Qualcuno, partendo dalla constatazione che la traduzione in latino non esiste più, propone che da questo fatto si traggano tutte le conseguenze per la didattica, eliminando drasticamente tutto ciò che non sia essenziale all’insegnamento della lingua latina incentrato sull’obiettivo della traduzione dal latino. Il che vuol dire rendere plausibile e razionale lo studio linguistico del latino, in quanto finalizzato a sviluppare la competenza per leggere i documenti della cultura e della civiltà latina, senza, ovviamente, pregiudicare le finalità connesse alla riflessione sulla lingua latina stessa.
Il ragionamento non fa una grinza, ma rinuncia ad avventurarsi più oltre per cercare di rispondere alla domanda (cerchiamo di formularla cautamente): in che misura ha senso oggi la presenza del latino nel curricolo obbligatorio di tutti i licei?
È storia ancora attuale lo smantellamento sistematico dei capisaldi della cosiddetta riforma Berlinguer, fra i quali c’era il ripensamento radicale dell’impianto culturale dei contenuti scolastici e la loro ricostruzione su nuovi principi formativi, nella ricerca di una sintesi dinamica tra scuola e democrazia, tra bisogni individuali e bisogni sociali di formazione.
Uno sforzo di questo tipo avrebbe sicuramente a un certo punto messo in questione il (millantato) valore formativo del latino. Intendiamoci subito: negare valore formativo al latino sarebbe semplicemente da stupidi. Il fatto è che al latino si attribuiscono doti assolutamente eccezionali non solo nell’ambito dell’apprendimento linguistico, ma anche nell’ambito dello sviluppo di competenze culturali generali (volgarmente si dice che il latino «sviluppa l’intelligenza»). Il latino, non l’italiano, non le lingue straniere, non la filosofia, non la matematica, non le scienze. O almeno il latino più di ogni altra cosa.
La riprova sarebbe che la maggior parte dei migliori talenti in tutti i campi del sapere e delle professioni hanno alle spalle studi classici, rifiutando l’obiezione che forse è più vero il fatto che coloro che, per ragioni censitarie (una volta di diceva: di classe) sono destinati al ricambio della famosa classe dirigente, vengono indirizzati agli studi classici, e perpetuando così il maggiore prestigio del liceo classico su tutti gli licei.
Ma, se fosse vero che il latino è questa pozione magica che fa diventare intelligenti, dovremmo constatare che chi ha studiato il latino lo conosca almeno decentemente, altrimenti la pozione non può fare effetto. Bene: si vada a verificare quanto latino sanno effettivamente i migliori allievi dei migliori licei classici (di tutta Italia, per carità!).
Diciamoci la verità, così, spregiudicatamente: oggi nel bagaglio essenziale di competenze, anche linguistiche, dell’uomo e del lavoratore medio per il latino c’è poco spazio, esso ha cessato di fare parte del syllabus culturale dell’uomo contemporaneo. La discussione sulle sorti del latino, però, non potrà essere pacata né le proposte potranno essere equilibrate fino a quando peseranno due ipoteche: l’inalterabilità dell’organico dei docenti e la specialità del liceo classico rispetto agli altri licei. Da questi ultimi il latino dovrebbe essere eliminato senz’altro, essendone l’insegnamento ridotto ad una larva, ad una zavorra utile solo a fare aumentare i debiti e a contribuire, spesso in modo determinante, alla bocciatura. Ma ciò comporterebbe la riduzione degli organici.
Il latino (e il greco) dovrebbero invece rimanere nel liceo classico, in forma potenziata e assumendo una forte caratterizzazione di indirizzo propedeutico agli studi universitari di area umanistica. Ma ciò significherebbe declassare il liceo classico ad un indirizzo fra gli altri, togliendone l’aura che lo circonda.
Di Aldo Zanca