Il tiro a volo continua ad essere una fabbrica di medaglie per l'Italia alle Olimpiadi. Dopo l'argento di Giovanni Pellielo nella fossa, a Pechino ne vince uno anche Francesco D'Aniello, il campione del mondo di double trap, battuto soltanto da un suo predecessore nell'albo d'oro iridato, il soldato americano Walton Eller, che spara non solo ai piattelli ma prossimamente anche sul fronte iracheno, come ha già fatto il berretto verde Jeffrey Holguin, oggi quarto. I Giochi sono però simbolo di pace e gioia, spazio quindi a quella irrefrenabile di D'Aniello, e al suo lungo pianto di gioia. "Avevo le lacrime agli occhi già quando ho sparato l'ultima coppiola - racconta D'Aniello - perché avevo capito che sarei arrivato secondo". Appena finita la gara il poliziotto di Nettuno che non ha mai giocato a baseball ("strano dalle mie parti...") e che sogna di conoscere il concittadino Bruno Conti ("spero che adesso la Roma esaudisca il mio desiderio"), si inginocchia con la testa fra le mani, piange a dirotto e non riesce più a rialzarsi: lo tira su di peso il ct Mirco Cenci, quello a cui avevano dato del matto quando nel 2005 decise di convocare ad un raduno della nazionale questo ragazzo, fino ad allora sconosciuto e tiratore per caso, che aveva visto sparare in una gara minore a Foligno ("ho capito subito che aveva le qualità tecniche giuste").
Le lacrime di felicità di D'Aniello e la dedica per la sua medaglia sono tutte per il figlio Michele, 4 anni, "la cosa più bella che ho, il mio bambino che amo tantissimo: questa gioia immensa e questo argento sono per lui, per ripagarlo del fatto che in questi ultimi mesi praticamente non mi ha mai visto, impegnato com'ero in giro per il mondo per gare ed allenamenti. Peccato, non ho potuto godermelo proprio adesso che ha un'età così bella. Ma appena torno a casa gli compro una ruspa di plastica molto più grande di quella che ha: glielo avevo promesso, e ci giocheremo insieme". Papà D'Aniello ha 39 anni, e ha cominciato a fare sul serio con il tiro soltanto dopo aver passato i trenta. E' diventato un campione consumando "almeno ventimila cartucce l'anno", prima faceva il poliziotto a bordo delle volanti di Torino e poi a Roma. Ma continua a guadagnare poco, "perché il nostro è uno sport povero, per questo faccio un appello al Parlamento italiano affinché approvi la proposta di legge presentata dal nostro presidente Rossi (deputato del Pdl n.d.r.) per detassare i premi alle medaglie olimpiche (nel suo caso 75mila euro n.d.r.), come succede qui in Cina per i loro atleti. Non è giusto incassare il 50% di quanto viene promesso". Il suo limite, anche quando è diventato un azzurro, era di non riuscire a reggere la pressione nei momenti decisivi. E' riuscito a venirne a capo dopo lunghe sedute con lo psicologo Alberto Cei, che in passato ha lavorato con Arrigo Sacchi e ha fatto diventare vincenti tanti altri campioni.
Ecco perché oggi D'Aniello, in una finale di alto livello (c'erano due ori olimpici, Mark e Faulds, e due campioni del mondo) e disputata in impianto pieno di gente che tifava per il campione di casa, non si è perso d'animo pur sparando sempre con il fiato del cinese Hu Binyuan sul collo: aveva già preceduto il cecchino di Shangai ai Mondiali dell'anno scorso, così è stato anche questa volta. D'Aniello lo ha staccato con gli ultimo nove 'doppietti' centrati di fila, e per Hu è stato solo bronzo, nonostante un aiuto abbiano provato a darglielo anche i giudici considerando buoni due piattelli 'dubbi'. "Ma Dio esiste - sottolinea D'Aniello - e infatti i giudici hanno considerato valido anche uno che forse non avevo colpito io". Poi si commuove di nuovo ripensando a Michele, le Olimpiadi sono un ricordo indimenticabile "mai però come quel giorno in cui si diventa padri", ed è difficile dargli torto.
di Alessandro Castellani