San Calogero, “il Santo più popolare e popolano della Sicilia”
Un viaggio alla riscoperta delle antiche tradizioni religiose

04 luglio 2008
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Una folla di fedeli segue devotamente la statua del santo, strette vie centenarie sembrano raccontarne la storia, canti festosi si alzano nell’aria, pane viene lanciato dai balconi, rulli di tamburi sollecitano un vortice di emozioni che creano un suggestivo sottofondo alle richieste accorate che toccano i cuori… “Calogero” è il trait d’union tra la rosa dei Santi e il santo di tutti: come un uomo, trovandosi in difficoltà, chiede aiuto prima a chi gli sta più vicino, ai parenti più stretti, poi, se non può ottenerlo, cerca oltre, così i fedeli, prima di innalzare gli occhi al cielo – rivolgersi direttamente a Dio apparirebbe eccessivamente ardito e irrispettoso –, indirizzano la loro richiesta al loro “Custode”.

Devozione e folklore, tutto si intreccia in un corale abbraccio perché la cultura siciliana è intrisa di religiosità, il fervore è sempre vivo. Tra i molti santi, Calogero è il “leggendario patrono del cuore” di tutti quanti credono in Lui. Il culto affonda le proprie origini nella notte dei tempi. E’, forse, una liturgia non canonica, secondo alcuni, addirittura blasfema o pagana, secondo tanti altri, ma, indiscutibilmente, ricca di pathos. Le processioni per il Santo nero sono prove tangibili spontanee e genuine che dimostrano come il “Padre dei poveri”, originario dell’oriente ma “adottato” principalmente dal popolo dell’agrigentino, sia il Santo più conosciuto e amato in tutta la Sicilia. Questa figura suscita numerose riflessioni per la forte dicotomia correlata alla sua figura. Fede e ateismo, fascino e religione, sacro e profano, amico e Santo: nulla di questo Protettore è chiaro e ben definito, mettendo in discussione anche il paese natale e la stessa reale esistenza o unicità. Anche il colore della “pelle” è un elemento dubbio della vita di questo “Custode”; il nero, infatti, rievoca molte “convinzioni”: dalle origini africane alle leggende in cui si parla della fuliggine con cui si è macchiato durante la sua discesa negli inferi per rinchiudere le anime dannate, all’abbronzatura presa durante la fatica del lavoro agreste sotto il caldo sole siciliano.

Al Poggetto

Tutti in giro per l’isola, dunque, per assistere ad un rituale rimasto immutato nel tempo e capace di impedire all’osservatore esterno di rimanere inerte di fronte al fervore mostrato al ”Divo dei Divò”, il santo dei devoti. La comprensione totale dello slancio folkloristico che circonda questo “Custode vigile” è possibile solo attraverso l’esame del paesaggio sonoro in relazione all’aspetto vocale, strumentale e ambientale. Si innalzano, sotto tale ottica, i canti dei fedeli, le preghiere professate in dialetto e le filastrocche – dispute tra i vari luoghi di culto; tali rituali accompagnano la Diana, il rullo che i “tammurinai”, girando per la città prima della festa, intonano per ricordare ai fedeli di ringraziare il Santo per i voti ricevuti. Bisogna “partecipare” alla festa attraverso le grida del popolo e dei venditori, mentre gli animali “parati a festa” si snodano per le vie del centro storico.

Il culto del santo è professato in diversi luoghi della Sicilia, ma ad Agrigento la processione si svolge la prima e la seconda domenica di luglio. La processione può essere suddivisa in due parti: il viaggio di andata e quello di ritorno. Il primo è percorso in silenzio e, l’assenza di suono si dimostra particolarmente suggestiva come se il Santo, con gesti implosivi, invitasse i fedeli alla meditazione esortandoli a seguire il fercolo con la “lingua a strascinuni” - l’espressione letteralmente significa “strofinare la lingua sul palato” -. Il viaggio di ritorno, invece, fa registrare un’atmosfera opposta; suoni e voci echeggiano nell’aria: non sono soltanto le grida dei fedeli che domandano o esprimono riconoscenza al Santo per le grazie, ma anche quelle dei portatori della statua e dei venditori di semenza che reclamizzano la loro merce. L’osservatore riscontra facilmente la stranezza del linguaggio vocale e sonoro: le preghiere in dialetto siciliano richiamano la lingua parlata dai primi seguaci, ma le leggi della melodia si modellano ad atteggiamenti ritmici che la parola italiana, irrigidendosi, non riesce a seguire. Rapidi cambi di frequenza, durata variabile delle sillabe, modulazione del tono e del volume della voce sono evidenziabili soprattutto nelle filastrocche – dispute, in cui i vari abitanti del territorio agrigentino rivendicano la veridicità del proprio santo, sminuendo quello degli altri paesi.

La folla dei credenti, desiderosa di abbracciare “l’Amico”, anziché soffermarsi dietro le transenne, si arrampica sul fercolo per arrivare a baciarlo o toccarlo in volto. Il fervore dimostrato, spesso danneggia la statua che, ogni anno, deve essere restaurata. Questi atti, però, non devono essere percepiti come vandalici, ma in quanto conseguenze involontarie generate dall’affetto verso la “persona cara” che si incontra solo una volta l’anno: rendere questa processione “più composta”, come vorrebbe la Chiesa, significherebbe snaturare sentimenti sgorgati dall’animo sincero dei devoti. Lo stesso commento vale per l’abitudine dei fedeli che, durante tutto il percorso del simulacro, lanciano dai balconi il pane; in alcuni paesi, addirittura, esso è cucinato a forma di arti umani come icona del voto richiesto, per ricordare l’abitudine del “Padre dei poveri” che, nel V secolo, elemosinava cibo per i malati affidati alla sua clemenza.

Una festa di ieri, di oggi e di domani incentrata nelle processioni che esprimono un’emozionalità antropologica e sociale grazie, soprattutto alla “Diana”; il tamburo, infatti, ha portato dall’Africa sia la funzione apotropaica di consacrazione del luogo di culto propria dei riti tribali, sia uno stato ipnotico che altera la percezione e crea una funzione empatogena sull’ascoltatore. Quest’ultimo, per mezzo del ritmo ostinato e monotòno, è indotto verso una percezione sinestetica. Visioni, odori, contatto fisico, mimica e gestualità: tutto è concatenato per coinvolgere anche chi è dichiaratamente ateo; Andrea Camilleri, originario di Porto Empdocle, pur definendosi ateo, si affida quotidianamente al “Santo” e lo definisce “il più popolare e popolano della Sicilia”, facendo ritrovare, proprio nella circonlocuzione di “popolano”, le profonde radici di questa devozione verso “l’Eremita”. Nonostante il culto di questo Santo sia conosciuto e professato in molte province siciliane gli autori di testi di tradizioni religiose non hanno mai riservato a questo culto più di una o due pagine. Non bisogna chiederti dove cercare le informazioni ma come trovarle. Bisogna guardare questo culto religioso non con gli occhi di un filologo, ma con quelli di un siciliano, cresciuto coltivando nell’animus la risonanza delle feste patronali. Ed è proprio Camilleri che, indirettamente, ci suggerisce la “dritta” nell’intervista audiovisiva inedita riportata nel cd rom allegato al testo “San Calogero, un agrigentino venuto da lontano” (R.M. Indelicato, A. Bertirotti, M. Sardo, Bonanno editore, 2005). Quest’ultimo, oltre al contributo dello scrittore siciliano, è arricchito da tante icone del Santo - che ripercorrono, per mezzo di fotografie d’epoca e attuali, i momenti più salienti della celebrazione tanto rispettata dal popolo - e dalla partitura delle musiche suonate durante la festa; tale appendice si ritiene parte saliente dell’opera, in quanto permette di cogliere, attraverso varie sfaccettature, la specifica caratterizzazione dei riti nelle varie zone di culto: se non si penetra nell’animus dei fedeli, diventa impossibile “sentire” il ruolo esercitato da questo “Taumaturgo dell’anima”. Le “tante verità” sul Santo più popolano, infatti, le conosce il volgo, pronipote della povera gente analfabeta che chiedeva l’aiuto del “popolare Santuzzu” per un buon raccolto e per le guarigioni, tema centrale dei canti e delle preghiere. Sarà piacevole scoprire la Sicilia attraverso le sensazioni scaturite delle partiture musicali, “elementi di comunicazione” capaci di coinvolgere a 360 gradi a livello visivo, uditivo, emotivo, culturale, comunicativo, sociale. Un viaggio alla scoperta di un rituale che, nei decenni, è rimasto inalterato nei canti, nelle invocazioni del popolo, nei silenzi e nel frastuono dei rulli del tamburo.

 

Marcella Sardo

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