Nei giorni successivi alla strage, dapprima quasi di soppiatto, poi sempre con maggiore autorevolezza, l’informazione ospita le opinioni dei pentiti. Ognuno dice la sua; meglio, gli viene consentito di dirla. Se un giornalista“qualsiasi”volesse parlare con un collaboratore di giustizia, dovrebbe avere l’autorizzazione ad incontrarlo. Se pretendesse un colloquio all’indomani di un grave episodio di mafia, la possibilità di ottenere risposte senza filtri sarebbe praticamente inesistente. Se il pentito sa qualcosa sull’episodio ha l’obbligo di rivelarlo alla magistratura e mantenere riservate le sue rivelazioni. Per garantire la sua sicurezza e tutelare le indagini. Dopo Capaci, queste elementari regole non sono osservate. I pentiti “cantano” a squarciagola. Talvolta, rivelano informazioni importanti. Antonino Calderone, per esempio,fa sapere che è tutto chiaro: la mafia ha organizzato l’attentato. La politica non c’entra.
Quale mafia?
Charles Rose, il procuratore di New York, è convinto che le cosche italo-americane disapprovano, ma l’FBI non ne è affatto sicura. Calderone non ha dubbi: prevede una nuova guerra di mafia. Com’è possibile, se hanno ucciso in pieno accordo? La decisione di uccidere Falcone, sostiene infatti Calderone, è stata presa da tutti i capi dopo la sentenza della Cassazione «che conferma gli ergastoli ai boss della cupola e la quasi certa nomina di Falcone a Superprocuratore…Un ergastolo scatena sempre la reazione più rabbiosa. La sentenza ha fatto perdere la testa ai corleonesi…Una strage così eclatante non è mai nell’interesse della mafia… A venire assediati dalla reazione dello Stato sono i mafiosi che stanno fuori». Calderone ammonisce: «Cosa Nostra tornerà a colpire. Potrà toccare a un magistrato, a un ministro, a un poliziotto. Cosa Nostra ha un taccuino e per ogni nome scritto arriva l’ora giusta. Doveva dare una prova di forza con Falcone…». Non è il caso di disperare, osserva però Calderone: «Ciò che è avvenuto, è segno di debolezza». Sembra preoccuparsi di stare in equilibrio tra palcoscenico e pubblico.
Nelle stesse ore, Gaetano Fidanzati, altro capofamiglia, accetta l’estradizione in Italia dal Sud America. Ha deciso di collaborare? Così rivela una nota d’agenzia, subito smentita. Ma chi non sopetta che l’accettazione dell’estradizione in Italia, sia stata preceduta da un accordo? Fidanzati è un teste chiave, anche nelle indagini di Falcone? Il 21 giugno 1989, l’attentato fallito a Falcone, avvenne nel regno di Fidanzati, l’Addaura.
In marzo del ’90 il colonnello dei carabinieri Giampaolo Ganzer scoprì l’esistenza di un piano della cosca Fidanzati per assassinare il giudice Di Maggio con un’autobomba. Di Maggio si occupava di riciclaggio, come Falcone e i due magistrati svizzeri. Il 20 giugno 1989 la vigilia dell’attentato all’Addaura Falcone aveva interrogato Leonardo Greco all’Ucciardone. «Signor giudice, esclama Greco, rivolgendosi a Falcone, vedo che lei è troppo abbronzato». Quella frase sarà interpretata come un avvertimento, dopo la scoperta dei candelotti all’Addaura. Ma l’episodio viene riferito solo il 14 novembre del 1990. Da «L’Eco di Locamo», non dalla stampa italiana.
Fu una minaccia? O una rivendicazione «preventiva»? Forse, né l’uno, né l’altro. Ma come si fa a non attribuire alcun significato alle parole di Leonardo Greco? D’accordo, anche la prima pagina della Bibbia non va presa alla lettera: Leonardo Greco è un boss del riciclaggio di narcodollari, coinvolto nella pizza-connection, insieme all’industriale bresciano Oliviero Tognoli ed al consulente finanziario Salvatore Amendolito. Entrambi collaboratori di giustizia «e non pentiti», precisa Amendolito.
Da parecchi mesi Amendolito inonda le autorità italiane di memoriali. Uno dei memoriali è inviato a Falcone, gli altri ai vertici dello Stato. Amendolito avverte da molti mesi gli italiani, da Washington, dove vive, che «la mafia ha aperto il fuoco contro lo Stato». Una guerra dichiarata, perché non verrebbero rispettate certe regole. Quali? I decreti sulla carcerazione preventiva, anzitutto. E i pacchetti anticrimine. La tesi è ardita: lo Stato ha rinunciato al diritto, usa la forza per combattere la mafia; di conseguenza, la mafia risponde con il terrorismo. Da che parte sta Amendolito? Tognoli lo accusa di essere un infiltrato della mafia, la magistratura italiana lo accusa di avere calunniato il capo della procura del Canton Ticino, Carla Del Ponte.
Amendolito sostiene che l’attentato all’Addaura è una messinscena tollerata dalla Del Ponte (e non da Falcone). Perché Calderone disegna l’identikit degli assassini sulla stampa invece che al magistrato? Perché su Fidanzati si sa tutto? Perché Calderone accusa «pubblicamente» i corleonesi che stanno in carcere? Chi ha ragione? Amendolito che profetizza una mafia solida, in grado d’impegnare lo Stato con azioni terroristiche? O Calderone, che prevede un conflitto «armato» fra le cosche e giudica «debole» la mafia?
Il pilotaggio delle rivelazioni
Due anni or sono Totuccio Contorno si fece intervistare dalla Rai-Tv. «La mafia è tra i giudici», sostenne solennemente. Quando gli posero la questione in altra sede, ritrattò. Come non sospettare il pilotaggio delle rivelazioni? Non guidato necessariamente dall’esterno: il complotto, i servizi deviati, la politica. Pilotaggio ad uso interno, funzionale alle vicende delle cosche, alla loro «politica», alla loro tattica nel confronto confronto con lo Stato.
I pentiti hanno il potere della conoscenza, dispongono di un credito talvolta illimitato, possono centellinare le informazioni, ritrattare o tornare a rivelare. O intimidire, minacciare con la semplice arte del silenzio. E quando usano l’informazione, il loro potere diviene enorme. Perfino il diavolo ha paura dell’inchiostro. Solo dell’inchiostro?
E i giornalisti? Ennio Flaiano ci definiva, con indulgenza, cuochi della realtà.
Tommaso Buscetta, che è un uomo d’onore, così egli ama definirsi, non ha dubbi: quando qualcuno passa dall’altra parte, non può tornare indietro; ha perso gli amici e gli amici degli amici. Il mafioso non parla, ma quando parla si taglia i ponti dietro. Totuccio Contorno, che è un pentito d’onore come Buscetta, viene però ospitato nella villa dei cugini Grado, che Contorno ha tradito con le sue delazioni. Significa che si possono reggere le due parti: l’importante è quello che si dice. Un antico proverbio siciliano ricorda: «II mafioso muore sbirro, lo sbirro muore mafioso». Il confidente, insomma, può restare in famiglia. Ma deve accontentare ora l’uno, ora l’altro. Delegittimare la delazione, oggi, sarebbe come togliere l’ossigeno ad un asmatico in crisi. E uno stato di necessità, più che una scelta di campo: quando si pretendono risultati, non c’è un’alternativa: bisogna sperare di reclutare un mafioso.
“E un’anima pia… Le persone da me accusate sono tutte innocenti”.
Lunedì 1 giugno 1992, una nota dell’Agenzia Ansa annuncia che il pentito Vincenzo Calcara ha inviato due lettere al ministro della Giustizia, all’Alto Commissario e al Presidente della Corte d’Assise di Palermo, davanti la quale si celebra il processo per l’uccisione del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, avvenuta il 13 agosto del 1980. Calcara ritratta il castello di accuse contro le famiglie mafiose di Castelvetrano. E dice di colui che prima aveva indicato come il capo (e successore di Lipari alla guida del comune), Antonino Vaccarino: «E un’anima pia… Le persone da me accusate sono tutte innocenti…».
Vaccarino era stato arrestato per associazione a delinquere alcuni giorni prima della strage di Capaci; tre uomini erano stati condannati già in primo grado all’ergastolo e un quarto uomo a 29 anni. «Calcara deve spiegarci perché sta ritrattando oppure perché ha accusato quelle persone», ha spiegato il Procuratore generale Luigi Croce. Perché, appunto. Le due lettere del pentito sono state spedite il 27 e il 29 maggio 1992, dopo l’assassinio di Falcone. «Le persone da me accusate sono tutte innocenti», ha scritto Calcara, rinunciando alla protezione per lui e la famiglia, tanto «nessuno ci farà più del male».
Calcara è colui il quale preannunciò un attentato a Paolo Borsellino sulla Palermo-Trapani. E se avesse mentito anche in questo? E se fosse un depistaggio? No, è improbabile.
L’onda d’urto provocata dall’episodio di Capaci ha raggiunto Calcara. Appena dieci giorni prima, Calcara aveva fatto di Vaccarino l’insospettabile boss di Castelvetrano, l’uomo che ordinò al tavolo di un ristorante l’eliminazione del sindaco. Dopo l’uccisione di Falcone, Vaccarino diventa «un’anima pia». I casi di ritrattazione sono innumerevoli. Spesso sono legati a richieste di protezione per il pentito e i familiari. Paura, sacrosanta paura.
Attorno a Capaci girano storie e personaggi inquietanti. Una disperata precisazione della moglie di Gaetano Fidanzati è arrivata ai giornali lo stesso giorno della notizia che Calcara ritratta tutto. «Mio marito, fa sapere la donna , non collabora, non parla… Lasciateci tranquilli».
Un’informativa dell’Alto Commissario antimafia
Sette giorni dopo l’eccidio entra nell’inchiesta una nota informativa dell’Alto Commissario antimafia. Sarebbe stata spedita il 7 luglio 1991 al gruppo investigativo della Guardia di Finanza. Il procuratore di Firenze, Pier Luigi Vigna, puntualizza di averla ricevuta solo «ieri», cioè il 28 o 29 maggio 1992. Secondo I’informativa si stava preparando un attentato ad un magistrato siciliano con congegni elettronici forniti da un gruppo che aveva le sue basi a Montecatini e Marciana di Romagna.
Vero o falso?
Se fosse vero, l’informativa avrebbe compiuto un percorso più lungo del messaggio inviato a Pearl Harbour, con il quale il comando della base navale veniva avvertito dell’imminente attacco giapponese. Da quell’episodio nacque una leggenda: il messaggio non doveva arrivare per tempo (e non arrivò). Tanto cinismo sarebbe servito per coinvolgere nel conflitto gli americani poco propensi a combattere. Leggenda, dunque; ma una leggenda credibile.










