Ci sono professori per caso e professori per vocazione, i primi tirano a campare, fanno quello che possono e talvolta nemmeno questo, i secondi dedicano se stessi all’educazione dei giovani, si dannano l’anima per ottenere buoni risultati e quando non ce la fanno si disperano e ci perdono pure la salute. Alcuni vengono insultati perché fanno poco, altri perché fanno molto e vessano gli alunni. C’è chi piglia pure legnate per fare il proprio dovere e chi attende il suono della campanella con maggiore trepidazione dei suoi alunni. Molti non possono lavorare come vorrebbero perché mancano gli strumenti più elementari e il contesto sociale in cui operano è difficile. Qualche insegnante fa miracoli nonostante le difficoltà e qualche altro si perde d’animo, non ce la e tira a campare perché non può proprio fare a meno dello stipendio.
La scuola si porta appresso un peccato originale, il fardello di essere stata, e continuare ad essere, una preziosa opportunità di lavoro per migliaia di persone che non hanno dove sbattere la testa. La scuola, però, non è un mondo a parte, è lo specchio della società. E non è una sola, ci sono tante scuole quanti gli insegnanti. Come potrebbe essere diversamente?
Nonostante sia un mondo variegato, complesso, quando si parla di professori e maestri non si fa alcuna differenza. E quando si fa differenza, si prende a pretesto ciò che non conta niente, i luoghi di origine dei docenti. Ci si lamenta, per esempio, che sono troppi i presidi e gli insegnanti meridionali nel Nord Italia, che i risultati scolastici ottenuti nel Sud sono i peggiori e danneggiano l’immagine della scuola iotaliana. Argomenti futili, che non permettono di riflettere sui problemi dell’istruzione.
Il Ministro Gelmini, titolare del Dicastero, ha ausopicato corsi intensivi per i professori meridionali, il Ministro dell’Economia ha invocato con enfasi il ritorno ai voti, l’anno scolastico muove i primi passi e sarà ricordato come l’anno del grembiulino e del grande ritorno del voto di condotta. Una avvilente sotovalutazione delle questioni reali che agitano il mondo della scuola: l’edilizia scolastica le risorse insufficienti (soprattutto nel Sud), la preparazione universitaria, gli stipendi basi e la precarizzazione dei docenti, l’effettiva autonomia degli istituti scolastici, una modernizzazione dei programmi ecc.
Il pessimismo è d’obbligo. La Ministra Gelimi vuole “una scuola che insegni a leggere, scrivere e far di conto” e non “una scuola che chieda allo studente di padroneggiare gli strumenti espressivi ed argomentativi indispensabili per gestire l’interazione comunicativa verbale in vari contesti”. La Ministra crede che la prima sia diversa dalla seconda. Ma sapere leggere e scrivere, oggi, non pretende che si “padroneggino” i linguaggi, da quello mediatico al teatrale, al letterario ecc? Se non si capisce ciò che si legge e si ascolta, come si fa a scrivere? Se non si è in condizione di comprendere “l’interazione comunicativa verbale nei vari contesti”, copme si fa a decodificare i messaggi multimediali?
La maggior parte dei conflitti – individuali, non solo collettivi – sorgono dagli equivoci provocati da una inconprensione del discorso. Il possesso delle conoscenze pretende la comprensione dei messaggi: radiofonico, televisivo, giornalistico, poetico, informatico ecc. Ci sono ragazzi che chattano benissimo, tagliando avverbi e aggettivi o sotsituendo addirittura lettere, ma non sanno scrivere una parola dopo l’altra quando devono svolgere un compito d’italiano. Altri che comprendono ogni cosa se qualcuno parla di motori e calcio, nulla se sentono che cosa fanno le istituzioni e come assumono le decisioni che ci riguardano.
La padronanza dei linguaggi è essenziale.
Una scuola che non educhi ai linguaggi non educa alla cittadinanza. A che serve sapere che il Parlamento fa le leggi e il Governo esegue, amministrando il Paese, se non si capisce ciò si ascolta alla radio? C’un analfabetismo “linguistico”, delle conoscenze, dei mezzi, semplicemente spaventoso.
E non riguarda solo gli suudenti.
Occorre trattare con rispetto la scuola e chi ci lavora. Perché ciò avvenga, occorre sapere che cosa è la scuola, di che cosa serve; quali bisogni hanno i ragazzi e i loro maestri.
Come intervenire sulla scuola se chi sta al vertice non sa di che cosa sta parlando?
Come non condividere pienamente quanto espresso in questo articolo? Spero che quanto detto giunga alla mente del Sig. Ministro e che serva ad informarsi sulle vere istanze di una scuola moderna ed universale. Cambiare i nomi o i numeri nella scuola significa fare finta di riformare se non addirittura distruggere quel poco di buono che ci è rimasto. GRIDO A GRAN VOCE DOVE LO METTIAMO IL VERO DIRITTO ALLO STUDIO? Che significa dare pari opportunità a tutti i cittadini di sviluppare i vari linguaggi e, soprattutto quelli che sono specifici della personalità di ognuno di noi.
Arch. Enzo Spinnato