Spettacoli • Musica

'Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar'
Le canzoni che hanno narrato l'emigrazione.

di Marcello Sajeva
26 maggio 2008
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‘Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar....’

si cantava nei primi anni del vecchio millennio. L’America era l’America, era il nuovo mondo, era il simbolo della libertà. L’America non offriva soltanto lavoro, dava a tutti l’opportunità di diventare ricchi e famosi. Per qualcuno si aprì la carriera di boss. Ma è un’altra storia.

Per l’America si partiva con i bastimenti, le vecchie navi a vapore. Pativano ‘per terre assaje luntane’ e a bordo erano, anche e soprattutto, ‘napulitane’. I bastimenti partivano dai porti di Napoli e di Genova e puntavano la rotta verso la, lontana e tanto sospirata, “Merica”. Questo esodo di massa ispirò la nascita delle prime canzoni che ci narrarono la nostalgia del paese natio, con crudezza e dolore, attraverso il dramma dell’emigrazione. Vista dalla parte di chi l’ha vissuta e sofferta.

“L’operaio non lavora e la fame lo divora”, si cantava.

Chi non trovava lavoro nelle fabbriche del Nord-ovest industrializzato aveva una sola scelta. Partire verso nuovi mondi. L’America del Nord o, in alternativa, quella del Sud. ‘La dov’è la raccolta del caffè’, continuava la canzone. Il Brasile e l’Argentina cominciarono a popolarsi d’italiani, soprattutto di contadini provenienti dal Veneto, allora considerato il Mezzogiorno del Nord e di disperati provenienti dal Sud. I figli e i nipoti di questi emigranti ce li ritroveremo, a partire della fine degli anni cinquanta, nei nostri campionati di calcio. Campioni come Sivori, Maschio, Angelillo, Da Costa e tanti altri che, in seguito, vestiranno, da oriundi naturalizzati italiani, la maglia azzurra della nazionale di calcio.

 

America allegra e bella,

tutti la chiamano l’America sorella, ‘

Le Americhe, sia quella del Nord o del Sud, erano, pur sempre, una speranza. Ma la speranza, il più delle volte, doveva fare i conti con la realtà perché.

‘e nell'America che siamo arrivati
abbiam trovato né paglia e né fieno
abbiam dormito sul piano terreno
e come bestie abbiamo riposà
abbiam dormito sul piano terreno
e come bestie abbiamo riposà.’

 ‘Partire’- diceva un vecchio adagio - ‘ è un po’ morire.’ E si moriva veramente, anche prima di arrivare verso il sogno americano. Qualche bastimento capitava che naufragasse. Un’altra canzone ci racconta il naufragio della nave Sirio, il Titanic dei poveri, che portava tantissimi emigranti italiani nell'America meridionale. Fu alle sedici in punto del quattro di agosto del millenovecentosei che, al traverso delle Grandi Hormigas, (Capo Palos-Spagna Mediterranea),

‘Urtò il Sirio un orribile scoglio
di tanta gente la mise, la misera fin.’

Questa canzone, vecchia da oltre cent’anni, è stata ripresa e incisa nel CD ‘Sento il fischio del vapore’ rielaborata e cantata da Francesco De Gregori e Giovanna Marini.

La tragedia del Sirio, Mamma mia dammi cento lire, America allegra e bella, fanno parte di quel repertorio di canti popolari legati alla tradizione del movimento operaio e contadino e propongono un immaginario popolare che lascia percepire la paura dell’ignoto, la perdita di una propria identità, di affetti lasciati a casa e ci ripropone la durezza delle condizioni di lavoro in Italia e all’estero.

‘Se gira 'o munno sano,
se va a cercá furtuna...
ma, quanno sponta 'a luna,
luntano 'a Napule
nun se pò stá!’

La nostalgia per la terra natia, per gli affetti lasciati a casa, a volte, è più pesante del lavoro stesso ed è sempre presente nelle canzoni degli italiani all’estero.

 

‘Oh Italia, è un pianto, un'invocazion
terra, terra nostra d'amor
squilla dalla riva il vapore
il gran grido del cuore
patria e mammà’

 I versi di questa canzone sono arrivati dall’Argentina durante il fascismo e sono un’autentica testimonianza musicale (un fox trot della nostalgia) di tutti gli stereotipi diffusi dalla cultura del ventennio sul fenomeno dell'emigrazione, presentato non come necessità di sfuggire alla fame, ma come occasione per diffondere i valori dell'italianità nel mondo.


Mia cara madre,
sta pe' trasí Natale,
e a stá luntano cchiù mme sape amaro....
Comme vurría allummá duje o tre biangale...
comme vurría sentí nu zampugnaro!...’

 Anche la sceneggiata napoletana, pur sviluppando il classico dramma del tradimento familiare, ci rappresenta la condizione di vita dell'emigrante e il dolore per la lontananza dalle figlie e dalla sempre presente mamma. Il risultato è certamente drammatico, grazie anche a una musica che ci riporta alle melodie della romanza ottocentesca e alla mirabile interpretazione musicale e scenica di Mario Merola, che conclude amaramente

 ‘Io no, nun torno...mme ne resto fore
e resto a faticá pe' tutte quante.
I', ch'aggio perzo patria, casa e onore,
i' só' carne 'e maciello: Só' emigrante!’

 

La nostalgia per la casa e per la mamma non sono un’esclusiva dei napoletani. Lo porti un bacione a Firenze interpretata e portata al successo da Odoardo Spataro, grande cantore fiorentino insieme a Narciso Parigi, ci parla di una giovane emigrante che chiede a un suo concittadino, che torna a casa, di portare, un bacione alla sua amata città.

 ‘La porti un bacione a Firenze,
lavoro sol per rivederla un dì.
Son figlia d'emigrante,
per questo son distante,
lavoro perché un giorno a casa tornerò. ‘

Dalla Toscana alla Riviera adriatica il canto è breve. Raul Casadei, con la sua Grande orchestra del liscio, ci canta la nostalgia del romagnolo lontano di casa dalla sua casetta e le dedica questa serenata

Sento la nostalgia di un passato
dove la mamma mia mi ha lasciato
non ti potro' scordar casetta mia
in questa notte stellata
la mia serenata io canto per te.
Romagna mia Romagna in fiore

tu sei la stella tu sei l'amore

quando ti penso vorrei tornare

dalla mia bella al casolare

E arriviamo al primo dopoguerra. L’Italia è in ginocchio, al Nord con la riapertura delle fabbriche, riapre la speranza dei contadini meridionali delusi dal fallimento della Riforma agraria. Si parte con la valigia di cartone, quando c’è, verso il Triangolo industriale italiano, verso le miniere del Belgio e le fabbriche siderurgiche tedesche.

Sergio Endrigo ci' canta che

'Il treno che viene dal sud
non porta soltanto Marie
con le labbra di corallo
e gli occhi grandi così.
Porta gente, gente nata fra gli ulivi,

porta gente che va a scordare il sole,

 ma è caldo il pane lassù nel nord.'

 

Il treno che veniva dal Sud, il, cosiddetto, Treno del Sole, fu testimone di tanti viaggi della speranza verso il lavoro sicuro, verso la speranza di mandare un po di denaro alla famiglia lontana, accolse un giorno, tra i suoi viaggiatori, anche

 'Turi Scordu, surfararu,

abitanti a Mazzarinu;

che, come ci narrano il poeta Ignazio Buttitta e il cantastorie Ciccio Busacca-

cu lu Trenu di lu suli

s’avvintura a lu distinu.’

Il destino lo aspettava l’otto agosto del 1956 alle 8,10 del mattino. Quella mattina d'estate una colonna di fumo nero si alzò dalla miniera ‘Bois du Cazier’ di Marcinelle, in Belgio. A 975 metri di profondità un banale errore provocò un vero inferno. Un’esplosione devastante dilaniò  la vita di centinaia di uomini inghiottiti dalle viscere della terra. Per diversi giorni i soccorritori tentarono l’impossibile. All’alba del 23 agosto si contarono i morti: 262 minatori di 12 nazionalità diverse, di cui 136 italiani. Tra questi Turi Scordu.

 

 

 

 

 

 

 

 



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