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1/La storia di Carlota. Quando nacque, sua madre morì; non realmente, ma nel suo cuore...

18 giugno 2008
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Carlota non ha mai saputo il giorno e l’anno della sua nascita. Colpa di quel terribile genocidio avvenuto in Guatemala, teatro di una delle più sanguinose strategie del terrore e violazione dei diritti umani, conosciute nella nostra epoca. Un sistema che ha visto il suo apice tra il 1954 e il 1996 secondo cui, dai dati dei rapporti dell’O.N.U., 150 mila sono state le vittime, 50 mila i desaparecidos, 500 mila i rifugiati esterni e un milione i rifugiati interni, 460 villaggi indigeni spariti dalla mappe geografiche e 250 mila i bambini orfani di guerra. Carlota, una di questi.

In un impreciso giorno di un ancor più vago anno, venne alla luce una bambina bellissima, ma una vita espulsa con sofferenza in un mondo devastato dal dolore, non può che essere segnata dal principio. Chi le diede la vita, si limitò a farla nascere per poi un secondo dopo abbandonarla tra le braccia incredule di un’ostetrica che la ricondusse se non all’amore materno quantomeno all’ amore di una nonna che per sempre da Carlota verrà chiamata “la mia mamma”.

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I primi anni innocenti della sua infanzia trascorsero con la celestiale superficialità di ogni bambino del mondo, una nonna importante, che si occupava dei bambini con dedizione e solerzia, una fattoria in una campagna del paese, con mucche, maiali e diversi animali, tanti cuginetti, le corse nei prati, i giochi di sempre, e qualche dispettuccio a quello zio antipatico e cattivo, sposato con quella donnaccia che con i figli vivevano vicini la fattoria e che lei, inconsciamente odiava .

Lo scherzo che le piaceva di più, era quello di rubare dalla piantagione dello zio le pannocchie, ma lui inferocito, la inseguiva per picchiarla e vendicarsi, cospargendo sul corpicino dei vermicelli che solitamente si attaccano alle pannocchie, ma che sulla pelle procurano un intenso dolore, tanto da lasciare lividi ed ematomi. Lei, però non si arrendeva, la sfida era appena iniziata, fino a quando un giorno, lui prendendola di forza, provò a farla ubriacare, non seppe mai per quale intenzione…, ma Carlota fuggì e si rifugiò piangente tra le braccia della nonna che finalmente le svelò la verità: “quel disgraziato è tuo padre, e lei è tua madre ” le disse. Fu la prima volta che la bambina scoppiò a piangere e con stizza diede uno schiaffo alla nonna. “Questo gesto è stato il rimpianto più grande della mia vita, -dice- perché il giorno dopo mia nonna morì.”.

Il mattino seguente, infatti, i soldati irruppero nella fattoria, uccisero tutti e le ultime parole della nonna furono: “amore, scappa, scappa, salvati almeno tu…

”Carlota fuggì a gambe levate, correva, correva a più non posso, fino a quando, tra gli arbusti della foresta, incontrò un bambino di poco più grande di lei che la prese per mano e la condusse in una capanna, là passarono la notte abbracciati, stremati per il freddo e la fame, e nella notte Carlota sognò la nonna felice che giocava con lei; capì subito che era morta. L’indomani i superstiti del villaggio trovarono i bambini ancora avvinghiati e impauriti, qualcuno li condusse in un camion coperto, senza dare loro spiegazioni, gli orfani di guerra vennero portati in un istituto religioso. “Avevo 6 anni -racconta Carlota- quando mi hanno “buttato” lì dentro e ricordo con orrore la cattiveria di quelle suore. Immediatamente ci disinfettarono, e poi iscrissero in un registro la nostra data di nascita, identica per tutte, decisero che nacqui il 17 novembre 1972!” Carlota, di appena sei anni, incominciò a lavorare nell’istituto come una donna adulta, si occupava dei bambini più piccoli, faceva le pulizie e in seguito badava alla cucina.

Il primo anno, rinchiusa, non uscì mai: era diventata prigioniera della sua stessa vita. Passarono sei anni e dall’Italia arrivò una richiesta di adozione,Carlota fu ben felice ma pretese di non essere affidata a una famiglia che aveva subito un lutto grave, come la perdita di un figlio, intuiva che una famiglia provata da un simile dolore non avrebbe potuto mai darle l’amore che lei cercava.. Era tutto stabilito per la sua partenza, quando 10 ore prima, una suora che le aveva nascosto il segreto per tanto tempo, le disse che sarebbe andata in una famiglia al quale era mancato il figlio. Lei, sul punto di rinunciare, alla fine, a malincuore, accettò.

Qualsiasi cosa pur di cambiare vita. L’arrivo all’aeroporto di Fiumicino non fu come lei per mesi l’aveva immaginato. Nessuno le corse incontro baciandola, nessuno le sorrise affettuosamente, trovò soltanto una coppia di signori che senza neanche farle una carezza, le diedero la mano. Carlota volse uno sguardo veloce alle sue amiche con i nuovi genitori, tutti intorno a lei erano molto felici ed emozionati, lei, ancora una volta, tristissima. Il rapporto, evidentemente, con i nuovi genitori fu disastroso, Carlota, diventata ormai adolescente, capì che quella era una nuova prigione, magari più confortevole, ma pur sempre una prigione. “Io cercavo una famiglia, -dice Carlota- non del denaro e l’ agiatezza economica”.

Così dopo altri 6 mesi d’inferno, andò ad alloggiare dalla zia di un’amica, ma era una situazione provvisoria e, in attesa di avere notizie di un nuovo affido da parte del suo avvocato, andò a vivere dalla legale. Ma anche qui stava male, e sempre più si convinceva di essere il rifiuto dell’umanità e che non avrebbe potuto essere amata. Finalmente, dopo un periodo di altri sei mesi, l’agognato affido arrivò.

Carlota conobbe a 16 anni quelli che presero questa ragazza per quello che era, con la voglia di amarla, senza troppi pregiudizi, forse qualcuno all’inizio, ma col tempo, superati. Per negligenza, o distrazione dell’avvocato, Carlota per un anno e mezzo rimase in Italia da clandestina, senza il permesso di soggiorno.

Un mattino, bussarono alla porta: era la polizia che la condusse immediatamente in questura per espellerla nel più breve tempo possibile. Inutile le suppliche, i pianti, le implorazioni di Carlota e dei suoi familiari, il funzionario sembrava irremovibile, fino a quando non intervenne una poliziotta, che cercò di aiutarla.

“Stefania –racconta Carlota- il mio angelo, la chiamo così perché mi ha salvato la vita, ha parlato col dirigente di allora, spiegò la mia situazione e mi diedero un permesso di soggiorno per un mese, entro il quale io avrei dovuto sbrigare tutte le pratiche per l’adozione”.

Ce l’ho fatta, nel 1995 sono stata definitivamente adottata.

La storia non finisce qua. L’ancestrale dolore per la mancanza d’identità prepotentemente riappare, lasciandole ferite non ancora rimarginate. La sua vita sembra andare per il verso giusto, studia, prende un diploma magistrale, poi una mini laurea in Belle arti, frequenta diversi corsi d’informatica, fin quando decide di fare la domanda per la richiesta della cittadinanza. Dopo ben quattro anni dalla richiesta, arriva impietoso il diniego, motivazione: insufficienza del reddito.

“Ma allora io chi sono? – si domanda Carlota- non sono né italiana né straniera, dopo 19 anni in Italia, mi domando chi sia io veramente. Non vogliono rinnovarmi neanche la carta d’identità, perché dicono che nel passaporto ho un cognome diverso. Mi hanno detto di rivolgermi all’ambasciata del Guatemala la quale, a sua volta, mi ha risposto che il problema non è di loro competenza.

Tutto questo è un altro inferno.” Il suo viso nascosto da grandi occhiali e da un sorriso dolce e bisognoso d’aiuto, è quello di una donna disperata, che a trentacinque anni ha un bisogno reale di ritrovare quella identità negata sin dalla nascita. Un crudele gioco del destino che sembra non darle tregua.Trovare un datore di lavoro che voglia metterla in regola in modo tale da raggiungere il reddito richiesto per ottenere la cittadinanza è diventata la sua priorità.

“Ormai convivo con l’insonnia –dice-.Quando ho ricevuto il diniego del Ministero sono caduta in una grave crisi depressiva, sono stata in cura da uno psicologo, non riesco più a vivere bene. Venti anni in Italia e mi sento peggio di una straniera.” Intanto lei continua a pensare alla sua terra, al Guatemala, alla sua gente, alle sue origini. Anche nell’amore ha ricercato qualcuno che gli facesse rivivere il sapore della sua terra.

Una bella storia d’amore con un ragazzo guatemalteco, anche lui adottato da genitori siciliani che, evidentemente, volevano per il figlio qualcosa in più di una piccola fiammiferaia disperata.

Così, anche l’amore svanì e Carlota, sola, con un padre ottantenne gravemente ammalato e una mamma anziana, continua la sua lotta per l’identità negata.

 

Paola Pottino

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Anonimo 19 giugno 2008   11:08

Ho letto la storia di Carlota che non può lasciare indifferenti. Vorrei informarla, se ci legge, che in Italia si sono costituite delle Associazioni con annessi Forum per la ricerca origini da parte dei figli adottivi o dove ci si può iscrivere per confrontarsi con altri iscritti. Condividere certe esigenze o le proprie storie con altri, aiuta.

Si può anche contattare il cell. 3891676989 per maggiori chiarimenti.

Intanto segnalerò questo sito nei forum sopraindicati per poter proiettare questa storia in tutta Italia.

e-mail sunrise50@libero.it

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