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Legge elettorale, una trappola per chi vince. Ecco le regole del gioco.

18 febbraio 2008 20:28
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Forse è il caso di rinfrescarsi la memoria sulla legge elettorale con cui si andrà a votare il 13 aprile, ideata e approvata dalla sola maggioranza berlusconiana della precedente legislatura (UDC compresa). L’assetto costituzionale di un paese (cioè le strutture fondamentali della convivenza civile) non è compiutamente contenuto e rinvenibile nei principi, nelle regole e nelle norme che si possono leggere nel testo della carta costituzionale. Altri documenti e

fatti arricchiscono significativamente il quadro degli elementi aventi valore costituzionale, quadro che definisce e regola la dialettica e il dinamismo delle forze sociali, politiche ed economiche, che stabilisce cioè le “regole del gioco”.

Si tratta delle leggi costituzionali, delle leggi materialmente costituzionali, dei regolamenti parlamentari, di convenzioni, di consuetudini, delle leggi elettorali e di altro ancora. Le leggi elettorali, specialmente quelle che riguardano la formazione del Parlamento nazionale, hanno un peso e un valore indiscutibilmente costituzionali, nella misura in cui indicano i criteri e i meccanismi, mediante i quali, attraverso le modalità di presentazione delle candidature, di espressione del voto e della “traduzione” dei voti in seggi, si trasforma la volontà degli elettori in una certa struttura politica del Parlamento, a cui per la durata di una legislatura viene delegata la sovranità del popolo, cioè il potere di esprimere l’esecutivo e di fare le leggi, ivi compresa la capacità di modificare la Costituzione.

La legge elettorale vigente è stata concepita non per rimuovere difetti della legge maggioritaria preesistente (il famoso Mattarellum, che durava dal 1993) e quindi per rendere più efficaci le regole della competizione elettorale, bensì per compromettere il più possibile la prevista vittoria dell’opposizione. Essa è stata concepita come un’arma formidabile contro l’avversario politico, tenendo conto delle condizioni contingenti del momento, in cui si trovavano i due schieramenti politici, calcolandone attentamente i punti di forza e i punti di debolezza.

È stato detto che si voleva superare il meccanismo maggioritario e reintrodurre il meccanismo proporzionale in quanto esso riproduce in modo maggiormente fedele la geografia politica del paese nella configurazione parlamentare.

La legge fa esattamente il contrario perché distorce al massimo grado la volontà espressa dagli elettori, consentendo al partito o alla coalizione che prende più voti di conquistare una schiacciante maggioranza assoluta in parlamento (340 seggi alla Camera, pari ad oltre il 55% con un margine di 25 deputati in più della maggioranza assoluta, che è di 316 deputati) pur raccogliendo meno voti dello schieramento avversario.

Questo per il duplice effetto dell’attribuzione del premio di maggioranza sulla base dei seggi ottenuti e non del numero dei voti ricevuti e della perdita secca dei voti delle formazioni che non superano lo sbarramento del 2% se coalizzati o del 4% se non coalizzati.

Dunque, se la coalizione che ottiene più seggi, non arriva ad almeno 340, gliene verranno regalati tanti quanti ne mancano per arrivare a questa cifra. L’espressione della volontà dell’elettore viene fortemente mortificata in quanto egli non può più esprimere un voto di preferenza alle persone, ma solo un voto di lista. La legge stabilisce infatti che i candidati vengono eletti secondo l’ordine di lista: «L’elettore esprime il voto tracciando sulla scheda un solo segno, comunque apposto, nel rettangolo contenente il contrassegno della lista prescelta». Basta. Le persone da eleggere vengono così designate a priori dai capi-partito, evidentemente sulla base di criteri non di gradimento del corpo elettorale ma di fedeltà all’apparato dell’organizzazione politica. Si può anche osservare come, alla faccia del divieto del mandato imperativo, l’asservimento dei parlamentari alle segreterie politiche diventi assoluto. Il Presidente del Consiglio riceve un’investitura diretta dal corpo elettorale e viene meno il potere di designazione del Presidente della Repubblica.

«I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica.

I partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione». Segue la patetica e platonica affermazione: «Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’art. 92, secondo comma, della Costituzione».

Non si capisce che cos’altro potrebbe fare il povero Presidente della Repubblica, se non nominare senza fiatare come Presidente del Consiglio la persona indicata come unico capo della coalizione vittoriosa.

La legge elettorale, che prevede che l’elezione del Senato si svolga su base regionale, stabilisce che il premio di maggioranza venga assegnato non sulla base dei risultati aggregati a livello nazionale, come sarebbe logico e corretto, trattandosi di una Camera legislativa appunto nazionale, bensì sulla base dei seggi assegnati regione per regione, con la possibilità concreta che si apre di avere in Parlamento le due Camere con due maggioranze politicamente divergenti, perché in Senato la maggioranza sarebbe data dalla somma dei senatori politicamente omogenei eletti nelle proprie regioni con lo stesso meccanismo che regola le elezioni della Camera (soltanto con qualche differenza nelle soglie di sbarramento).

Da ciò sono derivati i guai al governo Prodi.?Insomma questa legge elettorale è nata come uno strumento brutale di lotta politica, elaborato in una prospettiva tattica, di uno schieramento contro l’altro e quindi si trova non lontana ma del tutto fuori da quello spirito costituzionale che pretende che si tengano accuratamente distinti i temi e i contenuti della politica dalle regole che della politica debbono disciplinare lo svolgimento.

 

ALDO ZANCA 

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