L'atteso e misterioso Il Divo di Paolo Sorrentino, secondo film italiano in concorso a Cannes, parte con un glossario e si chiude con le sentenze dei processi subiti dal senatore a vita Giulio Andreotti, sette volte primo ministro nel Governo Italiano e 27 vostre ministro. Il glossario fa solo un po' luce alla platea straniera - ma non solo - sulla realtà politica italiana degli ultimi quaranta anni della nostra storia. Passano sullo schermo voci come 'Brigate Rosse', 'Loggia P2', 'Tangentopoli' e subito dopo arrivano ricostruzioni pulp di omicidi eccellenti come quelli del generale Dalla Chiesa, di Mino Pecorelli, di Aldo Moro, di Giovanni Falcone.
Finalmente, arriva lui il Divo, ovvero Giulio Andreotti (Paolo Sorrentino), il vero protagonista di questo film che compare nella prima sequenza come una sorta di riccio, infilzato come é su fronte e testa dai tanti aghi dell'agopuntura per curare i suoi storici mal di testa. Parte così, con ritmo e musica techno, questo film di Sorrentino, applaudito stasera a Cannes alla prima stampa e che arriverà nelle sala italiane dal 28 maggio distribuito da Lucky Red. Il Divo letto da Sorrentino è allo stesso tempo maschera di cera, burattino (così a volte si muove), icona di una ieraticità e di un immobilismo gesuitico che attrae e inquieta e soprattutto metafora di un potere curiale immarcescibile, che viene da lontano. C'e, da parte del regista de Le conseguenze dell'amore, verso questo personaggio paura e attenzione, accusa e perdono.
Tra le scene più belle l'arrivo nel suo ufficio, a passo di gang, della sua corrente di governo negli anni Novanta. Uomini politici come Paolo Cirino Pomicino (alias 'O ministro, interpretato da Carlo Buccirosso), Franco Evangelisti (Flavio Bucci) e Giuseppe Ciarrapico (Aldo Ralli). Ci sono poi le tenere immagini, sempre nel segno dell'ironia, del suo rapporto con la fedele moglie Livia (Anna Bonaiuto) e con l'affidabile e premurosa storica segretaria, la signora Enea (Piera degli Esposti). Ma la scena che sembra abbia fatto arrabbiare il senatore Andreotti durante la proiezione privata del film a Roma è davvero dura. Andreotti a un certo punto si accusa, come in sogno, di tutti i delitti possibili rivendicano però con rabbia il valore salvifico del male per fare del bene. "Tutti questi morti sono stati amanti della verità - dice come disperato per loro - E non capiscono che a volte bisogna fare il male per fare il bene". Diavolo e santo allo stesso tempo (molte le scene in cui il senatore va a Messa sotto una serrata scorta in una Roma all'alba), l'Andreotti di Sorrentino con il suo cinismo ostentato sembra perdere il controllo solo per la morte di Moro ("ho vomitato quando ho saputo della sua morte").
Andreotti probabilmente non si offenderà più di tanto anche questa volta. "Non ho mai sporto querela, - dice Andreotti - a un certo punto nel film anche perché ho sempre avuto un grande archivio per metter a tacere chi non deve parlare".