euro creerebbe stabilità, e questa sarebbe apertamente osteggiata dai mercati, che hanno bisogno degli immensi spazi di manovra che la crisi regala per le loro incursioni.
L’apprezzamento e la svalutazione dell’euro, oggi, sono nelle mani della Germania che esercita, in modo unilaterale ed aggressivo, come osserva Vacca, la sua leadership nell’Europa dell’Euro. Tutto sotto controllo dunque, a causa del nazionalismo politico, garanzia d’ingovernabilità.
Ma nel ’92 la Germania era in braghe di tela e l’Europa si affacciava alla moneta unica grazie a Maastricht. Fu il terrorismo mafioso siciliano a convincere a suon di “botti”- con morti, lutti e crimini efferati - i popoli nordici che sarebbe stato molto meglio votare“no” nei referendum su Maastricht. Il dollaro si salvò, i servitori dello Stato no.
Fosse questo o meno il movente, la storia s’incarica di collegare i due eventi. E su questo nessuno può fare finta di non capire.










