C’è un’irresistibile energia dentro la formula del Live Safari tour di Jovanotti, partito con l’esaurito di 7 mila persone l’altra sera dal nuovo 105 Stadium di Rimini. Energia vitale e voglia di spettinare le regole scontate del rituale collettivo del concerto: diventato, dopo la crisi dei dischi, luogo simbolico di rappresentazione di tutti gli aspetti della musica popolare. Intanto la serata comicia televisivamente, da dietro le quinte, con un rituale sonoro della band. L’irruzione in scena del combo è guidata da Lorenzo in giacca nera profilata di lampadine accese a ritmo («L’ho presa dal Cavaliere elettrico di Redford»); correrà per chilometri, due ore, sulla passerella circolare che abbraccia il pubblico del parterre. È una comunione anche fisica.
Quel che fa la differenza con le consuete atmosfere live, è pure il taglio delle immagini sullo schermo ad altissima definizione: fin dall’attesa, affidata ai contenuti di Qoob di Mtv, è tutto un privilegiare giovanissimi esperti e nuove tecnologie. Un computer legge i tratti dei visi che appaiono e li dipinge come il volto di L. J. sulla copertina dell’album; e c’è un saccheggio aperto di YouTube. Lo schermo è piegato a un uso anche documentaristico: Muti o Toscanini dirigono, seguiti da agghiaccianti fucilazioni prese da La montagna sacra di Jodorowsky, o dal ragazzo che ferma i carri armati in piazza Tienanmen. Lo stordimento, anche visivo, si placa con l’arrivo delle canzoni amorose.
Safari è il disco di maggior successo di Jova dal lontano ‘94: è diventato, quasi suo malgrado, un album d’amore grazie ad alcuni deliziosi pezzi sull’eterno tema; soprattutto A te, un po’ l’equivalente jovanottiano della Cura di Battiato, è accolta da cori e foto con i telefonini. Dice l’artista che il segreto è che qui lui modula, per la prima volta, «seguendo quel giro di Bach che è come un giro di blues: quello di Albachiara e di almeno altri dieci pezzi di Vasco». Ma, tecnicismi a parte, l’amore nell’album ha indotto l’artista a disegnare dal vivo un’alternanza secca di atmosfere, con la costruzione di una formidabile macchina ritmica che ha al centro due batterie («Ho copiato dai Genesis, ma prima c’era stato James Brown») e il basso martellante del compagno di sempre Saturnino. Ne escono autentici sabba, anche elettronici, costruiti con grande sapienza, che Lorenzo sa officiare per l’intero pubblico saltellante, fra Penso positivo, L’albero, Falla girare.
Un set acustico intermedio porta sullo schermo Saturno, in diretta dal telescopio dell’Etna, prima che la furia ritmica riprenda, incamerando anche una dolce versione di Rimini di De André, fino all’omaggio a Modugno e al ritorno dell’intera band in smoking. Per caso, per triste metafora, non riesce l’ultimo esperimento, di scrivere da lontano sullo schermo, con una pila, la parola «Pace». Un concerto intelligente senza farlo pesare (e l’artista è in continua crescita). Il tour prosegue stasera Firenze, il 14 a Zurigo, il 17 e 18 a Roma, il 20 ad Acireale, il 22 a Palermo, il 24 a Caserta, il 27 a Torino, il 29 e 30 a Milano, il 1° giugno ad Ancona, il 2 a Perugia, il 4 a Bologna e il 6 a Bolzano.