La situazione siciliana in relazione al fabbisogno di sangue si va sempre più configurando come di emergenza.
A fronte di una soglia minima stimata complessivamente in 60.000 litri annui, infatti, nel 2007, le nove province isolane sono riuscite a produrre appena 44.647 litri.
Per la Sicilia, l'autosufficienza ematica resta dunque un miraggio, seppure nel territorio la situazione sia estremamente diversificata, se si vanno a verificare i dati scorporati per singola provincia.
Da sottolineare, ad esempio, le ottime performance di Ragusa che, sempre nel 2007, ha raggiunto su base provinciale 28.310 donazioni (92 per 1000 abitanti): un risultato davvero importante, in quanto oltre il 50% del plasma raccolto nella provincia iblea e' andato a bilanciare gli scarsi risultati di altre aree dell'Isola.
La maglia nera, a livello regionale, spetta alla provincia di Palermo, nella quale, per ciò che concerne la raccolta, tra il 2005 e il 2007, s’è registrato un decremento del 10%.
Questi numeri obbligano la Sicilia a restare costantemente legata all’apporto di sangue dal Nord.
Regioni come il Piemonte, l'Emilia Romagna, la Lombardia e il Veneto garantiscono così il rincalzo di importanti quantitativi di sangue per le province di Messina, Agrigento, Catania e, appunto, Palermo.
I centri trasfusionali di alcune province, quindi, soprattutto in alcune province fanno – specie in alcuni giorni, una raccolta di sacche di sangue stentata: in alcuni giorni, le sale d’attesa, sono semivuote.
Nel paragrafo che segue vi è il racconto dell’esperienza di un donatore di sangue in una giornata non di punta nel centro trasfusionale dove egli di solito si reca:
Al suo arrivo, la sala d'attesa, solitamente affollata, gli si presenta vuota. Senza dover fare alcun turno d'attesa, viene accolto dal personale presente: dopo le necessarie registrazioni e la compilazione della scheda sanitaria, viene visto dal sanitario per l'esecuzione degli esami preliminari (ematocrito), per la verifica dei parametri fisiologici di base (peso/ pressione arteriosa) e per l’indagine anamnestico-clinica. Tutto procede troppo velocemente: nel giro di pochi minuti, è già sdraiato per l'esecuzione del prelievo. Tutto s’è svolto in un lampo, ma lui non è affatto contento di essersi spicciato: avrebbe voluto attendere pazientemente il proprio turno, scambiando intanto due parole con i volontari che gestiscono l'accoglienza. Per lui, è veramente strano trovarsi così da solo per una donazione, né lo conforta il fatto di accorgersi che, in sala prelievi, c'è già un donatore. "Almeno siamo in due! Ma… cosa succede?" - chiede al medico di turno che gli risponde senza esitare: “E’ un decreto regionale entrato in vigore l'anno scorso - nel 2006 - a provocare tutto questo, svuotando le associazioni e le unità mobili del prezioso apporto di nuovi donatori. Se non cambia velocemente qualcosa, non c'è niente da fare: non si riuscirà a stare al passo con la necessità di raccogliere sacche di sangue in quantità commisurate con le richieste provenienti sia da soggetti portatori di patologie del sangue sia da individui in attesa di interventi di chirurgia specializzata (soprattutto i trapianti) sia dai traumatizzati della strada”. E’ evidente che tra i volontari ed i medici circoli un'inquietudine depressiva e che le diverse operazioni siano portate avanti quasi con tristezza.
Dopo aver raccolto questa storia abbiamo voluto fare un approfondimento sul tema che consente di individuare almeno una delle cause che nell’ultimo anno ha ulteriormente accentuato il problema della scarsità delle donazioni, tenendo conto tuttavia del fatto spesso le “emergenze” sanitarie e/o sociali vengano segnalate dalla stampa nei mesi estivi, quando scarsa è l’attenzione delle istituzioni nel rispondere sollecitamente ai problemi segnalati (ma è anche vero che nei mesi estivi, quando ad altri problemi si aggiungono quelli dell’emergenza “caldo” e degli organici sottodimensionati, per via del piano-ferie delle singole strutture sanitarie).
Proprio nell’agosto 2007, è comparso un articolo di denuncia sul principale giornale cartaceo di Palermo e della Sicilia, dopo il quale - come spesso capita con altri problemi sanitari e sociali - il silenzio. "Sangue. Donatori in calo. E' allarme negli ospedali", annunciava il suo titolo.
In esso, il presidente di un’Associazione di donatori di sangue della città – intervistato - faceva riferimento ad un decreto regionale in applicazione dal 2006, che siamo andati a consultare.
È il Decreto regionale del 4 Aprile 2006 ( su "Piano operativo per l'implementazione dei livelli di sicurezza trasfusionale nell'ambito della Regione siciliana”) che stabilisce una serie di caposaldi operativi per garantire la sicurezza dei riceventi (delle trasfusioni di sangue intero o di suoi componenti), in merito soprattutto alla trasmissione di particelle virali responsabili di alcune malattie infettive (HIV, HBV, HCV) ma anche dell’agente infettivo della lue, oggi di nuovo in espansione.
Se la maggior parte delle articolazioni del piano sono ineccepibili, quella che crea i problemi maggiori è appunto relativa alle nuove disposizioni in merito alle procedure riguardanti il candidato donatore e, nella fattispecie, il "nuovo" donatore.
In poche parole, chi intende donare per la prima volta viene ammesso ad una "pre-donazione" (un semplice prelievo di sangue per l'esecuzione degli esami ematochimici di routine e per l'intera batteria degli esami sierologici).
Dopo di che, potrà ripresentarsi al centro trasfusionale o a quello di raccolta, non prima di cinque giorni, per ricevere l'esito degli esami e, se idoneo, effettuare la donazione.
Com’è comprensibile, questo dispositivo sta causando una grave perdita di "nuove" donazioni: per esempio, secondo i dati di una delle associazioni siciliane più attive (Thalassa), dall'entrata in vigore del decreto alla 31 dicembre 2006, sono state effettuate ben 2630 pre-donazioni, di cui però 1699 ancora "in giacenza" alla stessa data; un’altra associazione (Fratres), da maggio 2006 alla fine di ottobre 2007, su 555 pre-donazioni (da parte di aspiranti donatori) ha potuto effettuare soltanto 260 donazioni, con una perdita secca di oltre il 50 % delle sacche di sangue potenziali, non perché i candidati donatori siano risultati non-idonei alla donazione ma perché non si sono più ripresentati.
In altri termini, con questo dispositivo, circa il 60% dei candidati donatori non si sono più ripresentati.
Si può argomentare che questa procedura, in verità, sia farraginosa, senza accrescere nei fatti il livello di sicurezza, poiché - di norma - l'utilizzo della singola sacca di sangue – anche quella raccolta da un donatore abituale (di cui - per definizione - si conosce, in linea di massima, lo stato di salute, ma i cui parametri infettivologici necessitano sempre un aggiornamento) è sempre subordinato appunto al buon esito dei test sierologici.
Quindi, lo stacco forzato tra pre-donazione e donazione voluto dal compilatore del decreto legge in questione, ha soltanto l’effetto di disincentivare un donatore alla sua prima esperienza.
Proprio la prima volta in cui ci si accosta alla donazione di sangue, infatti, la disponibilità a donare può essere vacillante, essendo in parte insidiata dal dubbio, dall'incertezza e dall'ansia.
Sarebbe auspicabile che questi aspetti del "Piano" regionale interferenti con la prima donazione, alla luce degli inconvenienti segnalati dagli addetti ai lavori, venissero quanto prima modificati: un’iniziativa del resto fattibile, poiché essi non derivano da una legge dello stato, ma sono un dispositivo di legge a carattere meramente regionale.
Con il ripristino della più snella procedura precedentemente applicata, le sale di attesa dei centri per la donazione di sangue tornerebbero a riempirsi.
Intanto, è un dato di fatto che anche le campagne promozionali per la raccolta di sangue nelle scuole (con un target di 18enni) producano risultati sempre più scarsi in termini di sacche di sangue raccolte e che non cresca più – come si vorrebbe - la "cultura" della donazione che si diffonde soltanto “incoraggiando” il più possibile i giovani a fare una prima donazione e cavalcando l’entusiasmo della loro dichiarata disponibilità.
C’è anche dire che intere categorie di cittadini sono scarsamente disponibili alla donazione di sangue e ciò, malgrado il martellamento sempre più intenso di spot pubblicitari commissionati sia dalle Associazioni di donatori (come ad esempio uno molto recente disposto dall’Avis) sia dalle istituzioni sanitarie e, malgrado i numerosi interventi di educazione alla cultura della donazione effettuati negli istituti scolastici.
I medici che, per primi, dovrebbero dare l’esempio sono una delle categorie meno permeabili alla cultura della donazione. E se un medico è così poco disponibile a donare che tipo di messaggio può rivolgere ai suoi assistiti per invogliarli ad una donazione: e sì che il medico di famiglia avendo il polso della situazione di tutti i suoi assistiti, potrebbe indirizzare quelli più idonei ad uno dei tanti centri trasfusionali.
Nel corso del 2007 e del 2008 a Palermo, l’Azienda USL 6, assieme all’Azienda Ospedaliera “Cervello” ha sviluppato una iniziativa (informativa e formativa) indirizzata ai medici di famiglia, per sensibilizzarli alla cultura della donazione, ma anche – in questo caso – con scarso risultato.
In generale, si può dire che vi sia tuttora una forte prevenzione nei confronti della donazione di sangue (il pensiero per esempio che “indebolisca” oppure che racchiuda degli impreisti pericoli, per non parlare di quelli che hanno un’autentica fobia per l’ago e per la puntura endovena).
Per esempio, una categoria di individui che sarebbero del tutto idonei alla donazione perché, dal punto di vista sanitario sono molto controllati, sono gli sportivi. Ebbene, è sorprendente constatare la gran parte degli sportivi (agonisti e non) ritengono (erroneamente) che la donazione di sangue li posso fiaccare, togliendo smalto alle proprie prestazioni.
E molti sono anche sordi al tentativo di convincimento messo in atto da quei pochi sportivi che, invece, hanno dimestichezza con le donazioni.
Quella che segue è la testimonianza di uno sportivo-donatore
Sono, da tutta la vita (da quando ho compiuto 18 anni, un donatore di sangue con le regolari quattro donazioni all'anno di sangue intero; in più, da circa cinque anni, faccio anche da due a tre donazioni di piastrine (in aferesi). Se si pensa che la donazione di sangue intero possa prostrare per via della perdita in ferro ematico che, peraltro, si recupera in poco meno o poco più di 15 giorni, la donazione con plasmaferesi (di piastrine e/o plasma) non provoca nessun effetto di questo tipo. L'unico inconveniente è che un po' lunga: tra una cosa e l'altra, in funzione del macchinario utilizzato, può durare da 3/4 d'ora ad un'ora e mezzo (un tempo in cui si deve stare sdraiati con l'ago in vena), ma il tempo di sosta è compensato dalla grande disponibilità del personale presente nella sala prelievi del centro a cui mi rivolgo.
In questo momento c'è molta carenza di sangue, di plasma, di piastrine.
La situazione è davvero drammatica: alcuni pazienti non possono fare le terapie, né possono essere operati. ?A chi non avesse mai fatto una donazione di sangue, prima di avventurarsi nella donazione in plasmaferesi, consiglierei però di provare una donazione di sangue intero (che è più veloce).?La donazione di sangue implica un giorno di riposo dal lavoro (per chi ha un lavoro dipendente). ?Nei giorni in cui dono vado regolarmente in bici, in canoa corro, nuoto: ovviamente, senza strafare. Ho sempre fatto così, anche se il medico – per fare la sua parte e tutelarsi - mi dice sempre che per quel giorno me ne devo stare a riposo. Che io sappia, per quanto ho potuto sperimentare personalmente, non c'è nessuna controindicazione all'attività fisica. L’indicazione di stare a riposo totale forse va bene per quelli che fanno vita sedentaria, non per quelli come noi ...e dico questo senza nessuna presunzione... Provare per credere...
Con la grave carenza di sacche di sangue che si accentua nei mesi estivi (perché anche i donatori abituali se ne vanno in vacanza, mentre i neo-donatori hanno tante altre distrazioni per la testa e raramente mettono nel conto di accostarsi per la prima volta a questa esperienza), c'è anche – molto concreto - il rischio che le sale operatorie debbano posporre quegli interventi chirurgici che richiedono una preventiva disponibilità ematica e che i familiari di candidati ad operazioni complesse e di alta specializzazione comincino a darsi da fare per reperire donatori "interessati", creando in essi - con un’elargizione sottobanco - la necessaria “motivazione” a ritornare a fare il prelievo dopo la pre-donazione.
A fronte del silenzio quasi totale delle istituzioni preposte, proprio a partire da questi spunti di riflessione, Medeu.it - il quotidiano web siciliano di informazione, documentazione e ricerca socio-sanitaria - in questi giorni sta dedicando ampio spazio all'argomento, con un dettagliato lavoro d'inchiesta.
Insomma, non vediamo l’ora di vedere i centri per la donazione pieni di donatori che aspettano il loro turno per espletare una così importante azione di solidarietà sociale e ci auguriamo che i Siciliani possano prendere a sentire la donazione come un dovere civico, così da rendere la propria terra autosufficiente per quanto concerne il fabbisogno ematico.
Maurizio Crispi