Scienze & Tecnologia • Archeologia

Scoperto il palazzo della regina di Saba ad Axum

di Roberto Micciche
11 maggio 2008
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Ad affermarlo è l’archeologo Helmut Ziegert dell’Istituto di Archeologia di Amburgo, il quale continua sostenendo di avere identificato anche l’altare su cui era riposta l’Arca della alleanza. State tranquilli, non avete sbagliato pagina, non state leggendo la recensione dell’ultimo film di Indiana Jones che, peraltro, uscirà nelle sale fra due settimane (strana coincidenza, ma quanto ha fatto ipotizzare allo studioso tedesco il ritrovamento di un’imponente struttura, datata al X secolo a.C. e interpretata come il palazzo della biblica regina, al di sotto di un più recente edificio cristiano ad Axum nel nord dell’Etiopia.

 

La figura della regina di Saba è presente, oltre che nel primo libro dei Re dell’Antico Testamento, anche nel Corano e nel poema epico etiope Kebra Negast. Il racconto biblico riporta una visita della regina a Gerusalemme per poter mettere alla prova, attraverso alcuni enigmi, la saggezza del re Salomone. La regina porto in dono quattro tonnellate e mezzo di oro e per tutta la sua permanenza ricevette parecchi doni e, stando alle parole del saggio re, “qualsiasi cosa desiderasse”. Quest’ultima affermazione in una più tarda leggenda ebraica, viene interpreta come il frutto di una relazione amorosa tra i due sovrani.

 

Il documento che fornisce maggiori informazioni sulla mitica regina è il poema etiope Kebra Negast. La leggenda etiope ci trasmette anche il nome della regina: Makeda, e la notizia che dalla relazione con Salomone nacque un bambino che sarebbe divenuto in seguito re con il nome di Menelik I e che avrebbe introdotto in Etiopia il culto egiziano di Sothis e successivamente l’Arca della Santa Alleanza.

 

Basandosi su questo poema Ziegert attribuisce l’edificio ritrovato alla reggia del regno di Saba in quanto sostiene che l’orientamento della struttura sia rivolto verso la stella Sirio, fortemente legata al culto di Sothis e che quindi l’altare al suo interno abbia custodito, per un certo periodo, la famosa Arca.

 

Tuttavia la notizia è stata accolta con un certo scetticismo da parte della comunità scientifica. Appare quanto meno azzardata l’attribuzione della struttura basandosi solo sulla cronologia e su un presunto orientamento astronomico, ancorché l’identificazione del regno di Saba è tuttora argomento fortemente dibattuto, in quanto alcuni studiosi lo identificano con il regno yemenita di Saba o Sheba. Ciò nonostante sono da tempo accettate le ipotesi di svariati contatti, a partire da epoche remote, tra le popolazioni del corno d’africa e della penisola arabica. Indizi corroborati da parecchie evidenze sia di cultura materiale che di  linguistica, infatti le due lingue maggiormente parlate in Etiopia: l’amarico e il tigrino, appartengono al ceppo semitico. Anche le ultime indagini di antropologia molecolare testimonierebbero l’apporto genetico di popolazioni semitiche in Etiopia.

Restiamo in ogni caso in attesa di ulteriori notizie e ci auguriamo per l’archeologo tedesco la stessa sorte che qualche tempo fa toccò ad un illustre suo connazionale che, anch’egli seguendo un poema epico, scoprì in una collina anatolica la città di Troia.

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