La prestigiosa rivista TreeLLLe, che dal 2002 fornisce approfonditi e documentati contributi al dibattito sulla scuola e l’università, pubblica nel numero di maggio 2008 uno stimolante dossier sulla presenza del latino (e del greco) nei curricoli scolastici dal titolo eloquente Latino perché? Latino per chi?
Il fascicolo, che dovrebbe essere letto con grande attenzione da tutti i docenti di latino e dai decisori chiamati ad assumere le scelte di politica scolastica, innanzitutto presenta i dati di una ricerca che mette in evidenza una situazione sconcertante: in Italia gli studenti che studiano il latino sono il 41% dell’intera popolazione della scuola secondaria, cioè oltre un milione di alunni su due milioni e mezzo di iscritti. Infatti il latino è prevista come materia obbligatoria in tutti i licei, con l’unica eccezione del liceo artistico, negli altri paesi europei e negli USA è dappertutto opzionale e interessa percentuali che vanno dall’1 all’8. Colpisce che i “debiti” nelle lingue classiche si attestano agli stessi livelli della matematica (circa il 40%).
Questa anomalia italiana rispetto al resto del mondo dovrebbe indurre ad aprire una discussione priva di tabù e a ripensare quali discipline e quali competenze debbano essere considerate indispensabili nel curricolo obbligatorio, trasferendo tutte le altre in un’area opzionale.
Françoise Waquet fa notare che il leitmotiv tuttora ricorrente è che «lo studio del latino [è] considerato estremamente benefico per lo sviluppo delle facoltà intellettuali del giovane, della memoria come pure della capacità logica; insomma per “l’educazione generale dello spirito”» (p. 23). Questo, che non è che un pregiudizio mai scientificamente dimostrato, è stato sempre a rischio di una deriva reazionaria: il latino proteggerebbe dai pericoli del mondo moderno e dall’ideologia materialistica, il latino sarebbe anti-comunista, è un antidoto contro l’americanizzazione, la tecnomania e l’utilitarismo. Il latino, la cui inutilità pratica è oggi acclarata, «si inserisce in un modello egemonico fondato su una certa idea dell’uomo e della sua formazione, su una certa concezione della società, del suo ordine e delle sue norme» (p. 29). Come dire che il latino non è “neutrale”.
Luigi Berlinguer fa notare che ormai «si è affermato in concreto il principio che il latino […] non rientra nel nucleo disciplinare costitutivo della cultura di base comune a tutti gli alunni per l’intero arco scolastico» (p. 48), precisando che ciò che si è respinto è «un apprendimento che si è soprattutto risolto in esercizi, versioni, compiti, vissuti come fini a se stessi, che hanno finito per essere prevalenti rispetto al fine culturale» (p. 49). La conclusione è che il latino debba essere collocato come obbligatorio in un indirizzo specialistico di studio linguistico e reso opzionale in tutti gli altri indirizzi. Questa proposta viene del tutto condivisa da Carlo Bernardini.
Maurizio Bettini ritiene non più attuale l’apprendimento del latino nella sola prospettiva linguistica e rivendica un insegnamento che esalti gli elementi strutturali della civiltà classica.
Tullio De Mauro illustra l’opinione che il latino debba del tutto cessare la sua funzione di discriminazione sociale e di strumento di canalizzazione precoce e che, in un’ottica di profondo rinnovamento pedagogico-didattico, debba figurare come materia opzionale in un liceo unitario, che superi tutti gli attuali indirizzi secondari superiori.
Rosario Drago parte da una considerazione impietosa della situazione di fatto: «il latino viene considerato un insegnamento inutile dagli studenti, viene insegnato male (o per nulla), non si impara affatto […] Oggi, nessun allievo di liceo dopo cinque anni di studio – salvo una minoranza statisticamente irrilevante – riesce a leggere (“d’impronta”, “ad apertura di pagina”, “a prima vista”) un qualsiasi testo latino o greco» (pp. 98 e 101). La proposta finale è la stessa di quella di De Mauro e cioè, come afferma Alfonso Traina: «Il latino si salva (se veramente vuole essere salvato, e non le sue cattedre) non facendolo studiare male a molti, ma bene a pochi» (p. 109).
La conclusione di Leopoldo Gamberale è la seguente: «Se tuttavia una parte della cultura classica, in alcuni indirizzi liceali, deve necessariamente essere sacrificata, mi sembra inevitabile […] che debba trattarsi della parte più “tecnica”, cioè della lingua, mentre dovrebbe conservarsi in tutti i curricoli una informazione su altri aspetti, storico filosofico letterario artistico scientifico. Quanto allo studio delle lingue classiche, esso dovrebbe essere mantenuto almeno in un indirizzo “umanistico”» (pp. 116-117).
Cerchiamo di riassumere e di rendere più chiari i termini di questa interessante discussione tra esperti di altissimo livello. La prima e più urgente cosa da fare è di liberare il latino dalla sua condizione di status symbol sociale e da una serie di pregiudizi infondati che lo accompagnano. Tutti, con una eccezione (Bettini), ritengono che il latino debba diventare una materia opzionale e, semmai, rimanere obbligatorio nel liceo classico (Gamberale ritiene pure nello scientifico). Tutti, indistintamente, pensano che l’insegnamento del latino (contenuti e metodi) debba essere profondamente aggiornato per non condannarlo all’anacronismo pedagogico.
Ci sono questioni che da questo confronto non emergono e che però sono quelle che peseranno maggiormente al momento delle decisioni (se mai verranno). L’opzionalità comporterà inevitabilmente, come è avvenuto negli altri paesi, una caduta verticale delle richieste. Questo significa che verranno messe a repentaglio almeno cinquemila cattedre.
Di ALDO ZANCA
Il drastico ridimensionamento dell'insegnamento delle lingue classiche nei paesi europei e occidentali in genere (a partire dagli USA dove iniziò questa "moda") ha avuto - mi permetto di dire - un ruolo rilevante nella perdita di identità dello stesso mondo occidentale delle proprie radici. Per fortuna le persone veramente colte di tutto il mondo continuano a studiare, o ad avere studiato da ragazzi, il latino e il greco, fondamenta della cultura umana, oggettivamente, senza pregiudizi. E' pur vero che uno studio così di massa e così demodé serve a poco. Faccio il professore universitario di materia assolutamente non umanistica e posso garantirvi che gli studenti che non lo hanno mai studiato volano più basso degli altri (magari fanno bene il compito ma non è questo il problema). Forse è questo che si vuole. Un mondo di tecnici incapaci di pensare troppo. Si pensa con la storia e la storia è uno scrigno che si apre con le lingue: Inglese, francese, tedesco, ma anche e soprattutto, andando non troppo indietro, latino e greco. Alla faccia di Di Mauro posso dirvi che una scuola d'élite ci sarà sempre, e che se vuole sfornare "classe dirigente" deve farlo anche con le lingue classiche (e con la matematica, e con la storia, e con la filosofia, almeno). Non si capisce, però, perché lo si debba fare con metodi ottocenteschi. Poi ogni popolo dovrebbe studiar meglio i "propri" classici. Non mi stupirebbe né mi scandalizzerebbe se in India si studiasse nei licei il Sanscrito o in Cina il Cinese antico o in Israele l'Ebraico del Talmud o l'Aramaico. Così come trovo sconvolgente che una recente riforma in Grecia abbia privilegiato il "latino" a discapito del "greco classico" per rendere la scuola greca ...più europea! Anche per i licei siciliani io ribalterei le proporzioni o le renderei uguali tra le due lingue...nel classico ovviamente. Forse altrove un'infarinatura sulla lingua e uno studio su testi tradotti potrebbe essere un compromesso accettabile (penso agli scientifici). Ma è un dibattito molto delicato e da condurre senza semplificazioni demagogiche il cui unico vero fine è fare cassa, e quindi - tanto per cambiare - tagliare cattedre.
Trovo necessario un ripensamento dell'insegnamento del latino a scuola e un suo riposizionamento più adeguato.
Purtroppo è vero, e l'ho potuto constatare personalmente avendo frequantato il classico, e uno dei migliori della mia città, che il latino nella maggioranza dei casi viene insegnato male e si insiste in modo sterile su una grammatica morta e pesante; il che produce un autentico odio generalizzato per la sua cultura, identificata banalmente con le regolette della sintassi o le declinazioni da memorizzare.
Quello che trovo sconcertante è poter pensare di tagliare di colpo le nostre radici culturali millenarie, partendo da questi difetti che si possono, seppure con difficoltà, correggere: immaginare di vivere senza il latino, di fare crescere le nuove generazioni senza l'apporto di questa cultura di base, infinitamente altro e più rispetto alle forme.
Togliere il latino significa defraudare gli studenti di una ricchezza che, sebbene attecchisca in pochi, regala a questi pochi (fra i quali mi schiero con orgoglio anch'io!) una luce preziosa nell'anima e nella testa (e parlo dei pensieri, delle riflessioni, della filosofia, del diritto, della poesia...): perdere tutto questo e livellare ancora di più il bagaglio culturale dei ragazzi italiani sarebbe a mio parere un danno incalcolabile!