Qualche giorno fa sono stati messi nero su bianco i “sacrifici” dei parlamentari richiesti dalla manovra anticrisi. Non che ci si aspettasse di azzerare il debito pubblico – ben settanta miliardi di euro l’anno per pagare gli interessi sulle cartelle del debito - ma che almeno stavolta si desse un segnale di responsabilità al Paese.ce lo aspettavamo. La realtà ci fa cadere la braccia. A Roma si rinuncerà a mille euro al mese, altrove - come a Palermo – la metà circa. Una inezia rispetto ai costi della politica, di gran lunga maggiori di qualunque altro Paese al mondo.
A creare le aspettative erano stati gli uomini di governo, in prima linea i ministri leghisti, e non la gente comune, diventata scettica da tempo sulla capacità di rosparmio della classe dirigente del Paese.
Dopo l’annuncio del ministro dell’Economia Giulio Tremonti – lacrime e sangue per non finire come la Grecia (eventualità fino a qualche giorno prima esclusa perentoriamente)- il ministro Calderoli propose una sforbiciata del cinque per cento del reddito dei parlamentari. Nei giorni successivi si occupò anche degli uomini di spettacolo e dei dipendenti della Rai, perdendo di vista i parlamentari. Successivamente fu data ampia visibilità alla possibilità che si facessero sparire le province, essendosi scoperto che non serviva prioprio a niente tenerle in vita.
Giulio Tremonti riprese la proposta e precisò che avrebbe corretto Calderoli, dimezzando il reddito dei parlamentari. Altro che dieci per cento, avrebbero fatto la loro parte eccome gli abitanti dei Palazzi. E cioè senatori, deputati, consiglieri regionali, eurodeputati e gettonisti vari.
Qualcuno ci credette e sognò che stipendi, indennità, benefit di varia natura, autovetture, finanziamenti palesi ed occulti, contributi con cui i parlamentari e i partiti (e non solo) gratificano se stessi avrebbero ricevuto la loro “razione” di danno dallo tsunami dell’economia mondiale ed europea.
Nessuno come il ministro dell’Economia riesce ad essere così convincente: asciutto, preciso come un droghiere, tagliente come una lama Gillette, perentorio come un matematico del settecento, forbito come un sofista, disinvolto come un conduttore televisivo. Insomma, gli hanno creduto tutti quanti. E siccome l’Italia ha un parlamentare ogni sessantamila abitanti (altrove uno ogni 250 mila), quei sacrifici annunciato con grande severità hanno creato le aspettative cui si accennava prima.
Che cosa è accaduto, invece?
La province sono rimaste in vita, Tremonti ha “seppellito” quella sforbiciata del cinquanta per cento, e il dieci per cento sbandierato dai presidenti delle Camere, è diventato altro- Ci spieghiamo meglio: non si taglia una percentuale degli emolumenti, ma si toglie qualcosa da alcune voci, le meno impegnative. I misteriosi algoritmi degli “ingegneri” dello stipendio, residenti in pianta stabile nei Palazzi del potere, hanno alleggerito i tagli fino a trasformarli in provvedimenti all’acqua di rose.
Sarebbe rimasto in vita il taglio del dieci per cento per i dirigenti di Montecitorio che guadagnano più di 150 mila euro l’anno, e del 5 per cento per coloro che hanno un reddito superiore a 90 mila euro. Sessanta milioni di risparmi in tre anni, hanno annunciato, trionfanti, da Montecitorio e Palazzo Madama (in Sicilia, la terza Camera, l’Assemblea regionale nemmeno quello). Il condizionale è d’obbligo perché le notizie sono scarne e si deve credere loro per fede.
Facciamo un passo indietro. Il reddito dei parlamentari è cresciuto del 1200 per cento dal 1948 al 2006 alla media del dieci per cento l’anno.
La manovra anticrisi ha tagliato le retribuzioni dei dipendenti pubblici del 10 per cento (non su qualche voce stipendiale ma sull’intero emolumento), una misura che incide sulle pensioni, contrariamente a quanto accade per i parlamentari.
Sono rimasti integri rimborsi, contributi e finanziamenti a partiti e gruppi parlamentari . Non è stato sfiorato nemmeno il settore dell’editoria. Il dipartimento editoria presso la Presidenza del Consiglio, eroga sostanziosi contributi: in 16 anni circa 600 milioni di euro, che sono andati oltre che ai giornali di partito veri e propri, quotidiani che sono stati affiancati o assimilati con generosità ai partiti grazie a norme scandalosamente disinvolte.
Hanno preso soldi le testate storiche, come l’Unità, e quelle che fustigano Roma ladrona, come la Padania, o quelle che sono conosciute al grande pubblico come indipendenti, ad esempio Libero e Il Foglio. Il requisito del collegamento con il partito prima e la rappresentanza parlamentare poi, sono stati aboliti. Fra i beneficiari è potuto entrare anche Il Foglio, come organi di “Convenzione per la giustizia”, testata di cui è proprietaria anche l’ex moglie di Silvio Berlusconi, Veronica Lario. Basta rappresentare un movimento con almeno due persone elette in parlamento ed ecco che, con una bacchetta magica, arrivano i soldi. Molti soldi. Che si aggiungono ai lauti rimborsi elettorali, sostitutivi del finanziamento pubblico bocciato con un referendum dagli italiani nel 1993.
Occorre mettere insieme tante cose per avere un’idea, seppur vaga, di quanto costa la democrazia in Italia a causa della generosità con cui i parlamentari premiano se stessi, i loro partiti, e gli amministratori di fiducia. In Sicilia, per esempio, nel 2007 gli undicimila eletti costavano alla Regione un milione di euro al giorno, anche perché i sindaci e i consiglieri (comunali e provinciali), godevano di compensi e gettoni maggiorati del 20 per cento circa rispetto al resto del paese.
Questa longanimità sarebbe giustificata dallo stato di salute della “cassa”,. Ma non è così. Secondo i calcoli che gli esperti del Sole 24 ore hanno fatto di recente, le Regioni a Statuto speciale spendono 4737 euro per abitante per contro i 2630 euro delle altre regioni (in media) per badare a se stesse. Le entrate tributarie per abitante nelle cinque regioni a statuto speciale raggiungono i 3525 euro contro i 1891 euro delle altre regioni. Il sociologo Luca Ridolfi, che però non è stato mai indulgente con il Meridione, sostiene che il tasso di spreco delle regioni a statuto speciale del sud – Sicilia e Sardegna – è superiore del cinquanta per cento rispetto alle tre regioni del nord.
Insomma, si spreca di più dove si spende di più per pagare i rappresentanti del popolo. Nelle Regioni più povere costa di più sia soddisfare i bisogni dei cittadini sia l’attivismo dei partito. La Regione siciliana mantiene in vita 30 società partecipate che costano quattro milioni e duecentomila euro l’anno: 166 le poltrone con 76 amministratori (due milioni l’anno) e 90 revisori dei conti (2 milioni e 200 mila euro l’anno).
La morale è la seguente: più consiglieri (circoscrizionali, comunali, provinciali, regionali ) e maggiore spesa pubblica sia nei Palazzi quanto fuori. Il problema, dunque, non è tanto, o non solo, la paga del deputato, quanto la cultura politica, cioè il senso dello stato, l’etica della responsabilità, la prevalenza dell’interesse collettivo sui bisogni individuali.
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