Stefano Bollani e il Brasile, un binomio atteso
Un’ora e mezza d'arte al Calatafimi Segesta Festival

28 luglio 2008
Numero lettori 117 Numero commenti Nessuno Inserisci un tuo commento

Bollani e il Brasile, un binomio che prima o poi dovevamo aspettarci. Questa volta il pianista più interessante della scena jazz italiana, si diverte a colpi di “choro” e “samba”, scompaginando i ritmi e reinventando i classici della tradizione brasiliana. Venerdì 25 luglio al Teatro di Segesta, Stefano Bollani, ha intrattenuto con un’ora e mezza di musica il pubblico del Calatafimi Segesta Festival 2008, presentando, “Carioca”, la sua ultima

Casali di Margello
fatica d’oltreoceano.

 

Lo ha fatto con un gruppo affiatatissimo di musicisti, quasi tutti brasiliani: Zé Nogueira al sax soprano, Marco Pereira, alla chitarra, Jorge Helder al contrabbasso, Armando Marçal alle percussioni, Jurim Moreira alla batteria, insieme al sax tenore di Mirko Guerrini ed al clarinetto di Nico Gori, già componenti del quintetto “I Visionari”. Il progetto “Carioca” nasce nel 2006 quando Stefano Bollani viene invitato con il suo quintetto a suonare al Tim festival di Rio de Janeiro. È l’amico Alberto Riva, giornalista e esperto di musica, a pensare con lui ad un disco di rari classici carioca con il piano di Bollani al posto del cantante solista.

 

Detto, fatto. Il disco è un gioiello di equilibrio timbrico, arrangiato con il raffinato estro di sempre e il concerto non è da meno. Puro intrattenimento “alla Bollani”, più contenuto rispetto ad altre esibizioni a briglia sciolta, ma sempre con l’ironica fantasia tipica del pianista milanese. Apre le “danze” la batteria di Jurim Moreira, dopo un “a solo”, entra Armand Marçal alle percussioni e progressivamente si uniscono Jorge Helder e Marco Pereira, solo alla fine arriva il pianoforte per dare vita ad un’elegantissima versione di “Luz Negra” di Nelson Cavaquinho. Seguono vecchi straordinari samba come "A voz do morro" di Zé Keti, "Samba e amor" di Chico Buarque, i trascinanti ritmi “choro” di "Segura ele" del maestro Pixinguinha ed una bizzarra versione di "Tico Tico no Fubà" di Ziquinha de Abreu, con l’arrangiamento che sale sempre di mezzo tono. Ma in più fanno la loro comparsa improvvisazioni e sorprese, come "Na baixa do sapateiro" di Ary Barroso, "Outra coisa" di Moacir Santos e "Trem da onze" di Adoniran Barbosa, il famoso "inno di San Paolo" che fu tradotto anche in Italia da Riccardo Del Turco come "Figlio unico", cantata da Bollani sia in portoghese che nella versione italiana. Il fraseggio di Bollani, da poco premiato con il prestigioso “Hans Koller European Jazz Prize”, è sempre lo stesso: morbido e cristallino, scivola sulla tastiera con una naturalezza che fa scomparire ogni tecnicismo, coniugando vivacità bizzarra e lirismo puro, in uno stile originale e sempre in evoluzione.

 

Giulio Giallombardo

Segnala ad un amico

Ricevi il Giornale

Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai il quotidiano online gratuitamente

Ricerca Articoli

Ricerca AvanzataI più letti
Google
Altre notizie