Massimo Gramellini, editorialista della Stampa, ha colto nel segno. Prendendo lo spunto da un appello del guro dei reality, John De Mol, l’inventore del Grande Fratello, ha affondato la lama sulla parte avuta da questo tipo di programmi tv nella trasformazione della società. Sorridendo, com’è nel suo stile,
Gramellini, ci costringe a riflettere. Attività che, per tante ragioni, trascuriamo di fare, sicché tutto ci passa davanti agli occhi senza comprenderne il nesso, il senso, la complessità.
Assomigliamo più ad una pila elettrica, sollecitata dall’energia, che ad esseri umani. Le emotività vengono acuite, strapazzater, devastate o semplicemente deviate, mentre il ragionamento, l’osservazione, l’analisi languono per mancanza di tempo e di voglia.
John De Mol, osserva Gramellini, ha esaurito le cartucce. “L’uomo che sta alla crescita della televisione come Attila alla ristrutturazione degli immobili ha ammesso di aver toccato il fondo della sua creatività e ora cerca disperatamente qualcuno che lo aiuti a scavare.
“Offrendo 50mila dollari a chiunque - analfabeta affermato o intellettuale complessato - sia in grado di fornirgli l’idea di un nuovo reality. Mi piacerebbe concorrere, ma sono cosciente della difficoltà dell’impresa. Chi conosce il Grande Fratello e il resto del parentado televisivo sorto nella sua scia sa che quel programma ha cambiato la nostra società più di venti Finanziarie. Prima dell’apparizione di De Mol persisteva un timido legame fra il merito e la celebrità, fra la fortuna e la gloria. Se non nella vita reale, almeno in tv, dove per diventare famoso dovevi sapere in quale giorno mese anno era nato Giosuè Carducci, o quanti fagioli bollivano nella pentola della Carrà.”.
Il rammarico di Gramellini non può che essere condiviso.
Mitigato dalla sapiente ironia, resta tuttavia il sentimento idoneo a rappresentare la devolution del pensiero e della ragione.
“Il Grande Fratello, scrive Gramellini, ha invece sancito che per diventare qualcuno potevi continuare a essere nessuno, purché un nessuno capace di stare davanti alle telecamere con una certa dose di spontaneità e una, più elevata, di caricaturale grettezza. Solo così il pubblico sarebbe riuscito a riconoscersi in te senza provare invidia”.
Le conclusione sono gustose“Mi spiace per De Mol, ma oltre è impossibile andare. Persino una gara di rutti fra posteggiatori abusivi travestiti da fagiani rappresenterebbe un passo indietro, verso il ritorno al merito e alla competenza. E poi temo che l’abbia già brevettata Bonolis”.