Un ricordo dolorosissimo, ma anche un cervello più piccolo di prima. Per le persone che si trovavano a New York l'11 settembre del 2001 e hanno assistito all'attacco alle Torri Gemelle, le ripercussioni del trauma si fanno sentire a livello psicologico, ma sono anche ben visibili con la risonanza magnetica: scienziati del College of Human Ecology della Cornell University (Usa) hanno infatti verificato su 18 superstiti dell'attentato al World Trade Center, messi a confronto con persone che al momento dell'impatto degli aerei kamikaze si trovavano a 200 miglia di distanza, una diminuzione della materia grigia in corrispondenza delle aree del cervello che governano le emozioni. La riduzione del volume di tale materia, composta in gran parte da cellule e vasi capillari - spiega lo studio pubblicato sulla rivista NeuroImage - secondo gli scienziati potrebbe essere la naturale risposta del cervello al trauma. E potrebbe dunque verificarsi anche in casi meno eclatanti rispetto allo schianto delle Twin Towers, come ad esempio un lutto o un incidente stradale. Finora gli esperti avevano però verificato questi effetti su persone con problemi mentali associati all'esperienza negativa, mentre il gruppo di volontari arruolati per il nuovo studio non soffriva di alcun disturbo psicologico: solo tanti brutti ricordi, ma nessuna depressione o attacco di panico. "Sapevamo che i traumi possono rendere più vulnerabili nei confronti di malattie mentali anche anni dopo l'evento - sottolinea Barbara Ganzel, autore principale della ricerca - ora però conosciamo anche i processi biologici alla base di questa vulnerabilità". Gli scienziati hanno utilizzato due tipi di risonanza magnetica per scansionare il cervello di 18 superstiti dell'11 settembre. Le immagini sono state messe a confronto con quelle del gruppo di controllo e hanno mostrato chiaramente la presenza di aree 'ristrette' del cervello nelle persone che si trovavano a New York durante l'attacco terroristico. Inoltre, gli esperti hanno provato a mostrare alle loro 'cavie' immagini di visi spaventati o calmi: il campione di superstiti ha mostrato, davanti a foto di persone in preda al panico, una maggiore attività a livello dell'amigdala, la zona del cervello che gestisce le informazioni traumatizzanti. Queste persone, in sintesi, hanno amigdale più piccole e più reattive e anche altre aree collegate all'emotività 'rimpicciolite'.