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"Rosa" un camice italiano su due. Ma ai vertici solo il 5% delle donne

01 marzo 2008
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Sempre più camici rosa nelle corsie degli ospedali italiani. Se una volta erano in minoranza, oggi le laureate in medicina sono oltre il 50% del totale. E in un prossimo futuro "l'80% dei medici sarà donna. Ma ai vertici le cose cambiano: a raggiungere livelli elevati di carriera, primariati, cattedre universitarie, presidenze di società scientifiche è solo il 5% delle donne medico". Lo evidenzia Annamaria Molino, docente di Oncologia medica all'università

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di Verona e responsabile del Gruppo senologico veronese, presentando il convegno 'Women treating women' che si apre oggi a Verona. Un evento sostenuto da AstraZeneca con l'obiettivo di accendere i riflettori sul ruolo della donna in sanità.

Se oggi le donne rappresentano la maggioranza dei laureati in medicina, ai vertici non ci sono o quasi. "Eppure la scuola e l'università ci dicono che le studentesse sono più in regola con gli esami, più preparate, e in genere finiscono prima dei coetanei", ricorda Stefania Montemezzi, direttore dell'Unità operativa di Radiologia della Ulss 20 di Verona.

"Le ragazze escono con voti migliori dalle superiori - prosegue - si laureano con voti più alti e in tempi più brevi. E sempre più spesso scelgono il camice bianco, forse perché attratte dall'idea di una professione di aiuto e meno spaventate dei coetanei maschi dalle prospettive di un percorso di studio lungo e impegnativo". Gli esami di ammissione a Medicina non sono uno scoglio per le giovani italiane.
"Superano più spesso i test dei maschi, con un rapporto che oggi è di 80 ragazze contro 20 ragazzi - dice la Montemezzi - Il problema è che molti maschi iniziano la loro formazione con l'idea di arrivare alvertice e indossare il camice di primario, mentre le ragazze ancora non puntano subito in alto".
Le cose devono cambiare. Perché oggi, testimoniano le due donne medico, la realtà non rispecchia il valore dei camici rosa. Insomma, il gioco si fa duro al momento del salto di carriera, come evidenziano ad esempio i numeri della radiologia. "Se il 60% degli iscritti a questa specialità è donna, su 81 professori ordinari di Radiologia solo una lo è - assicura la Montemezzi - E fra i primari il discorso è analogo". Secondo le
specialiste, oggi le donne in medicina valgono quanto i colleghi maschi, ma con caratteristiche diverse e da valorizzare: "Non diciamo di avere una marcia in più - precisa la Molino - Ma certo non ne abbiamo una in meno".

E se i pazienti ormai si affidano con tranquillità e fiducia alle dottoresse, occorre far loro capire che possono andare lontano. Insomma, dalla corsia alla stanza dei bottoni. La soluzione? Alle due specialiste non piacciono le quote rosa in medicina. "Sanciscono una discriminazione e una diversità - chiarisce la Montemezzi - Ma occorre preparare le giovani leve femminili agli incarichi di responsabilita', fin dall'università. Stimolandole e
incoraggiandole". E' proprio in questa direzione che va il concorso bandito in occasione del convegno, e dedicato al tema 'Donne per la medicina'. Una gara per l'assegnazione di due borse di studio a giovani oncologhe, con lo scopo di valorizzare il ruolo della donna.

"Abbiamo destinato 7.500 euro per ciascuna vincitrice, per un progetto semestrale che possa approfondire la conoscenza del valore specifico di una donna ai vertici. Nella speranza - conclude la Molino- che questo rappresenti il primo passo di un appuntamento da ripetere ogni anno". La domanda di partecipazione al concorso potrà essere richiesta a info@sideraweb.it.

 

"Sotto i 35 anni il 60% degli iscritti alla nostra specialità è donna. Ma ai vertici le cose cambiano". Parola di Stefania Montemezzi. "Su 81 ordinari di radiologia, solo una è donna - prosegue l'esperta - e tra i direttori delle strutture complesse italiane si contano 347 uomini e appena 33 primarie, peraltro non in grandi ospedali".

La nuova ondata di aspiranti radiologhe è rappresentata da giovani donne, dunque bisognerà aspettare ancora qualche anno perché siano pronte per incarichi di responsabilità. "Ma esiste forse anche un problema di concorrenza per le posizioni di vertice, che sono anche le più ambite - dice Montemezzi - e dunque più difese. Per esempio, nei 18 gruppi regionali della Societa' italiana di radiologia medica uno
solo e' presieduto da una donna. Mentre su 19 sezioni di studio non esiste un vertice femminile".

Una situazione destinata per forza a cambiare, anche se forse ci vorranno anni. "Dal 2014-2016, i colleghi degli anni del boom di Medicina andranno in pensione - ricorda Annamaria Molino, docente di Oncologia medica dell'universita' di Verona - Ci sara' un ricambio. E per alcune specialita', come l'oncologia, si prevede una carenza di camici bianchi. Occorre formare e preparare sin d'ora le donne medico a credere in se stesse, educandole al potere". Perché le due specialiste sono convinte che avere più donne al top faccia solo bene alla medicina e alla sanità italiane.

Le donne ai vertici della medicina sono pochissime, ma certo non sono meno capaci e preparate dei colleghi maschi. E potrebbero arricchire ruoli fino a oggi principalmente maschili, con iniezioni di praticità e una grande capacità organizzativa. Ne è convinta Stefania Montemezzi, che al convegno 'Women treting Women', in corso nella città veneta, sottolinea le caratteristiche dei capi 'in rosa'. A partire dalla sua esperienza personale.

''Curo molto il rapporto con il mio gruppo - dice la primaria - in alcuni casi faccio un po' la mamma, parlo molto e punto su rapporti personalizzati. Garantendo a tutti sostegno e disponibilita'''.
Secondo la Montemezzi, le donne al top possono contribuire con una ''diversa generosità nel dare tempo e attenzioni. Ma anche con una notevole praticità e una spiccata capacità organizzativa. Elementi importanti - conclude - per far funzionare una squadra''.

 

Fonte: Adnkronos
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