A seguito dei fatti di Monaco, i successivi giochi di Montreal del 1976, si svolsero all’insegna di una asfissiante controllo di polizia per la sicurezza degli atleti e delle delegazioni.
Ma il problema vero non fu questo: il primo ostacolo fu rappresentato dalla domanda di iscrizione di Taiwan, che provocò la reazione rabbiosa della Cina Popolare e del Canada, Paese ospitante.Dopo giorni di inutili trattative (politiche più che sportive) nelle quali intervennero pesantemente anche gli USA, Taiwan venne esclusa.Scoppiò immediatamente un’altra grana: La Tanzania chiese al CIO l’esclusione dai giochi della Nuova Zelanda, avendo questa disputato degli incontri di rugby in Sudafrica, paese già ufficialmente escluso dai Giochi per la politica di apartheid praticata.
La maggior parte degli Stati africani appoggiò la richiesta della Tanzania, ma il CIO respinse ugualmente il reclamo e accolse i neozelandesi ai Giochi.
Nel corso della parata della cerimonia di apertura, il mondo si accorse che mancavano quasi tutti gli stati africani, che nella notte avevano deciso per un boicottaggio di massa dei giochi.
Le olimpiadi successive, tenutesi a Mosca ne l 1980, sono teatro di un altro boicottaggio: quello degli USA. Il motivo scatenante è l’invasione dell’Afghanistan avvenuta ad opera delle truppe sovietiche nel Dicembre del 1979.
L’invasione era stata decisa per sostenere il regime comunista insediatosi al governo, dopo una lunga guerra civile che aveva prostrato il Paese, e che era minacciato dai nazionalisti musulmani. L’azione militare sovietica in Afghanistan si protrarrà per anni e provocherà oltre un milione di vittime, concludendosi con un nulla di fatto e l’abbandono del Paese nelle mani delle milizie talebane.Alla fine, oltre agli Stati Uniti, aderiranno al boicottaggio 60 Paesi sui 141 facenti parte del CIO.
Quattro anni dopo, nel 1984, è la volta delle olimpiadi di Los Angeles e i sovietici restituiscono pan per focaccia.In realtà l’Unione Sovietica non utilizzò mai il termine boicottaggio, ma preferì la definizione “non partecipazione” e invitò tutti i Paesi del Patto di Varsavia a fare altrettanto.I motivi, evidentemente surrettizi, vennero indicati nella carenza dei sistemi di sicurezza predisposti per gli atleti e le delegazioni. In realtà si trattava di una vendetta politica e null’altro.
Nelle edizioni più recenti, alle difficoltà di ordine politico, si sono aggiunte quelle del doping, che è diventato il maggior problema tecnico e gestionale.Fu la morte per doping del ciclista Knut Enemark Jensen, avvenuta durante le Olimpiadi di Roma nel 1960, che indusse l’introduzione dei controlli anti doping.Il ciclista danese, durante la prova su strada, cadde rovinosamente e dopo qualche ora morì.
L'autopsia rivelò che l'atleta aveva assunto una forte dose di anfetamine.Dal 1968 in poi sono stati settantaquattro gli atleti squalificati per doping alle olimpiadi. La squalifica più clamorosa fu quella del velocista canadese Ben Johnson, vittorioso nei 100 metri a Seul nel 1988. Fu trovato positivo agli steroidi anabolizzanti, privato della medaglia e squalificato.Nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino, la rivelazione di alcuni documenti segreti, portò alla luce il ricatto che molte atlete della Germania Est subivano: venivano costrette dagli allenatori ad assumere sostanze dopanti e anabolizzanti.
Oggi si consuma l’ultimo attacco alle olimpiadi, prima ancora che esse abbiano inizio. Viene data la caccia alla torcia olimpica.La fiaccola portata dalla staffetta dei tedofori, è uno dei simboli più rappresentativi dei Giochi. Nell’Antica Grecia il fuoco veniva tenuto acceso per tutto il periodo di celebrazione delle Olimpiadi.
L’ultimo tedoforo usa la fiaccola per accende la fiamma che brucerà per tutto il periodo di celebrazione dei Giochi Olimpici. Un simbolo di grande forza evocativa ed emozionale.Ancora una volta le olimpiadi vengono utilizzate come cassa di risonanza di altri drammatici eventi politici e militari. E ancora una volta l’uomo deve interrogarsi sui valori morali del mondo che ha costruito.
Ci sarebbe la tentazione di stigmatizzare il comportamento degli odierni aggressori della torcia olimpica, perché non hanno “rispetto” di questo simbolo universale.
Ma basta una semplice e superficiale riflessione, basta guardare la repressione cinese in Tibet, per rendersi conto che non è un problema solo politico.
C’è un popolo oppresso, una cultura millenaria ed una religione che si sta tentando di far scomparire con un’azione scientifica, programmata nei dettagli.Ne consegue purtroppo l’assunto che finché ci saranno ingiustizie, oppressioni, sopraffazioni dell’uomo sull’uomo, ci sarà il rischio di una strumentalizzazione delle olimpiadi.Vero e sconfortante.
Ma se riflettiamo sul significato dell’avvenimento, forse troveremo qualche elemento di coerenza: l’anelito di pacificazione universale delle olimpiadi verrebbe violato ancor più se queste venissero tenute fuori dalla realtà: sterilizzate ed isolate dalle profonde e drammatiche problematiche che attraversano la società mondiale e che in questo caso interessano un intero popolo.Quando si parla di olimpiadi si evocano concetti assoluti che prescindono da razza, religione, nazionalità e convenienza politica.
Oggi il Tibet perché ha voce, e perché no il Darfur? Perché purtroppo non ha voce, perché i Cristiani, gli Animisti e i Musulmani vengono massacrati in silenzio ed il loro urlo è muto. Il loro pianto è senza voce. Il loro sangue è trasparente e non lascia macchia, neanche nelle coscienze.
Perché negli stadi olimpici non devono udirsi le voci dei moribondi dell’Africa, che il trasformare riso e mais in carburante per il ricco Occidente, annienterà ancor più velocemente? Perché non devono giungere gli echi delle tante guerre e dei massacri che ogni giorno vengono perpetrati e perpetuati in ogni parte del globo?Forse perché così dalle nostre comode poltrone possiamo goderci senza pensare troppo, i cento metri, il nuovo record: col dubbio legittimo che dietro la prestazione ci sia il doping, e con la sola certezza che ogni cinque minuti un essere umano muore di fame.
De Coubertin non avrebbe desiderato che per consentire il passaggio senza incidenti della fiaccola, fossero eseguiti arresti preventivi come è accaduto in Vietnam.
Conclusivamente non dobbiamo considerare un paradosso che le olimpiadi nella loro enorme rilevanza mondiale diventino cassa di risonanza di avvenimenti di grande rilievo politico, sociale e soprattutto umano: è giusto.Il vero problema è la realtà che le proteste rappresentano, e ancor di più quelle realtà che non sono neanche rappresentate: le guerre dimenticate, l’Africa che muore di AIDS, la drammatica condizione di centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo.
E’ giusto che le olimpiadi si svolgano: è giusto che sia una festa per tutti e che la fiaccola olimpica arda in segno di perpetua speranza.
Ma è altrettanto giusto che esse rappresentino anche un’occasione di profonda riflessione sullo stato del pianeta, sulla violazione dei più elementari diritti umani, sul terrorismo di parte e su quello di Stato, sull’ambiente, sull’azione delle Nazioni e degli Organismi internazionali, su un’etica mondiale oltre la politica e l’economia per l’aiuto al Terzo mondo. Sull’uomo oggi.Giuseppe Di Bella