Fenomeno immmigrazione, Donato Notonica ci parla dell'Associazione culturale Acuarinto

23 giugno 2008
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Lo ha riconosciuto anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sostenendo che “l’Italia è oggi uno dei paesi europei più investiti dai flussi migratori, e il contributo del lavoro immigrato alla produzione di beni e servizi è decisivo”, riconoscendo altresì che, chi oggi si occupa di immigrazione, svolge un ruolo decisivo.

L’Associazione Culturale Acuarinto è una di quelle associazioni presenti in Sicilia, che danno una mano concreta a chi, lasciando il passato alle spalle, decide di ricostruire la propria vita in Italia. Dal 1996, l’Associazione opera all’interno del territorio locale, regionale e nazionale nell’ambito delle tematiche legate all’accoglienza, all’orientamento ed all’inserimento socio lavorativo di cittadini stranieri tra cui minori e donne, vittime di violenze o persecuzioni nel proprio paese per motivi di razza, orientamento politico o fede religiosa.

Al Poggetto

Siciliainformazioni ha incontrato il rappresentante dell’Associazione Acuarinto, il dott. Donato Notonica.

  • -Alla luce dei tragici sbarchi di Lampedusa, secondo lei, quale sarebbe il modo migliore per combattere l’immigrazione clandestina?

Regolare il flusso migratorio non è semplice: il caso italiano dimostra che dal 1990 - dalla prima legge organica sull’immigrazione, la c.d. “Legge Martelli” - ad oggi, nonostante diversi provvedimenti emanati da entrambi gli schieramenti politici, non vi siano in tal senso risultati significativi. Siccome l’immigrazione clandestina - per le modalità che assume - è da considerarsi come una  forma di “tratta di esseri umani”, va combattuta con tutti i mezzi nel supremo interesse dell’incolumità fisica e psichica del migrante. Ricalibrare il Decreto flussi su numeri più consistenti (e quindi rispondenti alla realtà) ed instaurare rapporti di reale collaborazione tra lo Stato Italiano ed i Paesi di partenza dei migranti, finalizzati alla lotta all’immigrazione clandestina con appositi accordi bilaterali (suscettibili di verifica in termini di adempimento degli impegni assunti) potrebbero essere misure utili a contenere il fenomeno.  

·       Considerare reato l’immigrazione clandestina, cosa significherà? Servirà ad arginare il problema?

Io posso dirle, ma questo è soltanto il mio parere, che considerare l’ingresso irregolare un reato penale mi sembra una misura sproporzionata rispetto al fatto. Sull’efficacia del provvedimento come “deterrente”, ho fortissimi dubbi: le carceri sono stracolme, il trattenimento presso le strutture per irregolari è finalizzato all’identificazione del migrante, non a far scontare una pena detentiva, avrebbero giustamente diritto ad un legale d’Ufficio ed ad un processo…mi sembra che la faccenda si complichi, insomma…

Occorre anche dire che il potenziamento dell’attività di controllo del territorio (che auspico a prescindere dalla presenza dei migranti clandestini) deve essere esclusivo compito dello Stato; non si può rischiare che si apra la “caccia al    clandestino”, o al ROM, da parte di chicchessia.

·       Secondo la sua esperienza, esiste in Sicilia una certa intolleranza verso gli immigrati?

Rispetto al fenomeno dell'immigrazione le problematiche non riguardano principalmente la lotta contro la discriminazione o il razzismo, poiché il tradizionale senso dell'accoglienza che contraddistingue la Sicilia ha - quasi del tutto - impedito l'insorgere di atti di intolleranza, ma piuttosto un processo di “crescita separata” laddove l'impossibilità di inserimento, ancor prima che nel mondo lavorativo, nel contesto pubblico, culturale e sociale, crea delle barriere a volte insormontabili. Il tutto in un panorama in cui la realtà economico-produttiva sfavorevole, anziché giocare un ruolo di raccordo, limita le opportunità di incontro tra i due mondi, non favorendo i normali processi di integrazione. Speriamo bene con le seconde generazioni di immigrati, anche se l’esempio Francese non incoraggia…

·       La figura del mediatore culturale quanto può servire in un contesto integrativo?

 Moltissimo. Il mediatore culturale svolge un ruolo di mediazione tra le Istituzioni territoriali italiane e i cittadini immigrati residenti. Essi danno voce alle domande ed ai bisogni degli utenti e chiariscono loro il modo di funzionamento dei servizi. Hanno competenze idonee a migliorare l'accoglienza dei cittadini immigrati e a facilitare la conoscenza, l'accesso e l'uso dei servizi esistenti sul territorio. Poiché meglio di altri sono in grado di comprendere e dialogare con i cittadini immigrati, essi offrono da una parte un servizio agli immigrati e dall'altra un servizio alle strutture che spesso hanno difficoltà a rispondere alle esigenze degli utenti stranieri. I mediatori prevengono inoltre le potenziali occasioni di conflitto, favorendo invece le condizioni per l'integrazione sociale e per le pari opportunità nel godimento dei propri diritti. La loro attività può comportare interventi di varia natura e molto differenziati e richiedere diverse modalità di coinvolgimento: da una presenza continuativa, a servizi di consulenza, servizi di sportello, servizi alle persone e servizi  nel Terzo Settore.

·       Dietro il fenomeno della clandestinità, non si nasconde forse la connivenza di molti italiani?

IL clandestino è in una condizione di debolezza manifesta, nei confronti dell’italiano per cui lavora e del contesto che lo sostiene .Che “potere contrattuale” ha, un clandestino? Praticamente nullo. Sarebbero utili delle campagne informative per la popolazione autoctona: quanti sono coscienti di commettere reato, facendo lavorare clandestinamente qualcuno? Poche: molti fanno fatica a percepirlo come reato, alcuni, anzi, sono convinti di fare una buona azione…

 

Paola Pottino

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