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Spettacoli • Musica

Le canzoni che hanno narrato l’Italia.
Il ‘Sessantotto’, quarant’anni dopo.

di Marcello Sajeva
21 aprile 2008
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"Che roba Contessa, all'industria di Aldo/ han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti;/ volevano avere i salari aumentati,/ gridavano, pensi, di esser sfruttati./E quando è arrivata la polizia/ quei pazzi straccioni han gridato più forte,/ di sangue han sporcato il cortile e le porte,/ chissa quanto tempo ci vorrà per pulire…". Compagni, dai campi e dalle officine/ prendete la falce, portate il martello,/ scendete giù in piazza, picchiate con quello,/ scendete giù in piazza, affossate il sistema./Voi gente per bene che pace cercate,/ la pace per far quello che voi volete,/ ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra,/ vogliamo vedervi finir sotto terra,/ ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato, nessuno piu al mondo dev'essere sfruttato./"Sapesse, mia cara che cosa mi ha detto/ un caro parente, dell'occupazione/ che quella gentaglia rinchiusa lì dentro/ di libero amore facea professione…/ Del resto, mia cara, di che si stupisce?/ anche l'operaio vuole il figlio dottore/ e pensi che ambiente che può venir fuori:/ non c'è più morale, contessa…/"Se il vento fischiava ora fischia più forte/ le idee di rivolta non sono mai morte;/ se c'è chi lo afferma non state a sentire,/ è uno che vuole soltanto tradire;/ se c'è chi lo afferma sputategli addosso,/ la bandiera rossa ha gettato in un fosso.” (Paolo Pietrangeli, Contessa)

Negli anni sessanta le proteste nelle piazze, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche si rappresentavano non soltanto con gli slogan, urlati attraverso il megafono, ma soprattutto attraverso la musica, la canzone, l’ironia, l’autoironia. Paolo Pietrangeli, oggi regista delle trasmissioni di Maurizio Costanzo a Canale 5, scrisse ‘Contessa’ in occasione della prima occupazione studentesca dell'Università a Roma, in seguito all'assassinio da parte fascista del giovane studente Paolo Rossi. Contessa diventerà la canzone più eseguita durante il Maggio del '68. Pietrangeli, oltre a Contessa, scriverà le canzoni politiche più violente, memorabili e orecchiabili del filone politico come: “Mio caro padrone domani ti sparo/farò di tua pelle sapon di somaro/ti stacco la testa ch'è lucida e tonda/così finalmente imparo il bowling”. Voce baritonale, arrangiamenti un po' alla Brecht-Weill con uso di bombardino, Pietrangeli fu il più divertente dei cantautori alternativi.

Tra i giovani la chitarra acustica era lo strumento musicale più utilizzato per improvvisare cori e inneggiare alla lotta di classe. La musica, la canzone erano uno strumento di comunicazione di massa di classe che circolavano con pochissimi supporti tecnologici e, ancora meno, sostegni istituzionali. Non era ancora il tempo dei grandi concerti. Quelli che cantavano erano più degli spettatori. Questo modo di comunicare la cultura e la storia, attraverso la canzone collettiva, ha permesso la ricostruzione cantata, una sorta di "storia orale" di tipo speciale, di un lungo e immenso spostamento in avanti nei rapporti fra le classi, di conquiste essenziali e fondamentali per la costruzione della democrazia nei luoghi di lavoro, nelle università. Le grandi riforme a partire dello Statuto dei lavoratori, datato 1970, sono figlie di quel movimento.

Il sessantotto e il dopo sessantotto produssero una serie infinita di canzoni, più o meno diffuse, più o meno cantate nelle varie parti d’Italia. I cantautori più noti sono Ivan della Mea (toscano e poi milanese d’adozione), che ci regalerà tra le più belle ed espressive canzoni (Mia cara moglie stasera ti prego che narra di un licenziamento per aver scioperato), il veneto Gualtiero Bertelli, che ci descriverà la condizione e la lotta operai a Porto Marghera, Fausto Amodei, bellissima la sua ‘Per i morti di Reggio Emilia’, e poi ancora ‘Avola due dicembre 1968", del gruppo Pisano, un'elegia per i contadini siciliani, uccisi pochi mesi prima dalla polizia ad Avola, per aver scioperato contro le gabbie salariali. "Due dicembre, giorno bianco, per la gente che è in ufficio, e che si vede passare solite carte e fatture", due dicembre, giorno nero, da finire al cimitero". “Quella notte davanti alla Bussola", di Pino Masi, ci parla del giovane Soriano Ceccanti, paralizzato a vita da una pallottola della polizia mentre manifestava contro il Capodanno dei ricchi in Versilia. Un discorso a parte va fatto per Giovanna Marini, musicista colta, ancora oggi apprezzata, soprattutto all’estero, che in quel periodo c ha regalato delle ballate come Vi parlo dell’Americana, una puntuale analisi sulla società americana e le sue contraddizioni. Tutte queste canzoni, che sono state raccolte sotto l’etichetta dei Dischi del Sole, costituiscono un'importante occasione di recupero della memoria storica della nostra cultura, per riscoprirne le radici, interpretando i sogni, le angosce, le tensioni e le utopie. Per ricordarci quanto fossero, appena quarant’anni addietro, esplicitamente duri i rapporti di classe, il dichiarato disprezzo dei signori verso gli operai ("che roba, contessa, anche l'operaio vuole il figlio dottore - e pensi che ambiente che può venire fuori...)", e verso i "capelloni contestatori".

 

Anche il circuito della canzone d’autore e commerciale cominciava a essere interessato a una canzone più impegnata. Una per tutte ricordiamo ‘Cara Maestra’ di Luigi Tenco “Cara maestra, un giorno m'insegnavi/che a questo mondo noi, noi siamo tutti uguali;/ma quando entrava in classe il Direttore /tu ci facevi alzare tutti in piedi,/e quando entrava in classe il bidello/ci permettevi di restar seduti... Ma nelle piazze si cantavano anche Bella ciao,bandiera Rossa e l’internazionale perché il movimento era legato ad un filo rosso a tutto quello che succedeva nel mondo Cuba, “Aqui se queda la clara,/ la entrañable transparencia/ de tu querida presencia,/ comandante Che Guevara”, nel Vietman, “Buttiamo a mare le basi americane/ cessiamo di fare da spalla agli assassini/ giriamo una pagina lunga di vent'anni/ andiamo a guadagnare la nostra libertà”, nel Cile, “De pie cantar que el pueblo va a triunfar/millones ya imponen/la verdad,/de acero son, ardiente batallón/sus manos van llevando la justicia y la razón mujer/con fuego y con valor ya estás aquí junto al trabajador/Y ahora el pueblo que se alza en la lucha/con voz de gigante gritando: adelante!/

El pueblo unido jamás será vencido!

El pueblo unido jamás será vencido...."

 

 

 

 

 

 

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Anonimo 22 aprile 2008   10:55

Il fatto è che  quando canti "CAro padrone ,domani ti sparo"...prima o poi qualcuno si mette a farlo sul serio.

Come è successo ,addirittura in senso estensivo. Perchè poi si sparò anche ai "servi dei padroni"...e qui la lista non finisce più : poliziotti di scorta ,sindacalisti ragionevoli , commissari ,militanti di altri partiti ,magistrati , giornalisti ,leaders politici ,giuslavoristi etc, etc.

Mi dispiace ,non credo sia stata una bella fase della vita italiana.

Ex post dovremmo farci tutti l'esame di coscienza .Non "rimuovere" ,ma ripensare. E trarne un qualche ammonimento. A volte le parole sono pietre ; e le canzoni possono diventare pallottole mortali.

Piano ,pianissimo con le nostalgie acritiche. Eravamo tutti giovani. Ma furono tempi brutti e duri.

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