Si è svolta ieri la “Giornata della memoria” dedicata alle vittime delle foibe. Il Presidente Napolitano ha evidenziato che il ricordo della tragedia ed il dolore ancoro vivo “non possono e non devono prescindere da una visione complessiva", da un inquadramento storico, che non può dimenticare il prima e il dopo”.
L’anno scorso nella stessa occasione Napolitano ricordò che dopo l'8 Settembre 1943, migliaia di italiani furono vittime di un "moto di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che prevalse in tutto nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Queste affermazioni provocarono un incidente diplomatico, perché il Presidente Croato Mesic identificò in questa frase elementi di razzismo, revisionismo e revanscismo anti Slavo.
Al di la delle polemiche il Presidente ha ragione quando con severa metodologia storica, che non significa revisionismo, invita a riflettere sulla storia pregressa che ha portato a questa tragedia.

I fatti successivi all’armistizio produssero circa 20 mila morti e 350 mila profughi fra i nostri connazionali residenti in Istria, Slovenia e Croazia.
La questione ha radici storiche molto lontane e in epoca moderna ha trovato nuovo vigore negli scontri tra nazionalismi dell’Ottocento. La presenza italiana oltre il golfo del Quarnaro, portò altre violenze nel Novecento, nell’ambito della lotta tra gli imperialismi; e successivamente nello scontro ideologico europeo tra le due guerre mondiali.
Vicende complesse e drammatiche. Per cercare qualche elemento ulteriore di riflessione, sarà utile rivisitare brevemente un fenomeno che ha avuto una parte non secondaria nelle due guerre mondiali: l’Irredentismo.
Col termine “Irredentismo” si indica il vasto movimento di opinione sviluppatosi in Italia alla fine dell’Ottocento intorno al problema delle popolazioni di lingua, cultura e tradizione italiana, rimaste nelle terre sotto il dominio Austriaco, oltre Rodi, il Dodecanneso, Malta, la Corsica e Nizza.
L’Irredentismo nasce nel 1866 dopo la conclusione della III guerra di indipendenza che pur avendo portato all’annessione del Veneto aveva però lasciato sotto sovranità straniera la Venezia Giulia, l’Istria, Fiume, il Trentino, l’Alto Adige e Nizza. Il movimento si proponeva la “liberazione” delle Regioni considerate italiane a tutti gli effetti.
Ed è storicamente certo che si tratta di Regioni conquistate e annesse all’Impero Romano e abitate fin da quell’epoca remota principalmente da popolazioni di ceppo italico.
Il profondo legame culturale, politico, sociale, linguistico e commerciale con le popolazioni della Penisola italiana perdurò nel tempo e si rinvigorì durante la Serenissima Repubblica di Venezia.
Il movimento irredentista si identificò dal punto di vista organizzativo nell’Associazione “Pro Italia irredenta” fondata dal patriota Matteo Renato Imbriani e successivamente anche nell’Associazione “Pro Dante Alighieri” e nel Comitato per Trento e Trieste presieduto dallo stesso Imbriani.
Le vicende della prima guerra mondiale riportarono in seno al Regno d’Italia il Trentino Alto Adige, la Venezia Giulia, il territorio di Trieste e provvisoriamente l’Istria fino al golfo del Quarnaro.
L’impresa dei legionari dannunziani, naufragata sugli scogli della “ragion di Stato”, resta pur nella sua drammaticità una delle pagine più intense e vive della storia dell’irredentismo e d’Italia.
Alla fine della seconda guerra mondiale l’Istria ed il Litorale sloveno entreranno a far parte del territorio della neo costituita Repubblica socialista Jugoslava, pur continuando insieme alla Dalmazia, ad ospitare un numeroso gruppo etnico italiano, che decise di restare sfidando il pugno di ferro dei partigiani del Maresciallo Tito e l’incertezza del futuro.
In molti altri casi invece le popolazioni italiane pur radicate profondamente in quelle regioni furono costrette, sulla spinta del terrore a ciò preordinato, ad abbandonare ogni loro avere portando con se solamente… la vita, per tornare “profughi” in Patria. La tragedia delle foibe e la slavizzazione di centri di antica ed ininterrotta italianità provocarono l’esodo di circa trecentocinquantamila italiani.
Ricordare le sofferenze di questi italiani è un dovere perché duramente colpiti dalle vicende di una storia che hanno solo subito: va reso omaggio alle famiglie spezzate dall’esodo, a chi rimase straniero nella sua terra e a chi si rifugiò profugo nei confini della nostra Patria.
Il fuoco del ricorda va tenuto acceso, vivo come un segnalibro per mantenere aperta questa pagina alta ed insanguinata della storia italiana, non dimenticare l’orgoglio di essere italiani e la lezione della storia, senza alcun desiderio di vendetta, senza odio perché la storia come i popoli non si possono odiare ma neanche negare e pertanto nessuno può imporre una “sua” verità.