Lo spirito olimpico che aleggia ovunque i giochi si svolgano oppure, molto più semplicemente, due brave ragazze che uniscono all’amore per lo sport una lunga amicizia che niente, proprio niente può distruggere?
Le prime ore dei giochi cinesi ci hanno regalato molto di più di una medaglia d’oro, una speranza per questo mondo martoriato da conflitti economici, religiosi, militari. Mentre infuriava la guerra fra georgiani e russi in Ossezia, una russa e una georgiana salite sul podio, dopo avare ricevuto le medaglie, piuttosto che inneggiare alle loro bandiere, versando lacrime patriottiche, si sono abbracciate.
Un gesto naturale, sicuramente non preparato, sicuramente sentito. E stato un messaggio esemplare inviato agli uomini e alle donne della terra ma soprattutto a coloro che affidano alle armi, alle guerre, alla violenza la soluzione del disaccordo, della controversia, del contenzioso.
Una lezione per tutti, dunque.
Una volta tanto la retorica delle olimpiadi che realizzano un'oasi di pace e fratellanza, ottiene una testimonianza esemplare e può essere percepita per quella che è: l’agonismo sportivo, le regole non scritte della lealtà e del rispetto per gli altri, il superamento delle divisioni e della diversità etnica religiosa, culturale, politica, economica, sono una realtà possibile. Lo spirito olimpico non è solo una aspirazione, ma una realtà.
Forse stiamo dando più significato di quanto ne abbia, questo gesto delle due ragazze georgiana e russa, ma vogliamo credere fortemente in esso, come tante altre persone di buona volontà nel mondo.
I georgiani avrebbero voluto ritirare la loro delegazione di atleti dopo lo scoppio della guerra, e ne avrebbero avute di ragioni: in patria tanta gente stava morendo, le stesse famiglie degli atleti erano in pericolo; poi, dopo quell’abbraccio, sono tornati sulle loro decisione ed hanno deciso di restare, giudicando più importante partecipare, restare dentro questo mondo unito e paci fico che è l’Olimpiade.
Si è fatto un gran discutere sull’opportunità o meno di testimoniare con un gesto la contrarietà del mondo dello sport per l’indipendenza del Tibet ed il rispetto dei diritti umani in Cina. Sarebbe stato un errore affidare agli atleti questo compito, a loro spetta gareggiare, competere lealmente, trasmettere una cultura di tolleranza e di rispetto per gli altri. Affidare a loro una manifestazione di dissenso mentre le istituzioni e la politica sacrificano i diritti umani sull’altare degli affari. I gesti di dissenso devono venire dai governo e non dagli atleti. Come dimostrano le due splendide ragazze con il loro abbraccio.